lunedì 8 giugno 2026
Lo spaventapasseri che veglia sul mondo. "Scarecrow" a Flashback Habitat e il ritorno dell'arte come responsabilità civile
Lo spaventapasseri è un corpo senza corpo, una presenza costruita con gli scarti, una figura che esercita il proprio potere attraverso l'impotenza apparente. Non combatte, non rincorre, non conquista territori. Sta. Rimane fermo nel paesaggio, esposto al sole, alla pioggia, al vento, e proprio nella sua immobilità produce un effetto. Segna un confine. Ricorda che esiste qualcosa che merita di essere custodito.
È da questa intuizione antica e quasi archetipica che nasce "Scarecrow. Artisti a presidio della vita", la mostra allestita negli spazi di Flashback Habitat a Torino e visitabile fino al 27 settembre, curata da Alessandro Bulgini e Christian Caliandro. Quarantatré artisti italiani si confrontano con una figura che appartiene tanto alla memoria contadina quanto all'immaginario collettivo, trasformandola in uno dei simboli più efficaci del nostro presente. Non una semplice esposizione tematica, ma un progetto che si propone esplicitamente di ridefinire il ruolo dell'arte nel tempo della crisi.
La prima impressione è che il titolo stesso sia una dichiarazione di intenti. Lo spaventapasseri non è scelto per il suo valore folklorico o iconografico. È una figura politica. È un dispositivo simbolico. Nasce per proteggere il raccolto da chi prende senza aver seminato. La sua funzione originaria è quella di opporsi alla predazione. E qui emerge il primo cortocircuito concettuale della mostra: il campo agricolo non esiste più. O meglio, si è allargato fino a coincidere con il mondo intero.
Che cosa bisogna difendere oggi? La vita, suggeriscono i curatori. La dignità delle persone. I territori. La memoria. Il paesaggio. La cultura. La libertà. Tutto ciò che appare vulnerabile in un'epoca dominata da dinamiche economiche, tecnologiche e politiche sempre più aggressive.
In questo senso, "Scarecrow" intercetta una questione che attraversa da tempo il dibattito artistico contemporaneo: l'arte può ancora avere una funzione civile? Oppure è destinata a diventare un bene di consumo culturale, confinato nelle logiche del mercato e dell'intrattenimento?
La risposta della mostra è netta. L'arte non deve limitarsi a rappresentare il mondo. Deve prenderne posizione.
È significativo che Alessandro Bulgini abbia definito il progetto non tanto una mostra quanto un dispositivo. La parola è importante. Dispositivo significa meccanismo attivo, macchina di relazione, struttura capace di produrre effetti sulla realtà. Significa uscire dall'idea dell'opera come oggetto contemplativo per recuperare una dimensione operativa dell'esperienza artistica.
In questa prospettiva, lo spaventapasseri diventa quasi una nuova figura dell'artista.
Un artista che non pretende di essere un genio isolato.
Un artista che non occupa il centro della scena.
Un artista che accetta la propria fragilità.
Un artista che utilizza materiali poveri, frammenti, residui.
Un artista che veglia.
È difficile non pensare a molte delle esperienze più significative dell'arte del Novecento. Alle poetiche dell'Arte Povera, che trasformavano gli elementi comuni in strumenti di riflessione critica. Alle pratiche relazionali che hanno cercato di ricostruire legami sociali. Alla Land Art, che interrogava il rapporto tra uomo e ambiente. Alle esperienze della performance, nelle quali il corpo stesso diventava luogo di testimonianza.
Ma "Scarecrow" evita accuratamente il rischio della citazione colta. Non costruisce un museo delle genealogie artistiche. Preferisce mettere in campo una pluralità di linguaggi e di sensibilità.
Pittura, fotografia, scultura, installazioni site specific convivono all'interno di un percorso che non cerca una sintesi stilistica, ma una convergenza etica. L'eterogeneità dei linguaggi diventa parte integrante del progetto. Ogni artista interpreta il tema del guardiano secondo il proprio lessico visivo, contribuendo a una narrazione collettiva.
L'idea del presidio è forse il cuore teorico dell'intera esposizione.
Viviamo in un'epoca che privilegia il movimento continuo. Accelerazione, produzione, consumo, aggiornamento permanente sembrano essere gli imperativi della contemporaneità. Restare fermi appare quasi un difetto.
Lo spaventapasseri compie il gesto opposto.
Rimane.
Resiste.
Sorveglia.
La sua forza consiste nella durata.
È una forma di opposizione che non utilizza la violenza.
Questa caratteristica conferisce alla mostra una dimensione filosofica che supera il semplice discorso artistico. Il guardiano non è l'eroe tradizionale. Non è il guerriero. Non è il conquistatore. È una presenza discreta che difende senza possedere.
Una figura sorprendentemente necessaria in un tempo che sembra avere trasformato ogni relazione in competizione.
Da questo punto di vista, "Scarecrow" dialoga indirettamente con molte delle grandi questioni del presente. La crisi ambientale. Le migrazioni. Le guerre. Le disuguaglianze economiche. La fragilità delle democrazie. La progressiva mercificazione delle relazioni umane.
Non lo fa attraverso il linguaggio della propaganda.
Non offre slogan.
Non propone soluzioni.
Costruisce immagini.
E le immagini, quando sono autenticamente artistiche, possiedono una capacità particolare: non chiudono il significato, lo aprono.
C'è poi un altro elemento che rende il progetto particolarmente interessante.
Lo spaventapasseri è fatto di scarti.
Vecchi abiti.
Pezzi di legno.
Materiali trovati.
Oggetti abbandonati.
È una creatura nata dal riuso.
In un'epoca dominata dall'obsolescenza programmata e dall'accumulazione infinita delle merci, questa figura suggerisce un'altra economia possibile: quella della trasformazione.
Nulla è completamente inutile.
Nulla è definitivamente perduto.
Anche ciò che viene scartato può acquisire una nuova funzione.
Anche questo è un messaggio politico.
Forse uno dei più radicali.
Flashback Habitat si conferma, attraverso questa iniziativa, uno degli spazi culturali italiani più interessanti nella ricerca di un rapporto nuovo tra arte e società. Non semplicemente un contenitore di eventi, ma un ecosistema culturale nel quale le mostre diventano occasioni di riflessione collettiva.
Alla fine del percorso rimane una domanda.
Chi sono oggi gli spaventapasseri?
Gli artisti?
Gli intellettuali?
Gli insegnanti?
I volontari?
Chiunque scelga di restare a presidiare un territorio invece di abbandonarlo?
Forse la risposta migliore è quella suggerita implicitamente dalla mostra: lo spaventapasseri non è un'identità, ma una funzione.
È chi decide di non voltarsi dall'altra parte.
È chi sceglie di testimoniare.
È chi continua a segnalare un limite quando tutto sembra autorizzare il suo superamento.
In questo senso, "Scarecrow" non parla soltanto di arte contemporanea.
Parla di cittadinanza.
Parla di etica.
Parla della necessità di custodire ciò che rende ancora abitabile il mondo.
E forse il messaggio più potente dell'intero progetto consiste proprio in questa intuizione semplice e antica: per difendere la vita non serve necessariamente essere forti. Talvolta basta esserci. Restare al proprio posto. Esporsi al vento della storia e continuare, ostinatamente, a vegliare.
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