domenica 21 giugno 2026
io, luì, egli. Ovvero: lo scrittore
Devo imparare a parlare di me stesso in terza persona.
Non "lui". Non quel pronome ancora troppo caldo, troppo prossimo alla circolazione ordinaria della vita, troppo esposto alla polvere dei giorni e al traffico delle cose minime. "Lui" conserva infatti qualcosa di irrimediabilmente umano, di domestico, di quasi affettuoso; è il pronome di chi entra in una stanza portando con sé le buste della spesa, di chi dimentica un appuntamento, di chi si gratta la testa mentre cerca di ricordare dove abbia lasciato le chiavi. No. Se davvero si vuole aderire fino in fondo a questa curiosa mutazione del linguaggio contemporaneo, occorre scegliere una parola più distante, più fredda, più simile a un documento che a una voce.
Occorre dire "egli".
Perché "egli" possiede una qualità particolare, una sorta di radioattività archivistica che modifica immediatamente la natura di ciò che tocca. Nessuno incontra veramente un "egli". Nessuno vede un "egli" attraversare la strada o ordinare un caffè al bancone. "Egli" compare soltanto quando la vita ha già subito una trasformazione, quando l'esperienza è stata separata dal proprio corpo e trasferita in un territorio secondario fatto di commenti, interpretazioni, note biografiche, apparati critici, commemorazioni e riletture. "Egli" è il pronome che si utilizza quando una persona smette di essere semplicemente una persona e diventa un caso di studio, un fascicolo, una figura da osservare attraverso il vetro opaco della distanza.
Lo scrittore che sarei io osserva tutto questo con crescente interesse.
Anzi, sarebbe più corretto dire che lo scrittore che sarei io osserva sé stesso mentre osserva tutto questo, poiché la caratteristica più notevole di questa faccenda consiste precisamente nella moltiplicazione degli specchi. Non esiste più un soggetto che guarda il mondo; esiste piuttosto una successione quasi infinita di osservatori che sorvegliano altri osservatori. Lo scrittore che sarei io contempla la propria immagine che contempla la propria immagine che contempla la propria immagine, in una regressione potenzialmente infinita, come quei corridoi di specchi nei luna park che finiscono per produrre un numero di riflessi superiore al numero delle persone realmente presenti.
E qui emerge il primo problema.
Chi sarebbe esattamente questo scrittore?
Da dove proviene?
In quale momento della giornata entra in servizio?
Dove risiede quando non viene nominato?
È una presenza stabile o una semplice funzione grammaticale?
Abita da qualche parte nel cervello, nascosto tra i ricordi e le fantasie, oppure compare soltanto nel momento in cui una frase lo convoca, come una specie di impiegato metafisico incaricato di certificare l'esistenza degli eventi?
Più ci penso e più mi convinco che lo scrittore che sarei io non sia una persona ma un dispositivo. Una macchina interpretativa. Una centrale di trasformazione simbolica il cui compito consiste nel prendere la materia grezza dell'esperienza e restituirla sotto forma di significato.
Io mangio una brioche.
Lo scrittore che sarei io elabora un rapporto problematico tra desiderio, nutrizione e rappresentazione del sé.
Io rimango sdraiato sul divano per un'ora a fissare il soffitto.
Egli attraversa una fase contemplativa durante la quale vengono ridefiniti alcuni aspetti fondamentali del rapporto tra coscienza e inattività.
Io non ho voglia di fare nulla.
Egli sta mettendo in discussione le categorie dominanti della produttività contemporanea.
La differenza è straordinaria.
Con una semplice torsione sintattica, con un piccolo spostamento di prospettiva, la banalità non viene eliminata ma trasfigurata. Rimane esattamente la stessa, eppure acquisisce una profondità apparente, una gravità supplementare, una specie di aura teorica che la rende improvvisamente presentabile nello spazio pubblico.
È forse questo il segreto della terza persona.
La sua capacità di convertire qualunque evento in interpretazione.
Di trasformare ogni fatto in documento.
Di prendere un frammento di vita e restituirlo come se fosse già stato studiato, classificato, commentato da generazioni di specialisti.
A volte immagino che ogni individuo contemporaneo viva accompagnato da una piccola corte invisibile di figure professionali. Non una famiglia, non degli amici, ma qualcosa di molto più inquietante e molto più aderente allo spirito del tempo. Accanto a ciascuno di noi cammina un archivista incaricato di catalogare gli episodi della giornata, un biografo pronto a trasformare gli errori in tappe formative, un curatore che seleziona quali aspetti della realtà meritino di essere esposti, un ufficio stampa che produce dichiarazioni ufficiali sui nostri stati d'animo, un critico letterario che individua significati profondi anche dove esiste soltanto distrazione, e infine uno storico incaricato di inserire ogni minima sciocchezza all'interno di una narrazione più ampia e apparentemente coerente.
Lo scrittore che sarei io, naturalmente, è il direttore generale di questa organizzazione immaginaria.
Egli prende la mia vita, che nella sostanza non differisce da quella di milioni di altre persone, e la sottopone a un incessante processo di revisione semantica.
Se perdo tempo, egli parla di ricerca.
Se mi annoio, egli parla di crisi.
Se mi contraddico, egli parla di evoluzione.
Se non concludo nulla, egli parla di attraversamento.
La parola "attraversamento", in particolare, meriterebbe uno studio approfondito. È probabilmente una delle invenzioni più straordinarie della lingua contemporanea. Attraversamento è ciò che permette di sostituire qualsiasi situazione spiacevole con una formula che suggerisce movimento, complessità e persino una certa nobiltà spirituale. Non si è più confusi: si attraversa una fase di ridefinizione. Non si è più bloccati: si attraversa una soglia. Non si è più persi: si attraversa una trasformazione.
L'attraversamento è il miracolo laico che consente di sopravvivere all'imbarazzo della realtà.
E forse proprio qui si nasconde il vero motivo per cui la terza persona si diffonde con tanta facilità. Essa offre una distanza di sicurezza. Permette di osservare la propria esistenza come se appartenesse già al passato. Consente di trasformare l'incertezza in materiale narrativo prima ancora che l'incertezza sia terminata. In altre parole, permette di vivere meno e di interpretare di più.
Lo scrittore che sarei io sospetta che gran parte della cultura contemporanea funzioni esattamente in questo modo.
Non viviamo gli eventi.
Li anticipiamo come racconto.
Non formuliamo pensieri.
Prepariamo dichiarazioni.
Non accumuliamo esperienze.
Produciamo documentazione.
Ogni fotografia contiene già il proprio archivio. Ogni gesto porta con sé la propria didascalia. Ogni emozione sembra nascere accompagnata dal commento che dovrà spiegarla.
In questo senso la terza persona non è un vezzo stilistico.
È il sintomo linguistico di una trasformazione più vasta.
L'indizio di una civiltà che guarda continuamente sé stessa mentre accade.
Una civiltà che si contempla senza sosta.
Che si registra.
Che si commenta.
Che si interpreta.
Che si archivia.
A volte immagino uno studioso del futuro intento a esaminare i resti digitali del nostro secolo. Lo vedo seduto davanti a enormi depositi di dati, circondato da miliardi di fotografie, messaggi, dichiarazioni, autorappresentazioni, autobiografie istantanee e confessioni pubbliche. Lo vedo mentre tenta di comprendere chi fossimo davvero. All'inizio penserà forse di trovarsi davanti a una civiltà straordinariamente introspettiva. Poi, procedendo nell'analisi, comincerà a nutrire un dubbio. Infine arriverà a una conclusione semplice e devastante.
Gli abitanti di quell'epoca non erano ossessionati da sé stessi.
Erano ossessionati dalla propria interpretazione.
Non desideravano vivere.
Desideravano essere leggibili.
Desideravano trasformarsi in testo.
In documento.
In caso studio.
In dossier.
In monografia.
In qualcosa che potesse essere osservato dall'esterno.
In qualcosa che somigliasse già a una memoria postuma.
E così comprendo che "egli" non è soltanto un pronome.
È una destinazione.
Il punto finale di una lenta migrazione dell'io verso la propria rappresentazione.
L'io vive.
Egli viene interpretato.
L'io soffre.
Egli sviluppa una poetica del dolore.
L'io sbaglia.
Egli inaugura una nuova fase della ricerca.
L'io non capisce nulla.
La questione resta aperta all'interno della sua riflessione.
Formula magnifica, quest'ultima, perché possiede il raro privilegio di non significare quasi niente e, proprio per questo, di poter significare qualsiasi cosa.
La questione resta aperta.
La ricerca continua.
L'attraversamento prosegue.
Egli osserva.
Egli riflette.
Egli elabora.
Egli problematizza.
E nel frattempo io, che dovrei essere il referente concreto di tutta questa costruzione teorica, continuo semplicemente a cercare le chiavi, a dimenticare appuntamenti, a comprare brioche, a perdere pomeriggi, a fissare il soffitto e a domandarmi se non sia proprio qui, in questa irriducibile e quasi comica sproporzione tra la vita e il suo commento, che si nasconda il nucleo autentico dell'esperienza contemporanea.
Lo scrittore che sarei io, naturalmente, preferisce lasciare aperta la questione.
Perché chiudere una questione significa rinunciare a una ricerca.
E rinunciare a una ricerca significherebbe privare "egli" della propria ragion d'essere.
Il che, bisogna ammetterlo, costituirebbe un problema considerevole per lo scrittore che sarei io. E forse persino per egli stesso.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento