lunedì 15 giugno 2026
Il "patentino antifascista"
Il "patentino antifascista", il paradosso della cultura e il rischio di trasformare la democrazia in una liturgia
Ogni tanto il dibattito pubblico italiano riesce a produrre un piccolo miracolo: prende una questione complessa, la riduce a uno slogan e costringe tutti a schierarsi in due campi opposti, come se tra il bianco e il nero non esistesse alcuna sfumatura. È successo anche questa volta. Da una parte chi grida alla censura. Dall'altra chi sostiene che rifiutare un "patentino antifascista" equivalga, di fatto, a nutrire simpatie per il fascismo.
Eppure, se si prova a sottrarsi alla logica delle tifoserie, emerge una questione molto più interessante, che riguarda non tanto il fascismo quanto il modo in cui una democrazia pensa sé stessa e il ruolo che attribuisce alla cultura.
Partirei da un'affermazione che probabilmente scontenterà entrambi gli schieramenti.
Non credo che si possa parlare di censura.
E, allo stesso tempo, non credo che la richiesta di una dichiarazione antifascista rappresenti una vittoria culturale dell'antifascismo.
Anzi, ho il sospetto che entrambe le letture manchino il bersaglio.
La prima domanda da porsi è molto semplice.
Che cos'è una fiera del libro?
Sembra una domanda banale, ma non lo è affatto.
Una fiera del libro non è un'istituzione pubblica che deve garantire una rappresentanza proporzionale di tutte le idee esistenti. Non è il Parlamento. Non è un'aula universitaria. Non è una piazza amministrata dallo Stato.
È un progetto culturale.
E ogni progetto culturale nasce da una selezione.
Una rivista sceglie quali articoli pubblicare e quali no.
Una galleria sceglie quali artisti esporre.
Un festival sceglie quali autori invitare.
Un museo sceglie quali opere acquistare.
Una casa editrice sceglie quali libri stampare.
La cultura è, per sua natura, un gigantesco esercizio di selezione.
Ogni scelta implica un'esclusione.
Pensare che una manifestazione culturale debba accogliere chiunque, indipendentemente dalla propria identità e dai propri obiettivi, significa non aver compreso che cosa sia una manifestazione culturale.
Da questo punto di vista, una fiera ha tutto il diritto di affermare i propri valori.
Ha il diritto di dichiarare di riconoscersi nella Costituzione italiana.
Ha il diritto di richiamarsi all'antifascismo.
Ha il diritto di rifiutare collaborazioni che considera incompatibili con il proprio progetto.
Chiamare tutto questo censura significa usare una parola sproporzionata.
La censura è un'altra cosa.
La censura è il potere che impedisce la circolazione delle idee.
È il sequestro dei libri.
È il divieto di pubblicazione.
È l'intervento dello Stato che limita la libertà di espressione.
Un editore escluso da una manifestazione continua a pubblicare.
Continua a vendere.
Continua a organizzare incontri.
Continua a partecipare al dibattito pubblico.
Continua a esercitare il proprio mestiere.
Può persino utilizzare l'esclusione come occasione di visibilità.
Dunque, personalmente, trovo molto difficile definire questa situazione come censura.
Ma se questa parte del ragionamento mi sembra abbastanza lineare, la seconda è molto più problematica.
Perché una cosa è il diritto di una manifestazione culturale a definire la propria identità.
Un'altra cosa è il modo in cui sceglie di rappresentarla.
Ed è qui che il cosiddetto "patentino antifascista" mi lascia profondamente perplesso.
Per una ragione che, curiosamente, ha poco a che fare con il fascismo.
Ha a che fare con l'idea stessa di cultura.
La cultura dovrebbe essere il luogo della complessità.
Il luogo delle argomentazioni.
Il luogo delle opere.
Il luogo delle responsabilità.
Il luogo del giudizio critico.
Una dichiarazione preventiva, invece, appartiene a un'altra logica.
Alla logica della certificazione.
Alla logica della conformità.
Alla logica dell'autodichiarazione.
Ed è difficile non vedere il paradosso.
Perché l'antifascismo italiano non nasce come un certificato.
Nasce come una pratica.
Nasce come una scelta storica.
Nasce dalla lotta contro una dittatura che aveva fatto della fedeltà obbligatoria uno dei propri strumenti di controllo.
Nasce dalla volontà di costruire una Repubblica nella quale nessuno debba dimostrare la propria ortodossia politica per poter partecipare alla vita civile.
La Costituzione italiana non chiede ai cittadini di dichiararsi democratici.
Chiede loro di rispettare le regole democratiche.
La differenza è enorme.
Una democrazia matura non controlla le coscienze.
Controlla i comportamenti.
Non pretende adesioni sentimentali.
Pretende il rispetto delle leggi.
Non distribuisce patenti morali.
Giudica le azioni.
E qui emerge quello che considero il vero paradosso della vicenda.
Per decenni abbiamo sostenuto che l'antifascismo fosse il fondamento condiviso della Repubblica.
Non una parte politica.
Non un'opzione culturale.
Non una bandiera di una fazione.
Ma il terreno comune della convivenza democratica.
Se questo è vero, perché dovrebbe essere necessario certificare l'adesione a quel principio?
E se invece è necessario certificarla, non stiamo forse implicitamente ammettendo che quel principio non è più così condiviso?
È una domanda scomoda.
Ma credo che meriti di essere posta.
Perché forse il problema italiano non è la scarsità di dichiarazioni antifasciste.
Forse il problema è che abbiamo progressivamente trasformato l'antifascismo da cultura politica a identità simbolica.
Da pratica quotidiana a rituale.
Da metodo democratico a linguaggio di appartenenza.
Ed è proprio nei rituali che si nasconde un rischio.
I rituali hanno una caratteristica particolare.
Permettono di sostituire il contenuto con il gesto.
Una firma può prendere il posto di una riflessione.
Una dichiarazione può prendere il posto di un comportamento.
Un simbolo può prendere il posto di una responsabilità.
Eppure la storia ci insegna esattamente il contrario.
Le dittature non sono state sconfitte dalle dichiarazioni.
Sono state sconfitte dalle istituzioni.
Dall'educazione.
Dalla stampa libera.
Dalla magistratura indipendente.
Dal pluralismo.
Dal pensiero critico.
Dalla capacità di produrre cultura.
L'antifascismo italiano non ha vinto perché qualcuno ha firmato un documento.
Ha vinto perché milioni di persone hanno deciso di costruire una società diversa.
Per questo trovo poco convincente una delle obiezioni che si sentono ripetere più spesso.
"Se sei antifascista, perché non firmare?"
La risposta, a mio avviso, è molto semplice.
Perché il problema non è la disponibilità a firmare.
Il problema è il significato della firma.
Immaginiamo un editore che negli ultimi vent'anni abbia pubblicato testi apertamente nostalgici del fascismo.
Immaginiamo che firmi il documento richiesto.
Che cosa cambierebbe?
Nulla.
I suoi libri resterebbero gli stessi.
Il suo catalogo resterebbe lo stesso.
Le sue scelte culturali resterebbero le stesse.
La firma non cancellerebbe nulla.
Immaginiamo invece un piccolo editore che non abbia mai pubblicato nulla di incompatibile con i principi democratici.
Che cosa aggiungerebbe la sua firma?
Ancora una volta, nulla.
Se è così, allora bisogna avere il coraggio di dirlo.
Una firma non rende democratico un soggetto antidemocratico.
E non rende più democratico un soggetto che già lo è.
È un atto simbolico.
E i simboli, quando diventano obbligatori, rischiano di perdere gran parte della loro forza.
C'è poi un aspetto che riguarda direttamente il mondo dell'editoria.
Un editore possiede già una carta d'identità.
È il suo catalogo.
Un editore dice chi è attraverso i libri che sceglie.
Attraverso gli autori che sostiene.
Attraverso le collane che costruisce.
Attraverso le traduzioni che promuove.
Attraverso i saggi che pubblica.
Attraverso le idee che mette in circolazione.
Se si vuole sapere che cosa pensa un editore, basta osservare il suo lavoro.
Non serve chiedergli un'autocertificazione.
Anzi, chiedergliela rischia quasi di svalutare il significato delle sue scelte editoriali.
Come se un documento potesse avere più peso di un'intera storia culturale.
Ed è qui che, secondo me, si colloca anche l'errore della politica.
La destra ha scelto di parlare di censura.
La sinistra ha spesso scelto di trasformare il documento in una sorta di prova morale.
Entrambe le posizioni rischiano di perdere di vista il problema principale.
Una democrazia forte non ha bisogno di raccogliere continue dichiarazioni di fedeltà ai propri valori.
Ha bisogno di creare le condizioni affinché quei valori siano vissuti e praticati.
La libertà di stampa è antifascismo.
L'indipendenza della magistratura è antifascismo.
La tutela delle minoranze è antifascismo.
La difesa delle istituzioni rappresentative è antifascismo.
La scuola pubblica è antifascismo.
La libertà di ricerca è antifascismo.
Il pluralismo culturale è antifascismo.
La capacità di accettare il dissenso entro il perimetro delle regole democratiche è antifascismo.
Tutto questo è immensamente più importante di una firma.
Ed è forse qui che si nasconde la questione più profonda.
Una democrazia dovrebbe avere fiducia nella propria forza.
Dovrebbe credere che i propri valori siano abbastanza solidi da non aver bisogno di essere continuamente certificati.
Dovrebbe sapere che le idee autoritarie non si combattono chiedendo alle persone di dichiararsi buone, ma costruendo una società nella quale quelle idee risultino meno convincenti.
Per questo, alla fine, credo che la polemica abbia mancato il punto.
Non è censura.
Ma non è nemmeno una scelta culturalmente felice.
È il sintomo di un'incertezza.
È il segnale di una società che, pur rivendicando i propri valori democratici, sembra talvolta dubitare della loro capacità di affermarsi attraverso la forza delle idee e sente il bisogno di trasformarli in una procedura amministrativa.
E trovo che ci sia un'ultima ironia, forse la più sottile di tutte.
Il fascismo storico chiedeva adesioni pubbliche, formule di fedeltà, appartenenze dichiarate, rituali collettivi attraverso cui certificare la conformità del cittadino ai valori del regime.
Naturalmente nessuno può seriamente equiparare una dichiarazione antifascista a quelle pratiche. Sarebbe un'assurdità storica.
Ma proprio perché l'antifascismo è nato come rifiuto di quella cultura politica, forse dovrebbe diffidare di ogni tentazione di sostituire il giudizio sulle azioni con la raccolta di attestati di appartenenza.
Perché la grande lezione delle democrazie costituzionali è un'altra.
Le persone non vanno giudicate per ciò che dichiarano di essere.
Vanno giudicate per ciò che fanno.
Un editore non è il modulo che firma.
È il catalogo che costruisce.
Un intellettuale non è il manifesto che sottoscrive.
È il pensiero che produce.
Una democrazia non è la quantità di giuramenti che riesce a raccogliere.
È la qualità delle libertà che riesce a garantire.
E forse la migliore difesa dell'antifascismo consiste proprio nel non trasformarlo in un rito identitario da esibire all'ingresso di una manifestazione culturale, ma nel conservarne la natura originaria: quella di una pratica quotidiana di libertà, responsabilità, pluralismo e fiducia nella forza della cultura rispetto a qualsiasi tentazione autoritaria.
Perché le firme possono essere obbligate, opportunistiche o persino false. I comportamenti, invece, alla lunga raccontano sempre la verità. E una cultura che smette di fidarsi delle opere per affidarsi alle autocertificazioni rischia di perdere qualcosa di molto più importante di una polemica politica: rischia di perdere fiducia nella propria capacità di distinguere il valore delle idee senza chiedere ai loro autori un certificato di buona condotta democratica.
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