C'è un filo invisibile, ma potentissimo, che lega i luoghi della letteratura alla nostra immaginazione. Non sono solo scenografie; diventano parte integrante della storia, personaggi muti che respirano lo stesso destino dei protagonisti. Lo so bene io, che da sempre sono un turista letterario senza vergogna, un pellegrino delle pagine stampate che cerca nella realtà l'eco dei mondi narrati. Questo è il racconto di uno di quei viaggi, un'immersione nel cuore della Sicilia di Giovanni Verga, alla ricerca di un luogo in particolare: la Canziria.
Quanto peso ha lo spazio nel definire una storia, o persino un'esistenza? A volte mi sembra che sia l'elemento più cruciale, quasi più del tempo. Pensate a Balzac senza la sua Parigi, o a Pessoa senza Lisbona. Sono quasi intercambiabili. Fin dall'infanzia, ho introiettato dosi massicce di quella che chiamo "cocaina letteraria," e pochi luoghi mi hanno emozionato come Croisset, dove Flaubert tesseva le sue epistole, o la Recanati del "Sabato del villaggio." Ho inseguito le tracce di Thomas Mann a Lubecca e sentito la sfida di Rastignac al Père Lachaise. Eppure, alcuni restano ancora puri toponimi, incatenamenti di sillabe che accendono il desiderio. Jasnaja Poljana, la tenuta di Tolstoj, è uno di questi: la immagino come una sterminata pianura di spighe dorate, un paesaggio mitico che spero un giorno di poter confrontare con la sua realtà fenomenica.
Ma è proprio quest'estate, assolata e pigra – "allionata di sole," come direbbe Stefano D'Arrigo – che ho deciso di smuovermi dal mio mare Jonio, dalle mie estati atarassiche, per incontrare i miei fantasmi letterari. Questa volta la meta era precisa: Vizzini, e con essa, la leggendaria Canziria.
Ho imboccato la statale per Ragusa, e subito mi sono trovato immerso nella terra di Verga. Valsavoia, Biviere di Lentini, Francofonte: nomi che risuonano dalle pagine di "La roba" e "Malaria." Il Biviere, che un tempo era un vasto stagno naturale e focolaio di malaria, oggi è un invaso artificiale per gli agrumeti. Immagino i contadini curarsi con decotti di eucalipto, prima che il chinino arrivasse a debellare il male. L'eucalipto stesso, con il suo profumo intenso, è un simbolo di questi luoghi, prima che il carrubo prenda il sopravvento nella marca ragusana.
L'arrivo a Vizzini mi ha sorpreso positivamente. Non l'asfalto, ma le bàsole di lava sotto le ruote, segno di un'urbanistica antica. Il paese si arrampica sulle colline, con le sue casette dignitose e le chiese barocche che ricordano la bellezza di Modica o Noto. In Piazza Marconi, ho trovato il monumento a Verga – o meglio, quello che resta di esso, con il cognome dello scrittore svanito dalla base, un simbolo dell'inerzia amministrativa locale. È qui che si apre la vallata dove immagino le vicende de "La Lupa," "Pane nero" e "Jeli il pastore."
Ma la vera sorpresa è stata la sede della Società operaia di mutuo soccorso, datata 1873. Un circolo con boiserie e vetrate liberty, che mi ha fatto riflettere. In un contesto verghiano dominato dall'individualismo e dalla "fatale necessità" dell'avere, trovarsi di fronte a un'organizzazione che esprimeva principi associativi e solidaristici è stato un cortocircuito affascinante. Mi piace questa Vizzini, con le sue contraddizioni e la sua storia ancora viva.
Ho deciso di rimandare il mio incontro con la Canziria all'ora della "controra," quando il paese si spopola e il sole "si alliona," un caldo inerte che stira il silenzio e fa frusciare i ramarri tra i fichidindia. L'ho raggiunta in macchina, percorrendo la "via Lombarda" fino a lasciare il paese alle spalle e scendere nello "stradone" che porta al vallone.
E lì, finalmente, l'ho vista. Il costone di montagna punteggiato da migliaia di pale di fichidindia, una terra arida e giallognola, un luogo di una "metafisica e aspra bellezza." Per me, non è solo pittoresco, ma anche un ricordo d'infanzia, l'eco del "vallone dell'Acquasanta" della mia borgata, il mio piccolo Scamandro. Qui, tra i ruderi di un antico insediamento contadino, un tempo forse una "Cunzirìa" (conceria) per via di quella minuscola troscia d'acqua che ancora scorre, si svolse il duello di "Cavalleria rusticana."
Rileggendo quelle battute – "Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di quell’affare" – comprendo ancora una volta che "Cavalleria rusticana" è sì una tragedia d'onore, ma soprattutto una tragedia economico-sociale. Non è il sesso, non è il tradimento sentimentale in sé a muovere Turiddu, ma la povertà. È una malattia che esclude dai giochi sociali, dal matrimonio, che in quella società agro-pastorale non era solo un destino individuale, ma una collocazione, un "posto nel mondo." Le interazioni di Turiddu con Santa sono permeate dal denaro: "Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa." I soldi sono l'ossessione che modella ogni relazione, ogni onore, ogni aspettativa.
Solo quando Santa, con rabbia e disprezzo, rivela ad Alfio la tresca, la tragedia prende la sua strada inesorabile, quella dell'onore tradito, che culmina nella morte di Turiddu tra questi stessi fichidindia dove mi trovo ora.
Il mio cellulare osa profanare questo luogo primitivo. È il momento di andare, mi aspettano al mare. Ma mentre mi allontano, tra la foschia della calura estiva, mi sembra di scorgere un puledro in fondo al vallone. E sento, anch'io, il desiderio di Jeli: "Io resto coi puledri."
Questo viaggio mi ha confermato quanto i luoghi non siano solo fondali, ma veri e propri attori nel dramma della vita e della letteratura. E tu, c'è un luogo che hai visitato (o vorresti visitare) che ha assunto un significato speciale grazie a un libro?
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