lunedì 8 giugno 2026

Pasolini vs Gramsci: un rapporto ambivalente tra idolo e critica


L’omaggio che Pier Paolo Pasolini rivolge a Antonio Gramsci è un fenomeno complesso, che si presta a letture stratificate e a volte contraddittorie. Più che un’adesione pura e convinta ai contenuti ideologici gramsciani, a mio avviso, Pasolini sembra rivolgere a Gramsci un tributo più simbolico, legato alla sua appartenenza ideale a quella “tribù” intellettuale di sinistra che Gramsci rappresenta e incarna. Questa forma di omaggio ha, in termini contemporanei, qualcosa di simile al cosiddetto “virtue signalling”: un gesto pubblico che serve a ribadire un’appartenenza, a marcare una posizione culturale e politica, più che a manifestare una reale condivisione o approfondimento dei testi e del pensiero gramsciano.

La parabola biografica di Pasolini in relazione al PCI è emblematica di questa ambivalenza. Dopo l’espulsione dal Partito Comunista friulano per i fatti di Ramuscello, Pasolini arriva a Roma nel gennaio del 1950 e rimane un “compagno di strada” del PCI fino agli inizi degli anni Sessanta. Questo periodo lo vede coinvolto nella collaborazione con “Vie Nuove”, il periodico ufficiale del partito, dove dal 1960 al 1965 conduce una rubrica di dialogo con i lettori. A promuoverlo in questa attività è Maria Antonietta Maccocchi, un’intellettuale nota per un suo coraggioso e coraggiosamente eterodosso disallineamento rispetto alle rigidità ortodosse di figure come Alicia o Salinari.

Pasolini sa bene, come egli stesso ammetterà qualche anno dopo, che il PCI degli anni del dopoguerra è un’entità culturale e politica molto diversa da quella che diventerà in seguito. Nel 1968, nelle sue celebri “Il Caos”, una rubrica su un “giornale capitalista” quale “Il Tempo”, Pasolini riflette con lucidità sulla fase in cui il PCI deteneva un’egemonia culturale che gli garantiva, come in molti Paesi poveri, il ruolo di guida e di vate per gli intellettuali, ruolo quasi “nazionale”.

«Era il PCI quello florido e ancora inattaccabile del dopoguerra, appena uscito dalla Resistenza, che determinava e decretava il successo letterario di un autore», scrive Pasolini. L’Italia, in quel contesto, era un Paese ancora povero, un “paleocapitalismo”, dove il partito garantiva una sorta di tutela politica e materiale a un consistente numero di intellettuali, spesso poveri anch’essi. Solo in questo contesto, Pasolini ammette, poteva mantenere il ruolo pubblico e culturale che gli era stato assegnato.

Il passaggio che segue è cruciale per capire la rottura: «Ora l’egemonia culturale, che per circa vent’anni è stata detenuta dal PCI, è passata nelle mani dell’industria». L’ascensione economica italiana, la “mutazione antropologica” che Pasolini tanto deplorerà, gli permette di abbandonare il vecchio polo comunista, ormai incapace di offrire una funzione strutturante e di garanzia, e di volgere la propria attenzione verso il polo capitalista-borghese, quello cioè dell’“affetto society”, della mondanità, degli ambienti intellettuali e culturali borghesi, che il Pasolini adulto e ormai star europea sa come abitare, pur con tutte le contraddizioni che questo passaggio comporta.

Contraddizioni che Pasolini stesso affronta con un’abilità che lo farà apparire spesso come un intellettuale sfuggente, capace di giustificare con parole ardite e a tratti poetiche i propri “disallineamenti”. In questo senso, la biografia intellettuale di Pasolini è costellata da queste continue tensioni tra adesione e critica, tra rivendicazione e rottura, che ne fanno un personaggio affascinante e complesso, ma difficile da incasellare in una lettura lineare. Non a caso, scritti come quelli di Carla Benedetti e Massimo Recalcati tentano di esaltare proprio questa dimensione contraddittoria di Pasolini, dipingendolo come un gigante intellettuale che proprio grazie alle proprie contraddizioni risulta grande e persuasivo.

L’amico-nemico Franco Fortini coglie questo nodo con una feroce, ma anche illuminante, critica: «Tu desideri conquistare, insultandoli, proprio quei giovani borghesi intellettuali, quegli scaldasedie di “Sedie Ermetiche”, quegli intellettuali che dopo il 1962 ti leggevano su “Vie Nuove” come un teorico del nuovo comunismo». La tesi di Fortini è che Pasolini fosse più interessato a conquistare questa élite intellettuale borghese che a sviluppare un autentico discorso politico di massa. Per Fortini, Pasolini fa della “recitazione”, del “mea culpa” e dello “strazio” uno stile, un modo per restare sulle scene culturali senza compromettersi troppo seriamente.

Un elemento che rimarca ulteriormente la distanza tra Pasolini e Gramsci è la scarsità dei richiami diretti e puntuali ai testi gramsciani, in particolare ai “Quaderni del carcere”, la fonte primaria del pensiero politico e culturale gramsciano. Sebbene Pasolini avesse una produzione scritta immensa, oltre ventimila pagine, vi si trovano pochi riferimenti specifici, soprattutto ai concetti centrali di Gramsci come egemonia culturale, rivoluzione passiva, ruolo degli intellettuali e analisi del “fordismo” e “americanismo”. Quest’ultimo è un tema che Gramsci approfondisce nel tentativo di comprendere il rapporto tra tecniche industriali americane e resistenze sociali italiane.

Sorprende ancor più che, pur mostrando una certa conoscenza generale di Gramsci, Pasolini non abbia quasi mai approfondito questi temi, e che invece abbia preferito rivolgersi più spesso a passi di “Letteratura e vita nazionale”, dove si occupa di questioni linguistiche, come la formazione di una koinè nazionale imposta dalla borghesia, soprattutto attraverso il linguaggio burocratico e amministrativo.

Il rapporto di Pasolini con la lingua di Gramsci è in effetti emblematico del suo atteggiamento complessivo verso l’intellettuale sardo. In un articolo pubblicato su “Vie Nuove” nel 1965, “Due righe sulla lingua di Gramsci”, Pasolini esprime senza mezzi termini un giudizio severo, quasi sprezzante, sulla lingua in cui Gramsci scriveva i suoi testi giovanili: «un italiano impossibile», frutto di un sincretismo innaturale tra l’umanesimo enfatico dei suoi professori di Santu Lussurgiu e una “italianizzazione brutale” proveniente dal padre impiegato statale.

Pasolini sembra quasi ironizzare sul fatto che un uomo come Gramsci, votato alla razionalità e alla politica concreta, non abbia saputo liberarsi di un italiano letterario e enfatico che lo avrebbe limitato nell’espressione di concetti complessi e vitali. Questa critica non è soltanto linguistica ma anche culturale e politica: Pasolini si mostra insofferente verso la retorica e la pesantezza stilistica che, a suo avviso, caratterizzano il giovane Gramsci.

Questa insofferenza per la lingua di Gramsci riflette anche la distanza culturale tra Pasolini e l’ambiente “provinciale” da cui Gramsci proviene. Pasolini, figlio di una borghesia friulana e educato in un contesto intellettuale molto diverso, vede in Gramsci un prodotto di un mondo arretrato che lui stesso ha voluto superare. Pasolini sottolinea, come fece lo stesso Gramsci nei suoi scritti, il “triplice o quadruplice provinciale” come condizione originaria dell’intellettuale sardo, ma poi aggiunge con una certa durezza che Gramsci non è riuscito a liberarsi da quella condizione.

Questo scontro tra due mondi – quello della borghesia nordica di Pasolini e quello provinciale di Gramsci – si riflette anche nella rappresentazione del Risorgimento. Pasolini, pur riconoscendo in Gramsci un riferimento, lo critica duramente per aver considerato il Risorgimento come una rivolta aristocratica, “apocrifo” e in definitiva traditrice delle speranze popolari. Questa interpretazione, che Pasolini cita a braccio come “v. Gramsci”, appare però difficile da rintracciare in modo esplicito nei testi gramsciani. Nel pensiero di Gramsci, il Risorgimento è un laboratorio di egemonia, un campo di battaglia tra i moderati cavourriani e i mazziniani, con le masse “decapitate” dall’incorporazione molecolare nella nuova struttura statale.


La lettura pasoliniana del Risorgimento e la “rivolta aristocratica”

La rappresentazione pasoliniana del Risorgimento come una “rivolta aristocratica” appare particolarmente significativa e in qualche modo paradigmatica per comprendere il suo atteggiamento critico nei confronti di Gramsci. Pasolini sembra riconoscere a Gramsci il merito di aver sollevato il velo sulle ambiguità di quell’epoca, ma nello stesso tempo non si accontenta di una lettura puramente politica e strategica. Per Pasolini, infatti, il Risorgimento è anche e soprattutto un trauma culturale, una ferita mai rimarginata nella coscienza popolare e nella formazione dell’identità nazionale italiana.

Gramsci aveva elaborato una critica raffinata dell’egemonia risorgimentale, sottolineandone i limiti nell’incorporazione delle masse e nel ruolo residuale lasciato alla cultura popolare e subalterna. La sua visione del Risorgimento, però, non nega la complessità e non riduce semplicisticamente il movimento a una mera rivolta aristocratica: piuttosto mette in luce le contraddizioni di un processo storico in cui la “classe dirigente” emergente riuscì a imporre un’egemonia culturale e politica sul Paese, spesso a scapito di quelle che sarebbero potute essere forze più democratiche e partecipate.

Pasolini, da parte sua, raccoglie questa eredità ma la porta oltre, raccontandola in modo più emotivo e meno analitico. Il Risorgimento diventa per lui una sorta di spartiacque tragico che ha creato un’Italia divisa, una nazione in cui le “radici culturali” delle classi subalterne sono state recise e travisate. Questa lettura si intreccia con la sua attenzione verso la lingua e le culture popolari, temi che ricorrono spesso nel suo lavoro e che lo spingono a una critica radicale di ogni forma di “modernizzazione” imposta dall’alto.

L’idea che il Risorgimento abbia fallito nel suo progetto di unità e di inclusione sociale si ricollega direttamente alla riflessione gramsciana sulla “rivoluzione passiva”, una trasformazione silenziosa e imposta da forze dominanti che, pur apparendo come un progresso, lascia intatte le strutture di potere e le disuguaglianze. Pasolini, però, ne fa una narrazione più personale e appassionata, enfatizzando il senso di perdita e disillusione che questa storia ha prodotto.


La lingua come campo di battaglia culturale

Uno degli aspetti più emblematici del confronto tra Pasolini e Gramsci riguarda la questione linguistica. Gramsci stesso aveva dato grande importanza alla lingua come strumento di egemonia culturale: nella sua analisi, la borghesia utilizzava la lingua “ufficiale”, il cosiddetto “italiano standard”, per costruire una cultura unificata che però era in gran parte estranea alle culture subalterne e regionali. La formazione di una lingua nazionale era, per Gramsci, una battaglia politica, un elemento centrale del progetto di trasformazione sociale.

Pasolini eredita questa consapevolezza ma la porta in una direzione più emotiva e personale. La sua critica alla lingua di Gramsci – che definisce un “italiano impossibile” – non è semplicemente un giudizio stilistico, ma una riflessione sulla difficoltà di comunicare e di esprimere un pensiero vivo e autentico attraverso un idioma che appare rigido, innaturale e spesso distante dal vissuto concreto delle persone.

Inoltre, Pasolini si pone in una posizione originale rispetto alla questione linguistica. Egli stesso, pur essendo un intellettuale colto e cosmopolita, prova un’attenzione struggente verso le lingue dialettali e i parlari popolari, che per lui rappresentano il nucleo autentico della cultura italiana. Questa tensione tra la lingua ufficiale e le lingue “subalterne” è uno dei temi ricorrenti nelle sue opere, e lo spinge a denunciare ogni tentativo di omologazione culturale come un atto di violenza simbolica.

Lungi dall’essere un mero residuo folkloristico, la lingua dialettale per Pasolini è un vero e proprio “paesaggio interiore”, un deposito di memoria, di sensibilità e di senso del mondo che rischia di andare perduto nella modernizzazione. Questa posizione lo rende in qualche modo un continuatore e insieme un critico di Gramsci, perché ne riprende il tema della “questione linguistica” ma lo sviluppa in modo originale e spesso divergente.


Il silenzio sui “Quaderni del carcere” e l’assenza di un’analisi politica approfondita

Forse uno degli aspetti più sorprendenti di questa relazione intellettuale è il fatto che Pasolini, pur definendosi un erede della sinistra gramsciana, non si immerge mai davvero nell’analisi dei “Quaderni del carcere”, il cuore pulsante del pensiero gramsciano. Questi testi, scritti durante la detenzione di Gramsci, rappresentano una riflessione politica, filosofica e culturale di straordinaria complessità, che tocca temi come l’egemonia culturale, il ruolo degli intellettuali, la crisi del sistema capitalistico e le possibilità di trasformazione rivoluzionaria.

Pasolini sembra invece preferire una relazione più simbolica e personale con Gramsci, concentrandosi su aspetti più emotivi e meno teorici. Questo atteggiamento può essere interpretato come una forma di distanza critica, che riflette la sua natura di intellettuale “meticcio”, in bilico tra la tradizione marxista e un sentimento più ampio e diffuso di critica sociale e culturale.

Questa distanza si traduce anche in una certa reticenza a fornire un’analisi politica organica e strutturata, a favore di un approccio più poetico e suggestivo. Pasolini preferisce parlare di “nazione”, “lingua”, “popolo” in termini che spesso sfuggono a una precisa definizione ideologica, e che privilegiano la dimensione culturale e antropologica.


Conclusione: un rapporto di amore e conflitto

In definitiva, il rapporto di Pasolini con Gramsci si configura come un dialogo tormentato e dialettico, che mette in luce le tensioni profonde che attraversano il pensiero della sinistra italiana del Novecento. Pasolini non si limita a un’imitazione o a una celebrazione acritica, ma costruisce una riflessione originale, che mette in discussione molte delle certezze gramsciane, senza però rinunciare alla loro eredità simbolica e politica.

Questo rapporto ambivalente è forse la cifra più autentica dell’intellettuale pasoliniano: un uomo che ama il proprio tempo ma lo critica con durezza, che si sente parte di una tradizione ma non smette mai di interrogarsi e di mettere in discussione, che ha un piede nel passato e lo sguardo rivolto al futuro.

Pasolini, quindi, può essere letto come un “erede critico” di Gramsci, capace di riprendere alcune categorie fondamentali ma anche di superarle, portando la riflessione oltre i limiti di una certa ortodossia marxista, verso un’analisi più sfumata e complessa della realtà culturale e sociale italiana.


La presenza di Gramsci nelle opere di Pasolini: esempi concreti

Le “Ceneri di Gramsci” (1957) è senza dubbio l’opera più esplicita e diretta in cui Pasolini affronta la figura del pensatore comunista. Il poemetto, ambientato nel cimitero acattolico di Roma, assume fin dall’inizio un tono elegiaco e profondamente interiore. La tomba di Gramsci diventa il luogo di un colloquio muto ma accorato, in cui Pasolini, come davanti a un padre spirituale, espone il proprio smarrimento esistenziale e ideologico:

“Tu giaci, ora, nell'acciaio di un cimitero / d’inerti eroi, o padre.”

Nel componimento emerge tutto il dramma dell’intellettuale moderno che non riesce più a credere fino in fondo nella prassi rivoluzionaria, pur sentendone il bisogno etico. La figura di Gramsci è vista con reverenza ma anche con un senso di scarto generazionale: Pasolini non si riconosce più pienamente nell’ideale di progresso storico e sociale che Gramsci rappresentava. È questo il “rimorso del conformismo” che affiora nei versi, una nostalgia per un'epoca in cui era ancora possibile credere nella rivoluzione:

“Eppure, caro, dolce, mite / Gramsci, ciò che fu il tuo ‘senso’ io non lo nego, / ma ciò che resta, in me, è la vita.”

Qui Pasolini mette in scena un conflitto: tra l’adesione razionale al marxismo gramsciano e l’attrazione poetica, quasi sentimentale, per la vita concreta, carnale, imperfetta dei sottoproletari. Non a caso i veri protagonisti dell’universo pasoliniano non sono i militanti politici, ma i ragazzi delle borgate, i corpi di Pier Paolo che si offrono come anticorpi contro l’omologazione.

Anche nel romanzo “Ragazzi di vita” (1955) troviamo un’eco di questa tensione. Il libro, che fu oggetto di aspre polemiche e di censura, rappresenta una discesa nelle periferie romane, in quel sottoproletariato che Pasolini guarda con uno sguardo misto di affetto e idealizzazione. A differenza di Gramsci, che vedeva nei contadini e nelle classi subalterne una potenzialità rivoluzionaria da educare e organizzare, Pasolini ne coglie invece la sacralità arcaica, l’immediatezza, il legame profondo con una dimensione antropologica premoderna.

Allo stesso modo, nel film “Accattone” (1961) il protagonista vive ai margini della società, privo di ogni coscienza politica o storica, ma investito di un’aura tragica e sacrale che lo rende più simile a un eroe omerico che a un soggetto gramsciano. La salvezza non viene dalla presa di coscienza, ma da una forma di bellezza perduta e disperata. Pasolini qui sembra quasi rispondere a Gramsci con un’estetica del fallimento e della perdita.

Un altro testo emblematico è l’articolo “Il PCI ai giovani!!” (1968), pubblicato sul «Tempo», in cui Pasolini prende apertamente posizione a favore dei poliziotti durante le manifestazioni studentesche del ’68, affermando che i veri “figli del popolo” erano i poliziotti, non gli studenti. Il tono provocatorio dell’intervento è noto, ma meno spesso si coglie come questo testo sia anche un rovesciamento dell’idea gramsciana di intellettuale organico: per Pasolini, gli studenti sono ormai parte di una nuova borghesia culturalmente dominante, mentre il proletariato è stato spogliato della propria funzione storica, ridotto a icona senza più soggettività politica.


Il contesto storico-culturale: una frattura generazionale e antropologica

Il confronto Pasolini–Gramsci si svolge su uno sfondo storico-culturale particolarmente denso e complesso. Da un lato, vi è l’Italia del dopoguerra, in cui il PCI diventa il punto di riferimento per milioni di lavoratori e intellettuali; dall’altro, vi è la trasformazione antropologica che prende avvio dagli anni Cinquanta, con il boom economico, l’urbanizzazione accelerata, la televisione, la scuola di massa, il consumismo.

Gramsci aveva immaginato un progetto di egemonia culturale come processo educativo e trasformativo, capace di elevare le classi subalterne senza tradirne le radici. Ma Pasolini si trova a vivere un momento in cui l’omologazione culturale è già avvenuta, e non attraverso una dialettica democratica, bensì tramite l’imposizione violenta del modello borghese e mercantile. Il sogno gramsciano di una “nazional-popolare” viene così radicalmente rovesciato: ciò che si realizza è un “nazional-borghese”, in cui le culture locali, i dialetti, i corpi non conformi vengono marginalizzati o addirittura cancellati.

È in questo contesto che matura la critica pasoliniana al progresso. La “mutazione antropologica” che egli denuncia nei suoi ultimi articoli – in particolare nelle pagine corsare e nelle lettere luterane – è la conseguenza estrema di un processo che ha sradicato l’Italia da se stessa. La scuola, la lingua unificata, la televisione, i consumi – strumenti potenzialmente emancipatori per Gramsci – diventano invece, per Pasolini, mezzi di annientamento culturale.

Pasolini si colloca dunque in una posizione di totale anomalia rispetto al suo tempo. Mentre la sinistra cerca di modernizzarsi, di entrare a pieno titolo nella società dei consumi (pur criticandone gli eccessi), egli resta legato a una visione sacrale e tragica del passato contadino, delle borgate, dei riti pre-borghesi. La sua è una resistenza “estetica” e “antropologica” più che politica. E proprio per questo il suo dialogo con Gramsci non può che essere segnato da un’ambivalenza profonda: ammirazione e rottura, continuità e dissenso, eredità e eresia.


L’orfano e il prigioniero: Gramsci e Pasolini davanti al nostro tempo

Il lungo, inquieto e stratificato confronto tra Pier Paolo Pasolini e Antonio Gramsci rappresenta, oggi più che mai, un prisma necessario attraverso cui osservare le trasformazioni della cultura italiana nel Novecento e il suo precipitare verso il presente. Non si tratta soltanto di una relazione intellettuale fatta di citazioni, suggestioni o tradimenti teorici: ciò che lega Pasolini a Gramsci è una tensione esistenziale e tragica, una lotta tra due visioni del mondo che si sfiorano e si respingono, e che proprio in questo conflitto producono alcune delle riflessioni più potenti sull’identità dell’intellettuale moderno.

In Gramsci, Pasolini riconosce l’ultimo uomo totale: un pensatore che ha saputo unire rigore teorico e passione politica, un intellettuale capace di abitare la prigione del corpo e della Storia con una forza trasformatrice che ne fa, agli occhi di Pasolini, un martire e insieme un enigma. L’“epistola” dei Quaderni del carcere, nata nell’isolamento e nel dolore fisico, è percepita da Pasolini come una forma altissima e assoluta di scrittura: non semplice riflessione marxista, ma “linguaggio tragico”, parola scolpita dalla sofferenza, prossima alla poesia, al lamento epico. E tuttavia, proprio perché Gramsci è il simbolo di una razionalità socialista che crede ancora nella possibilità del progresso e nell’emancipazione delle masse, Pasolini non può seguirlo fino in fondo. Gli parla, lo elegge come interlocutore, lo rievoca nel celebre “Le ceneri di Gramsci” – ma già nel titolo quel nome appare come qualcosa di morto, polverizzato, consegnato alla pietra e al rimpianto.

Nel corpus pasoliniano, Gramsci diventa una figura di confronto e insieme un pretesto per misurare il fallimento della modernità. È il punto in cui la tradizione marxista si scontra con la furia lirica, con l’eros mitico, con l’idea che l’autenticità popolare sia stata annientata non dal capitalismo in sé, ma da un nuovo fascismo peggiore: quello consumista, quello televisivo, quello che ha sedotto le classi subalterne anziché emanciparle. È qui che Pasolini radicalizza il pensiero gramsciano, lo disarticola, ne fa detonare le categorie. L’egemonia non è più lo strumento attraverso cui si costruisce un consenso rivoluzionario, ma una trappola perversa: la lingua dei padroni ha ormai invaso i corpi e le coscienze, e la scuola, la televisione, i giornali – gli stessi strumenti della pedagogia gramsciana – si sono trasformati in veicoli del dominio.

Pasolini si scopre, allora, orfano. Non solo di Gramsci, ma di tutto ciò che Gramsci aveva creduto possibile: una sinistra capace di parlare alle masse, un’idea dialettica di Storia, un progresso fondato sulla cultura. Questo senso di orfanezza attraversa tutta la sua opera degli anni Sessanta e Settanta: dal Pasolini regista che mostra la disperazione di Accattone o la sacralità pagana di Edipo, al Pasolini corsaro e luterano che denuncia la “scomparsa delle lucciole” e la mutazione antropologica degli italiani. Gramsci è l’ombra buona e severa a cui rivolgersi quando tutto sembra crollare. Ma è anche la misura di un fallimento: quello di un progetto collettivo, di una cultura popolare non ancora colonizzata, di un’Italia che non ha saputo diventare moderna senza perdere l’anima.

Questo paradosso – Pasolini che cerca in Gramsci un fondamento per poi demolirlo – ha il carattere della tragedia greca. Ed è forse per questo che la loro relazione continua a parlarci, oggi, in maniera tanto urgente. Viviamo in un’epoca in cui l’intellettuale è stato espulso dal discorso pubblico o ridotto a opinionista. L’idea di cultura come strumento di emancipazione è diventata obsoleta, sostituita dalla logica della visibilità e del consenso algoritmico. In questo deserto, la figura di Gramsci sopravvive come icona accademica, mentre quella di Pasolini, ciclicamente riscoperta e fraintesa, viene invocata come simbolo di autenticità e scomodità. Ma ciò che conta non è tanto chi siano oggi i loro eredi, quanto come il loro confronto ci aiuti a pensare.

Pasolini ci insegna che l’intellettuale non è colui che fornisce risposte, ma colui che incarna una domanda. E che questa domanda, se vuole essere vera, deve essere radicale, deve mettere in crisi non solo i poteri costituiti ma anche le proprie convinzioni. Gramsci, da parte sua, ci ricorda che la cultura è sempre un campo di battaglia, e che ogni parola – ogni libro, ogni gesto – contribuisce a costruire una visione del mondo. Insieme, questi due uomini – così diversi, eppure così legati – ci offrono un’immagine possibile di ciò che potrebbe essere l’intellettuale oggi: non un sacerdote del sapere, né un artista isolato, ma un testimone del reale, un combattente, un poeta che conosce la Storia e uno storico che non rinuncia alla poesia.

Ecco dunque la verità più profonda di questo dialogo spezzato: la possibilità che anche nella sconfitta, anche nel disincanto, si possa trovare una forma di resistenza. Pasolini non ha mai smesso di scrivere contro il tempo, contro il potere, contro l’omologazione; ma lo ha fatto grazie a Gramsci, e forse contro Gramsci, e comunque in nome di una tensione che trascende entrambi. È questa tensione che dobbiamo custodire. Perché oggi, nel tempo della post-verità e della mercificazione integrale, è forse l’unica eredità che ancora può dirsi viva.



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