sabato 23 maggio 2026

per Dario Bellezza

Nella città che mastica le sue luci e ingoia lentamente i marciapiedi, io torno verso il sonno come un reduce mentre tu resti fuori dalla tregua. L’alba sbava benzina sopra i muri, i tram trascinano ferraglia e scintille, e la pioggia confonde nei tombini i mozziconi e i resti della notte. Tu cammini tra i vetri e le pozzanghere con le scarpe disfatte dall’inverno, e il vento entra nei polsi e nelle tempie come un animale senza padrone. Le serrande abbassate dei negozi sembrano palpebre di giganti stanchi, mentre i lampioni sputano una luce malata come febbre nei corridoi. Io dietro porte chiuse e termosifoni, dentro il ventre tiepido del letto, ascolto il sangue battere più piano tra le lenzuola intrise di sudore. La stanza odora di saliva e febbre, di corpi chiusi troppo a lungo al buio, e il soffitto galleggia lentamente sopra il respiro sporco della notte. Tu invece chiedi tregua agli incroci, una sigaretta, un poco di silenzio, qualcuno che ti guardi senza schifo mentre il temporale rompe i cavalcavia. L’acqua precipita nera dalle grondaie, la città si piega sotto il vento, e il cielo sembra un’enorme ferita lasciata aperta sopra le periferie. Nessuno ascolta il regno dei randagi. Le stazioni trattengono soltanto gli odori della fame e dell’urina, il sonno interrotto dei dispersi. Sotto le pensiline dei tram notturni dormono corpi avvolti nei cartoni, inermi come statue rovesciate dentro un museo pieno di pioggia. Un uomo tossisce stringendo il cappotto, un altro parla solo nel dormiveglia, uno custodisce fotografie lise dentro una busta umida di latte. La città passa accanto senza voltarsi. Le auto fendono pozzanghere e silenzi, gli uffici si preparano al mattino come altari destinati al sacrificio. Tu resti fuori dalla liturgia del lavoro, del denaro, delle voci, ombra esclusa dal banchetto umano eppure ancora viva nella carne. Mi vieni incontro con gli occhi bassi, portando addosso l’odore del temporale, e mi racconti piano la tua giornata consumata nel freddo delle strade. Parli di porte chiuse, di vigilantes, di un bar che ti ha negato perfino l’acqua, di mani infilate nelle tasche vuote per conservare un poco di calore. Io ascolto e nel fondo delle viscere sento crescere un’antica crudeltà, una fame più vecchia della lingua che desidera nutrirsi del dolore. Non ti accolgo davvero per salvarti. Ti accolgo per saziare la mia notte, per riempire il vuoto che mi abita come un pozzo nascosto sotto il cuore. Così il tuo pianto diventa sostanza, materia oscura dentro il desiderio, e la tua fame alimenta lentamente la bestia silenziosa del mio sangue. Cammino allora dentro l’alba sporca trascinando il cattivo giorno all’aria, come un cane legato a una catena che continua a ringhiare nel sonno. Salgo le scale fino alle tue ossa, al castello fragile della carne, dove gli amanti rompono le giunture ridendo con bocche straniere. Le stanze odorano di vino e muffa, di sesso stanco e cera consumata, mentre i pavimenti conservano ancora orme lasciate da corpi senza nome. Una radio lontana gracchia piano vecchie canzoni divorate dal tempo, e le finestre appannate dalla pioggia sembrano occhi incapaci di dormire. Non esiste funerale per i poveri. Nessuna campana accompagna il sonno di chi si spegne sopra una brandina con la tosse inchiodata dentro il petto. Le mutande stese ai caloriferi somigliano a bandiere della resa, e le brande allineate nei dormitori hanno il colore triste degli ospedali. Gli uomini dormono uno accanto all’altro senza mai toccarsi veramente, ognuno chiuso dentro il proprio inverno come dentro una fossa personale. C’è chi stringe nel sonno un portafoglio vuoto da mesi e pieno di fotografie, chi parla con la madre ormai morta nelle pause febbrili del dormiveglia. C’è chi conserva in tasca vecchi numeri di telefoni ormai disabitati, come reliquie inutili del tempo che continua a marcire nella memoria. Nessuno scriverà i loro nomi. La città dimentica rapidamente chi non produce immagini da vendere né sorrisi abbastanza luminosi. Le pubblicità accendono le strade con promesse di felicità sintetica, mentre sotto i ponti i disperati cercano fuoco dentro lattine vuote. Il capitalismo mastica le facce, le rende intercambiabili e silenziose, e lascia sui marciapiedi soltanto i corpi troppo lenti per servire. Fu minima la gioia della carne, breve scintilla dentro il temporale. Una sigaretta accesa lentamente dopo l’urto casuale dei nostri corpi. Il fumo saliva verso il soffitto come una preghiera ormai corrotta, e la stanza pareva galleggiare nel chiarore sporco del mattino. Tu restavi disteso tra le lenzuola con le gambe socchiuse nella calma, mentre il respiro tornava regolare dopo la furia cieca del desiderio. L’incontro della materia era compiuto. La carne aveva esaurito il suo rito, e il sesso già perdeva lentamente l’antica arroganza della battaglia. Così la virilità rientra in ombra, bestia esausta dopo la caccia, tornando alla sua povera misura di gesto quotidiano e senza gloria. Il corpo mostra allora la stanchezza, la malinconia che segue ogni contatto, la fragile banalità del sangue quando la febbre smette di bruciare. Tu guardavi il soffitto senza voce, forse pensando al mare o forse al nulla, mentre il silenzio si allargava intorno come acqua dentro una stanza vuota. Fuori i critici parlavano d’eterno, assetati di statue e immortalità, regine secche dentro i loro articoli, oracoli impagliati dei giornali. Sputavano sentenze sopra le opere, sopra la lingua e sopra le rovine, come se l’arte potesse salvare la putrefazione lenta del tempo. Parlavano di stile e avanguardia, di rivoluzione e trascendenza, ma nessuno conosceva il tremore delle tue mani dopo il desiderio. Tu invece domandavi solamente una maglietta vecchia da indossare, qualcosa contro il vento della spiaggia e contro il sole crudele del mattino. Tu che al mare porti ali bagnate, uccello ferito dalla corrente, continui ancora a sfidare l’acqua pur sapendo di non poter volare. Le onde ti respingono alla riva come fanno gli uomini col dolore, eppure torni sempre verso il sale con una fede cieca nella luce. Forse il mare ti assomiglia davvero: mutevole, feroce e sconfinato, capace di carezze improvvise e di violenze senza spiegazione. Io ti osservavo mentre ti vestivi nel chiarore pallido del mattino, e ogni gesto minimo sembrava portare il peso di un’antica grazia. Persino il modo in cui piegavi il collo per infilare lentamente la maglia conteneva qualcosa di struggente, una fragilità quasi divina. La tua schiena attraversata dalla luce pareva una parete di alabastro, e le scapole emergevano dal corpo come ali incapaci di aprirsi. Avrei voluto trattenere tutto: la curva lenta delle tue ginocchia, la tua mano lasciata sopra il ventre, la bocca ancora gonfia di silenzio. Ma il desiderio non conserva nulla. Ogni amplesso prepara la distanza, ogni carezza contiene già la fine come il tramonto custodisce il buio. Avvolgi lentamente la tua sciarpa intorno al collo fragile e sottile, e il tessuto continua a girare come un pianeta intorno alla sua orbita. Il lembo lungo schiocca contro il vento e taglia l’aria grigia del viale, mentre la città scorre sotto i passi come un fiume di vetro e carburante. Io resto prigioniero del vortice che produci passando tra la folla, foglia trascinata dalla stagione verso un centro impossibile da toccare. Le edicole espongono oroscopi, nomi astratti dispersi tra le stelle: Vergine, Leone, Acquario, Gemelli, promesse inutili per cuori stanchi. Nessun pianeta sa davvero dirci perché certi corpi ci trascinino oltre il limite fragile del senso fino alla soglia cieca della febbre. Tu sei la stella che piega il mio cielo, la calamita immersa nelle viscere, la marea che sconvolge silenziosa gli organi profondi della notte. Ogni tuo gesto altera le stagioni. Il tuo sorriso cambia temperatura delle stanze e perfino delle strade che attraversiamo senza dire niente. Quando ti allontani tutto impallidisce: i muri, le voci, i lampioni stessi. La città perde sangue lentamente come un animale colpito al ventre. Tu continui il tuo cammino lieve con l’incoscienza chiara della giovinezza, ignaro del disastro che lasci dietro nei cuori troppo inclini all’adorazione. Le persone ti sfiorano distratte senza capire davvero la tua grazia, senza vedere il turbine segreto che ti ruota silenzioso intorno. Io invece sento il mondo deformarsi ogni volta che il tuo corpo appare, come se la realtà mutasse forma sotto il peso improvviso del desiderio. O Narciso disperso nella luce, ragazzo più leggero della cenere, tu fuggi sopra il dorso delle epoche mentre io marcisco dentro il tempo. La mia carcassa ambulante trascina anni corrosi dalla solitudine, giorni accatastati come macerie dentro corridoi pieni di memoria. Le rughe scavano lentamente il viso come fiumi sopra le montagne, e il corpo impara l’umiliazione di ogni stagione che sottrae forza. Tu invece splendi della tua incoscienza, della crudeltà lieve della giovinezza, che attraversa il mondo senza sapere quanto dolore lasci dietro i passi. Fermati almeno un poco sulla soglia di questa mente gonfia di fantasmi, posa la tua mano sopra il cuore che batte stanco nella notte eterna. Cura col fiato il male del pensiero, questa febbre che non conosce tregua, questo scavare continuo dentro il nulla in cerca di un’origine impossibile. Tutto parla di sangue e di rovina. Gli archetipi dell’uomo sono strazio, ossa sacrificate sull’altare del desiderio eterno della carne. Le religioni stesse nascono spesso dalla paura antica della perdita, dal bisogno disperato di trattenere ciò che la vita dissolve rapidamente. Ogni amore è una forma di lutto che ancora non conosce il proprio nome, una preghiera detta nel futuro davanti a una tomba ancora vuota. Eppure basta l’odore delle viole che sale dalla tua pelle distratta per spegnere il fragore della storia e rendere innocente perfino la morte. La tua mano dimenticata in grembo, la grazia inconsapevole del corpo, la curva lenta delle tue ginocchia nel chiarore pallido della stanza. Sono il principio oscuro della febbre, la radice segreta della memoria, il punto dove eros e malinconia si confondono dentro la stessa ferita. Tu ami solamente ciò che fugge, ciò che già comincia a scomparire. Per questo porti il passato negli occhi come una luce chiusa dentro il vetro. Io invece resto fermo sulla soglia a contemplare il fuoco che ti perde, corpo interamente innamorato della tua fuga verso la dissolvenza. E cedo ancora a questo bisogno antico d’infanzia trattenuta tra le dita, all’età breve pronta a dileguarsi come nebbia strappata dal mattino. Ogni giovinezza è una ferita, un’apparizione destinata al crollo. Il tempo mangia tutto lentamente: i nomi, le carezze, le promesse. Resteranno soltanto certe immagini: una sciarpa che gira nella luce, una sigaretta dopo il desiderio, un collo fragile piegato nel vento. E io continuerò dentro la notte a cercarti nei vetri dei tram vuoti, nelle stazioni umide di pioggia, nei bar che odorano di birra e sonno. Cercherò la tua voce nei cortili, nelle fotografie scolorite, nelle canzoni udite per errore da una finestra aperta sulla strada. Forse amare significa soltanto questo interminabile inseguimento: offrire il cuore a ciò che inevitabilmente sceglie da sempre di scomparire.

Nessun commento:

Posta un commento