lunedì 1 giugno 2026

Coré non torna

Sì, oggi è il 1° giugno, ma del 1957. E mentre Londra si stira svogliata in un sabato qualunque, in una stanza in affitto a due passi da un giardino che non è il suo, Coré — la Marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino — smette di respirare. Senza rumore. Come chi è già morta mille volte, ma ha saputo fingere di no.

Coré. Un nome che sa di sottosuolo, di cipressi, di sete frusciate nel buio, di occhi che ti guardano troppo, troppo a lungo, da troppo lontano. Persefone forse, ma anche ninfa mondana, strega da salotto, icona da altare profano. L’ultima vestale del decadentismo europeo, creatura inservibile e perciò sacra, troppo vera per appartenere a un'epoca che aveva smesso di crederle.

Aveva vissuto come si offre un delirio: con il passo lungo dell’anacoreta in pelliccia, con le iridi spalancate sul vuoto e la pretesa di essere l’oggetto del desiderio dell’universo. Inutile dire che ci era riuscita. Aveva preso la bellezza, il privilegio, la noia e la follia, e li aveva fatti carne. Aveva smesso presto di essere donna, per diventare apparizione. Scendeva le scale come si calano le tende di un sipario. Camminava affiancata da ghepardi e profumata d’assenzio, con la certezza di essere leggenda già mentre respirava.

C’era stato D’Annunzio — ovvio. Ma non fu mai sua. Era di chi poteva guardarla senza abbassare gli occhi. Di chi la capiva senza bisogno di toccarla. Gli artisti la volevano nei quadri, nei sogni, nei vetri macchiati delle specchiere. Boldini la allungava come un grido, Van Dongen la incendiava, Man Ray la bendava di luce. Ma nessuno riuscì a contenerla. Era troppo. Troppo Luisa, troppo Casati, troppo teatro.

Poi venne il silenzio. I palazzi venduti. Le sete mangiate dai tarli. I lampadari smontati. Le ultime parrucche chiuse nelle valigie. Londra la accolse come si fa con una vecchia zia troppo truccata che parla da sola: con un sorriso imbarazzato, e gli occhi che cercano altrove.

Morì con addosso l’ultima parrucca, una camicia da notte ancora nobile e una posa involontariamente teatrale: la mano poggiata sul petto, le dita accartocciate su un bottone di madreperla. Non c’era nessuno a guardarla — eppure era perfetta. Una fine esatta. Una posa da chi conosce le regole della scena anche nel disastro.

Non c’era bisogno di fiori. Era lei, il fiore. Non c’era bisogno di piangere. Si piange per i vivi che non sanno di esserlo. Lei, in quel momento, era più viva che mai, evaporata nel mito, liquefatta in un profumo che sa di passato e benzoino, e che non se ne va. Lo senti, ancora oggi, se sai dove cercarlo.

Nessun commento:

Posta un commento