sabato 27 giugno 2026

“Un’onorificenza negata: lo scandalo dell’esclusione scout e la lunga marcia verso l’inclusione”

Era l'anno 2000 quando l'America, patria della libertà e delle contraddizioni, si trovò a fare i conti con una sentenza che avrebbe lasciato un solco profondo nel tessuto civile del Paese. La Corte Suprema, con una maggioranza minima, stabilì che i Boy Scouts of America, considerati per decenni un baluardo dell'educazione civica e morale, avevano il diritto di escludere persone omosessuali, in quanto organizzazione privata. Una decisione che colpì al cuore lo spirito stesso dello scoutismo: quello che predica l’onore, la lealtà, il servizio disinteressato. Ma come conciliare questi ideali con la discriminazione?

James Dale, il giovane al centro della tempesta, era tutto ciò che un movimento educativo potesse desiderare. Aveva servito con dedizione, era diventato Eagle Scout, aveva guidato altri ragazzi, si era speso per la comunità. Poi, un giorno, in un'intervista a un giornale universitario, dichiarò apertamente la sua omosessualità. Era il 1990, e la macchina dell'espulsione non tardò a mettersi in moto. Il suo nome divenne sinonimo di un conflitto epocale tra identità personale e appartenenza collettiva.

Il caso salì fino alla Corte Suprema, e con esso salì anche il tono del dibattito pubblico. Si trattava solo di un regolamento interno o di una sistematica esclusione dell'altro? La risposta della Corte fu netta: la libertà di associazione consentiva ai Boy Scouts di scegliere chi poteva rappresentare i loro valori. Ma quali valori? E chi li decide?

Le reazioni furono immediate. Famiglie, ex scout, associazioni per i diritti civili iniziarono a mobilitarsi. Alcuni tentarono un dialogo interno, altri fondarono nuove organizzazioni, come i Navigators USA, nati con la promessa di uno scoutismo finalmente laico, accogliente, moderno. Un luogo dove ogni giovane potesse sentirsi accolto, senza dover rinunciare a sé stesso.

Nel frattempo, anche il denaro cominciò a parlare. Decine di sedi locali della United Way, il più grande network caritatevole del Paese, interruppero i fondi destinati alla BSA. San Francisco, Philadelphia, Seattle, Miami: città intere decisero che non avrebbero più sostenuto un'organizzazione che discriminava. La pressione divenne asfissiante quando colossi come Levi Strauss, Chase Manhattan Bank, CVS/pharmacy e la potente Pew Charitable Trusts seguirono l'esempio, congelando milioni di dollari di donazioni. La Pew, in particolare, fece sapere che dopo cinquant'anni di sostegno ininterrotto, era arrivato il momento di scegliere da che parte stare: con i valori o con la paura.

Nemmeno i comuni e gli stati federati rimasero in silenzio. Chicago, Berkeley, Santa Barbara, San Diego: città che per decenni avevano messo a disposizione parchi, strutture, finanziamenti, interruppero ogni forma di collaborazione. Era una frattura epocale, e anche chi non si era mai interessato di scoutismo cominciò a interrogarsi: può un'organizzazione educativa pretendere purezza morale escludendo l’umanità stessa?

Nel 2001, il colpo simbolico più duro: Steven Spielberg, che agli scout doveva parte della sua formazione e che aveva immortalato un giovane Indiana Jones in divisa scout, si dimise dal Consiglio Consultivo della BSA. Lo fece in pubblico, con parole amare: “Mi ha profondamente rattristato vedere i Boy Scouts d’America partecipare attivamente e pubblicamente alla discriminazione”. Una resa? No. Un atto di responsabilità.

Intanto, i tempi cambiavano. Le nuove generazioni non si riconoscevano più in un'associazione che predicava valori universali ma praticava selezioni identitarie. Persino Mitt Romney, allora candidato repubblicano alla presidenza, dichiarò che non avrebbe escluso gay dallo scoutismo. Obama fece di più: chiese apertamente alla BSA di cambiare. E la pressione continuò a salire.

Il 23 maggio 2013, il Consiglio Nazionale dei Boy Scouts approvò finalmente una risoluzione che permetteva anche ai giovani apertamente gay di iscriversi, con effetto dal 1° gennaio 2014. Ma non era ancora finita: i leader adulti rimanevano esclusi. Servirono altri due anni di battaglie, mediazioni, abbandoni e nuove pressioni perché anche questo limite cadesse. Il 27 luglio 2015, l’ultima barriera venne finalmente abbattuta.

James Dale, nel frattempo, aveva continuato la sua vita. Avrebbe potuto tornare? Forse. Ma scelse un'altra via. Il suo volto in divisa, i suoi occhi fieri, il sorriso tenace sono rimasti nei cuori di chi lotta per un’educazione senza esclusioni. La sua battaglia, iniziata per restare, divenne una rivoluzione che trasformò un intero sistema.

Oggi la sua storia si studia nei corsi di diritto, si racconta nei dibattiti educativi, si cita nei manifesti per i diritti civili. E la sua uniforme, un tempo simbolo di appartenenza, è diventata un vessillo: di libertà, di resistenza, di futuro.

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