lunedì 1 giugno 2026
Posso raccontarvi una storia?
Non è una storia straordinaria. Nessuno morirà in circostanze misteriose. Nessuna rivoluzione cambierà il corso degli eventi. Nessuna epifania arriverà a illuminare il significato delle cose.
È una storia fatta di stanze, di notti, di silenzi e di giovinezza.
Ma forse è proprio per questo che vale la pena raccontarla.
Quando penso a quegli anni, non riesco mai a ricostruirli come una sequenza ordinata di avvenimenti. La memoria non funziona così. Non conserva i fatti. Conserva le atmosfere. Conserva la temperatura di una stanza, l'odore di un corridoio, il rumore di una porta che si chiude. Conserva dettagli apparentemente inutili e lascia evaporare tutto il resto.
Di quegli anni ricordo soprattutto la luce.
Una luce sporca, lattiginosa, che filtrava dalle finestre della casa in cui vivevamo.
Era una casa come tante eppure, nella memoria, è diventata un continente intero.
Le stanze erano poche. I mobili ancora meno. C'erano sedie che sembravano sopravvissute a un trasloco dimenticato, tavoli coperti di schizzi di colore, libri impilati senza alcun criterio, tazze lasciate ovunque. Ogni superficie era occupata da qualcosa. Eppure, paradossalmente, la casa sembrava vuota.
Forse perché eravamo vuoti noi.
Eravamo giovani.
Ma non giovani nel senso che attribuiamo normalmente alla parola.
La giovinezza, ci raccontano, è la stagione delle possibilità. È il tempo delle partenze, delle scoperte, dei progetti. È l'età in cui il futuro appare immenso e il mondo sembra disposto ad accogliere ogni desiderio.
Noi non avevamo nulla di tutto questo.
Il futuro ci appariva come una costruzione teorica, una specie di favola raccontata agli altri.
Non riuscivamo a immaginarci tra dieci anni.
Nemmeno tra cinque.
A volte nemmeno il giorno dopo.
Esisteva soltanto il presente.
Un presente assoluto, ingombrante, quasi fisico.
Vivevamo dentro le ore come si vive dentro una stanza senza finestre.
Non guardavamo avanti.
Non guardavamo indietro.
Ci limitavamo ad attraversare il tempo.
Era una forma di libertà?
Forse.
Era una forma di disperazione?
Forse anche quella.
Le due cose, in fondo, non sono così lontane come si pensa.
Ricordo lunghe mattine trascorse senza fare nulla.
Non il nulla produttivo che oggi viene venduto come meditazione o benessere.
Il nulla autentico.
Quello che mette a disagio.
Quello che obbliga a restare soli con i propri pensieri.
Ci svegliavamo tardi.
Preparavamo caffè troppo forti.
Accendevamo sigarette.
Restavamo seduti a osservare il fumo che saliva verso il soffitto.
Le ore scorrevano lentamente.
A volte nessuno parlava.
Eppure quel silenzio non era imbarazzante.
Era il linguaggio naturale della casa.
Le parole arrivavano solo quando erano necessarie.
Per il resto bastavano gli sguardi.
O la loro assenza.
Lui dipingeva.
Da qualche parte, a un certo punto della giornata, iniziava sempre a dipingere.
Non ricordo di averlo mai visto prepararsi.
Era come se il lavoro fosse già iniziato prima ancora che lui prendesse in mano un pennello.
Le tele invadevano ogni spazio disponibile.
Alcune erano finite.
Altre no.
Molte restavano incompiute per mesi.
Non perché mancasse la volontà di terminarle.
Semplicemente perché sembravano resistere.
Come se ogni quadro possedesse una volontà propria.
Lo osservavo spesso.
Non di nascosto.
Lui sapeva che lo guardavo.
Eppure non diceva nulla.
Muoveva il pennello lentamente.
Poi improvvisamente accelerava.
Si fermava.
Faceva qualche passo indietro.
Tornava avanti.
Cancellava ciò che aveva appena creato.
Ricominciava.
A volte avevo l'impressione che stesse combattendo contro qualcosa che solo lui poteva vedere.
Non dipingeva immagini.
Dipingeva tensioni.
Dipingeva fratture.
Dipingeva regioni invisibili dell'anima.
Ogni tela sembrava il frammento superstite di una catastrofe.
Io, invece, suonavo.
Il sax occupava una stanza intera.
Non fisicamente.
Emotivamente.
Era impossibile ignorarne la presenza.
Anche quando taceva.
Soprattutto quando taceva.
Passavo ore a esercitarmi.
Ripetevo le stesse scale.
Gli stessi passaggi.
Le stesse frasi musicali.
Non cercavo la perfezione.
La perfezione non mi interessava.
Cercavo qualcosa di molto più difficile.
Cercavo una voce.
Una voce che fosse mia.
Una voce capace di raccontare ciò che non riuscivo a dire.
Perché esistono cose che non sopportano il linguaggio.
Appena vengono nominate perdono consistenza.
Si impoveriscono.
Si trasformano in concetti.
La musica, invece, riusciva a restare vicina a quella zona oscura.
Ogni nota sembrava provenire da un luogo che non conoscevo.
Ogni improvvisazione era una spedizione verso territori interiori privi di mappe.
Molte volte fallivo.
Anzi, quasi sempre.
Ma il fallimento faceva parte del viaggio.
Forse era il viaggio stesso.
La sera, quando il sole cominciava a scendere dietro i tetti, la casa cambiava carattere.
Le ombre si allungavano.
Le stanze diventavano più grandi.
I rumori della città si attenuavano.
Era come se il mondo esterno arretrasse lentamente, lasciandoci soli dentro una piccola isola galleggiante.
Sono le sere che ricordo meglio.
Le sere in cui nessuno aveva nulla da fare.
Nessun appuntamento.
Nessuna responsabilità.
Nessun programma.
Solo il tempo.
Una quantità quasi scandalosa di tempo.
Oggi mi sembra incredibile.
Da adulti si passa la vita a cercare tempo.
Allora ne avevamo troppo.
E non sapevamo cosa farcene.
Così lo consumavamo.
Lo sprecavamo.
Lo lasciavamo evaporare.
Ma forse non era uno spreco.
Forse stavamo semplicemente vivendo.
Anche se non sapevamo chiamarlo così.
A volte uscivamo.
Camminavamo per ore.
Attraversavamo quartieri periferici, zone industriali, strade secondarie che sembravano dimenticate persino dalle mappe.
Non cercavamo nulla.
Era proprio questo il punto.
Camminare senza meta diventava una forma di resistenza contro l'ossessione contemporanea per gli obiettivi.
Il mondo sembrava pretendere continuamente una destinazione.
Noi ci ostinavamo a procedere senza averne una.
Forse era immaturità.
Forse era arroganza.
Forse era semplicemente stanchezza.
Ma in quella deriva c'era qualcosa di autentico.
Qualcosa che ancora oggi rimpiango.
Perché la vita adulta insegna a orientarsi.
Ma raramente insegna a perdersi.
Eppure alcune verità si trovano soltanto smarrendo la strada.
C'era una malinconia costante in quegli anni.
Non una malinconia spettacolare.
Non la malinconia romantica dei poeti.
Qualcosa di più discreto.
Più profondo.
Una specie di vibrazione sotterranea che accompagnava ogni cosa.
Ridevamo molto.
È vero.
Forse troppo.
Ma quelle risate avevano un suono particolare.
Come se provenissero da una ferita.
Come se cercassero continuamente di coprire qualcosa.
Nessuno di noi avrebbe saputo spiegare cosa.
Forse la paura di crescere.
Forse la paura di restare uguali.
Forse entrambe le cose.
Perché crescere significa perdere mondi.
E noi vivevamo in un mondo che sapevamo destinato a scomparire.
Lo intuivamo senza dircelo.
Ogni giorno che passava ci avvicinava alla fine di quell'equilibrio precario.
Prima o poi qualcuno sarebbe partito.
Prima o poi qualcuno si sarebbe innamorato.
Prima o poi sarebbe arrivato un lavoro.
Una responsabilità.
Una malattia.
Un lutto.
Qualunque cosa.
La vita, inevitabilmente, avrebbe bussato alla porta.
E la porta si sarebbe aperta.
Ma in quel momento non era ancora successo.
E così continuavamo a vivere come se il tempo fosse sospeso.
Come se il mondo avesse dimenticato la nostra esistenza.
Le notti erano il centro segreto di tutto.
Dopo mezzanotte la casa entrava in una dimensione diversa.
Le stanze sembravano galleggiare.
I rumori diminuivano.
Persino gli oggetti assumevano una consistenza differente.
Io suonavo.
Lui dipingeva.
Nessuno disturbava l'altro.
Nessuno cercava spiegazioni.
Eravamo vicini e lontani nello stesso istante.
Due solitudini parallele.
Due satelliti che orbitavano attorno allo stesso vuoto.
Credo che la nostra amicizia consistesse soprattutto in questo.
Nella possibilità di essere soli senza sentirsi abbandonati.
È una differenza enorme.
Forse la più importante.
Molti pensano che l'amicizia nasca dalla condivisione.
Io non ne sono più così sicuro.
Alcune amicizie nascono dal riconoscimento.
Dal vedere nell'altro una crepa simile alla propria.
Un'ombra familiare.
Una stessa incapacità di aderire completamente al mondo.
Noi ci riconoscevamo così.
Non nelle somiglianze.
Nelle mancanze.
Nelle assenze.
Nei vuoti.
Eravamo due persone incomplete che avevano smesso di fingere il contrario.
E forse, per questo motivo, riuscivamo a stare insieme.
Oggi, quando ripenso a quel periodo, non provo nostalgia nel senso tradizionale.
Non desidero tornarci.
Conosco troppo bene le sue ombre.
Ricordo l'incertezza.
La fragilità.
Le paure.
Ricordo le giornate in cui tutto sembrava inutile.
Ricordo la sensazione di non appartenere a nulla.
Eppure continuo a tornare lì con la memoria.
Perché in mezzo a quella confusione esisteva una sincerità che raramente ho ritrovato altrove.
Eravamo persi.
Completamente persi.
Ma almeno lo sapevamo.
Non fingevamo di avere risposte.
Non costruivamo identità solide per proteggerci.
Non trasformavamo l'incertezza in spettacolo.
La abitavamo.
E basta.
Forse è questo il vero centro della storia.
Non la musica.
Non la pittura.
Non la casa.
Non l'amicizia.
Ma la possibilità, per un breve tratto dell'esistenza, di vivere dentro una domanda senza pretendere una risposta.
Perché la giovinezza, almeno quella che abbiamo conosciuto noi, non era una promessa di felicità.
Era una lunga interrogazione aperta.
Un corridoio pieno di porte chiuse.
Un viaggio senza mappa.
Una caduta senza fondo.
Eppure, dentro quella caduta, esisteva una forma misteriosa di grazia.
La grazia di chi non sa dove sta andando.
La grazia di chi continua comunque a camminare.
La grazia di chi condivide il proprio smarrimento con un altro essere umano e, senza bisogno di parole, scopre che anche questo può essere una forma d'amore.
Forse non eravamo felici.
Forse non eravamo nemmeno liberi.
Ma eravamo vivi.
Di una vita inquieta, incompleta, contraddittoria.
E oggi, a distanza di tanti anni, è proprio quella vita che continua a tornare.
Come una nota lontana.
Come il colore sbiadito di una tela.
Come una voce che arriva da una stanza ormai vuota e che, ostinatamente, continua a raccontare la stessa storia.
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