mercoledì 3 giugno 2026
Michelangelo Pistoletto: Il santo che manca all’arte
La notizia è di quelle che sembrano costruite appositamente per la velocità della circolazione contemporanea. Michelangelo Pistoletto, uno degli artisti italiani più influenti del secondo Novecento e del nuovo secolo, ad Assisi proclama Papa Francesco "Primo Santo dell’Arte". Bastano poche parole e il meccanismo è perfetto: i giornali titolano, i social commentano, qualcuno applaude, qualcuno si scandalizza, qualcuno liquida tutto come una trovata pubblicitaria, qualcuno vi legge invece un gesto visionario.
Ma la velocità è quasi sempre il peggior nemico della comprensione.
Perché se ci si limita all’episodio, alla formula, alla dichiarazione, il rischio è quello di perdere completamente il significato culturale di ciò che sta accadendo. Non tanto perché l’operazione di Pistoletto sia necessariamente riuscita o convincente, ma perché essa sembra intercettare una tensione molto più profonda che attraversa l’arte contemporanea da almeno vent’anni e che oggi appare sempre più evidente.
La domanda che emerge da Assisi non riguarda infatti Papa Francesco.
Riguarda l’arte.
Riguarda il bisogno dell’arte.
Riguarda la sua crescente difficoltà a giustificare la propria esistenza attraverso gli strumenti che per decenni ha considerato sufficienti.
Per comprendere il significato di questa vicenda bisogna forse fare un passo indietro.
Per oltre un secolo l’arte contemporanea ha costruito la propria identità attraverso una lunga opera di demolizione. Ha demolito i linguaggi tradizionali, ha demolito l’idea di bellezza come valore assoluto, ha demolito la rappresentazione, ha demolito le gerarchie culturali, ha demolito l’autorità della storia, ha demolito la centralità dell’autore, ha demolito il concetto stesso di opera.
Ogni generazione sembrava definire il proprio ruolo attraverso l’abbattimento di qualcosa.
Le avanguardie hanno abbattuto l’accademia.
Le neoavanguardie hanno abbattuto l’idea romantica dell’artista.
L’arte concettuale ha abbattuto la centralità dell’oggetto.
Le pratiche relazionali hanno abbattuto la separazione tra arte e vita.
Le estetiche partecipative hanno abbattuto la figura dello spettatore passivo.
La critica istituzionale ha abbattuto l’illusione di neutralità dei musei.
Ogni fase della storia recente dell’arte è stata accompagnata da un gesto di sottrazione.
Quasi sempre legittimo.
Spesso necessario.
Talvolta persino eroico.
Ma nessuna cultura può vivere esclusivamente di demolizioni.
A un certo punto emerge inevitabilmente una domanda.
Dopo avere smontato tutto, cosa rimane?
Dopo avere decostruito ogni mito, come si costruisce una comunità?
Dopo avere denunciato ogni forma di autorità, da dove nasce l’autorevolezza?
Dopo avere desacralizzato il mondo, cosa può ancora essere considerato degno di venerazione?
Sono domande enormi.
Eppure sembrano affacciarsi silenziosamente dietro il gesto di Pistoletto.
Perché la figura del santo è, prima di tutto, una risposta culturale a una domanda di orientamento.
Le società producono santi quando sentono il bisogno di indicare un esempio.
Producono santi quando desiderano trasformare una vita individuale in un patrimonio collettivo.
Producono santi quando vogliono affermare che alcune esistenze contengono un valore simbolico superiore.
La santità, prima ancora che un concetto religioso, è una tecnologia narrativa.
È il modo con cui una comunità organizza il proprio desiderio di significato.
Per questo motivo la formula di Pistoletto non può essere archiviata come semplice provocazione.
Perché introduce dentro il linguaggio dell’arte una categoria che appartiene a un universo molto diverso.
Per decenni l’arte contemporanea ha diffidato delle categorie forti.
Ha diffidato dell’eroismo.
Ha diffidato dell’esemplarità.
Ha diffidato della verità.
Ha diffidato perfino della speranza.
La figura dell’artista era diventata quella del sabotatore, del decostruttore, del soggetto critico incaricato di rivelare contraddizioni.
Oggi, invece, assistiamo a qualcosa di differente.
Sempre più spesso l’arte parla di cura.
Parla di sostenibilità.
Parla di comunità.
Parla di inclusione.
Parla di responsabilità.
Parla di riconciliazione.
Parla di pace.
Parla di guarigione.
È come se il sistema artistico, dopo aver trascorso decenni a denunciare le ferite del mondo, avesse iniziato a cercare strumenti per suturarle.
Il problema è che le competenze necessarie per demolire non coincidono necessariamente con quelle necessarie per costruire.
E allora emerge una strana situazione.
L’arte possiede ancora un enorme capitale simbolico, ma sembra sempre meno sicura del proprio ruolo.
Organizza conferenze sul cambiamento climatico.
Promuove pratiche partecipative.
Sviluppa progetti sociali.
Dialoga con la pedagogia.
Dialoga con la politica.
Dialoga con l’ecologia.
Dialoga con la spiritualità.
Ma proprio mentre estende il proprio raggio d’azione, sembra perdere la capacità di definire con precisione il proprio territorio.
Che cos’è oggi l’arte?
Una domanda apparentemente banale.
Eppure sempre più difficile.
Una volta la risposta era relativamente semplice.
L’arte produceva immagini.
Poi produceva oggetti.
Poi produceva idee.
Poi produceva relazioni.
Poi produceva processi.
Oggi sembra voler produrre trasformazioni.
E qui emerge il legame profondo con il pensiero di Pistoletto.
Da molti anni la sua ricerca insiste sulla necessità di superare il confine tra arte e vita. Il celebre concetto di Terzo Paradiso non è soltanto una proposta estetica; è un progetto di rifondazione simbolica del rapporto tra umanità, natura e tecnologia.
In questa prospettiva, l’artista non è più semplicemente un produttore di opere.
Diventa un agente di trasformazione.
Una figura che opera all’interno della realtà sociale.
Una figura che aspira a modificare concretamente il mondo.
Se si accetta questa impostazione, allora la proclamazione di un Santo dell’Arte appare perfettamente coerente.
Perché se l’arte vuole intervenire nella realtà, allora ha bisogno di esempi.
Ha bisogno di figure.
Ha bisogno di incarnazioni.
Ha bisogno di corpi simbolici.
In altre parole, ha bisogno di santi.
Ed è proprio qui che la questione diventa inquietante.
Perché ogni volta che una cultura sente il bisogno di santi, significa che sta cercando qualcosa che ha smarrito.
La santità non nasce nei momenti di equilibrio.
Nasce nei momenti di crisi.
Nasce quando una comunità non sa più bene chi è.
Nasce quando i criteri di orientamento si indeboliscono.
Nasce quando il futuro appare opaco.
Nasce quando il presente sembra insufficiente.
Da questo punto di vista la figura di Francesco è quasi secondaria.
Potrebbe essere lui.
Potrebbe essere un’altra personalità.
Ciò che conta è il meccanismo.
L’arte contemporanea sembra improvvisamente desiderosa di identificare figure che possano funzionare come condensatori morali.
Figure capaci di restituire una direzione.
Figure capaci di incarnare valori.
Figure capaci di offrire un racconto condivisibile.
E qui si apre un problema che raramente viene affrontato.
Perché l’arte contemporanea ha trascorso gran parte della propria storia recente opponendosi proprio a questo tipo di operazioni.
Ha criticato le narrazioni totalizzanti.
Ha criticato i processi di mitizzazione.
Ha criticato la costruzione degli eroi.
Ha criticato la trasformazione degli individui in simboli.
Ora sembra invece impegnata a fare esattamente il contrario.
Naturalmente con intenzioni diverse.
Naturalmente con maggiore consapevolezza.
Naturalmente senza le pretese assolute delle religioni o delle ideologie.
Ma il movimento generale appare sorprendentemente simile.
E questo rivela una verità che il mondo dell’arte fatica spesso ad ammettere.
Gli esseri umani non vivono soltanto di critica.
Non vivono soltanto di analisi.
Non vivono soltanto di smascheramenti.
Hanno bisogno di simboli.
Hanno bisogno di racconti.
Hanno bisogno di esempi.
Hanno bisogno di figure capaci di organizzare il desiderio collettivo.
Per anni si è creduto che bastasse distruggere i vecchi miti.
Oggi si scopre che il problema non era la presenza dei miti.
Era la loro qualità.
Perché il mito non scompare.
Cambia forma.
Migra.
Si traveste.
Riemerge altrove.
L’arte contemporanea, che per decenni ha denunciato le mitologie del potere, sembra oggi impegnata a costruire nuove mitologie della responsabilità.
E forse è proprio questo il significato più profondo della vicenda di Assisi.
Non la canonizzazione simbolica di Francesco.
Ma il tentativo dell’arte di canonizzare se stessa.
Di riaffermare la propria centralità.
Di attribuirsi una funzione storica che negli ultimi decenni è apparsa sempre più incerta.
Perché quando l’arte proclama un santo, implicitamente sta proclamando anche la propria autorità nel riconoscerlo.
Sta dicendo: siamo ancora in grado di stabilire ciò che conta.
Siamo ancora in grado di produrre significato.
Siamo ancora in grado di indicare direzioni.
Siamo ancora in grado di costruire valori condivisi.
È una rivendicazione enorme.
Forse persino più grande della figura che viene celebrata.
Ed è qui che il gesto di Pistoletto smette di essere un semplice episodio espositivo per trasformarsi in un sintomo.
Il sintomo di un’arte contemporanea che, dopo avere trascorso un secolo a mettere in discussione ogni forma di trascendenza, sembra oggi attraversata da una nostalgia della trascendenza stessa.
Non necessariamente religiosa.
Non necessariamente metafisica.
Ma simbolica.
Culturale.
Comunitaria.
La nostalgia di un linguaggio capace di unire anziché soltanto dividere.
La nostalgia di una funzione che non sia soltanto critica ma anche costruttiva.
La nostalgia di un’autorità che non coincida con il potere.
La nostalgia di una credibilità che non dipenda esclusivamente dal mercato o dalle istituzioni.
In fondo la domanda che emerge da Assisi è semplice e terribile.
Può l’arte tornare a essere un luogo di orientamento collettivo?
Oppure ogni tentativo in questa direzione è destinato a trasformarsi in una liturgia simbolica per addetti ai lavori?
È una domanda che riguarda molto più del destino di una mostra.
Riguarda il ruolo stesso della cultura nel XXI secolo.
E forse il vero interesse del gesto di Pistoletto non consiste nella risposta che propone, ma nel fatto di avere reso visibile questa domanda.
Una domanda che il sistema dell’arte preferisce spesso evitare.
Perché costringe a guardare dentro una contraddizione profonda: dopo avere trascorso decenni a proclamare la fine delle autorità, delle verità e delle figure esemplari, l’arte sembra oggi cercare disperatamente nuove forme di autorevolezza, nuove verità condivisibili e nuove figure esemplari.
In altre parole, sembra cercare proprio ciò che aveva dichiarato superato.
E forse il Santo dell’Arte non è Francesco.
Forse il vero santo evocato da questa operazione è l’idea stessa di una funzione pubblica dell’arte: una funzione che il sistema artistico continua a inseguire, a perdere, a reinventare e a rimpiangere. Una funzione che ritorna come un fantasma ogni volta che l’arte avverte di non bastare più a se stessa e sente il bisogno di uscire dai propri confini per cercare, nel linguaggio della morale, della spiritualità e della comunità, quella legittimazione che il solo linguaggio estetico non sembra più in grado di garantire. E allora il santo non è soltanto una figura. È il segnale di una mancanza. Il nome dato a un vuoto. La forma simbolica attraverso cui l’arte contemporanea tenta di convincersi che, nonostante tutto, abbia ancora qualcosa di decisivo da dire sul modo in cui gli esseri umani scelgono di vivere insieme.
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