sabato 20 giugno 2026

Brano inedito di "El Horno"

Skeeen dice che bisogna diffidare delle persone che hanno sempre un'opinione pronta. Di quelle che sanno distinguere il bene dal male senza esitazioni, il bello dal brutto, il giusto dallo sbagliato, gli innocenti dai colpevoli. Dice che sono persone fortunate, o forse semplicemente persone che hanno visto troppo poco. La vita, almeno quella che lui conosce, non si lascia dividere con tanta facilità. È una sostanza sporca, un amalgama di desideri, paure, menzogne e improvvise illuminazioni. È un impasto mal riuscito che continua ostinatamente a lievitare. Skeeen dice che il primo errore degli uomini è avere inventato le categorie. Hanno classificato gli animali, le stelle, le piante, i minerali. Poi hanno classificato gli esseri umani. Normali e anormali. Sani e malati. Puri e impuri. Onesti e delinquenti. Maschi e femmine. Credenti e miscredenti. Vincitori e sconfitti. Come se il mondo fosse una biblioteca ordinata e non un incendio. A Skeeen gli incendi sono sempre piaciuti. Non quelli che divorano le case. Quelli che divorano le certezze. Dice che un incendio è democratico. Brucia il palazzo e la baracca. Il ritratto del santo e la fotografia pornografica. La lettera d'amore e il contratto di vendita. Il certificato di nascita e il testamento. Il fuoco non fa classifiche. Il fuoco trasforma. Forse per questo El Horno gli è sembrato fin dall'inizio il posto più sincero del mondo. Perché un forno non è buono né cattivo. Fa il suo mestiere. Cuoce. Consuma. Trasfigura. Restituisce qualcosa che non è più quello che era entrato. Anche gli esseri umani, pensa Skeeen, sono fatti per attraversare il fuoco. Il problema è che quasi tutti hanno paura di bruciarsi. E allora si costruiscono identità solide. Professioni. Famiglie. Reputazioni. Ideologie. Religioni. Patrie. Comunità. Recinti. Skeeen non ride di queste cose. Le guarda con una specie di malinconia. Sa che sono necessarie. Sa che gli esseri umani hanno bisogno di sentirsi al sicuro. Ma sa anche che basta poco. Una guerra. Una malattia. Un tradimento. Un amore. Una morte. Un incontro. Ed ecco che tutte le impalcature cadono. E rimane soltanto una creatura spaventata che cerca qualcuno a cui raccontare la propria storia. Skeeen ascolta molto. Parla poco. Quando incontra qualcuno non si domanda mai chi sia. Si domanda che cosa gli sia successo. Gli sembra una domanda migliore. Perché le persone sono quasi sempre il risultato di qualcosa che è accaduto loro. Un padre che se n'è andato. Una madre troppo presente. Un amore perduto. Un'umiliazione. Una fame. Una guerra. Una carezza arrivata troppo tardi. Una parola mai pronunciata. Skeeen dice che ogni essere umano è un incidente. E che pretendere di giudicarlo significa non aver capito come funziona il mondo. Ha conosciuto uomini che vendevano il proprio corpo e custodivano una tenerezza infinita. Ha conosciuto uomini irreprensibili che usavano la rispettabilità come un coltello. Ha visto delinquenti piangere per un cane ferito. Ha visto persone devote distruggere i figli in nome dell'amore. Ha visto troppa confusione per credere ancora nelle etichette. Dice che il sublime e l'orribile dormono nello stesso letto. E spesso indossano gli stessi vestiti. Ha imparato che un bordello può essere più sincero di un parlamento. Che una cucina popolare può produrre più miracoli di una cattedrale. Che un ubriaco può dire una verità che un filosofo cercherà inutilmente per tutta la vita. Che una prostituta può conoscere il significato della compassione meglio di un santo. Non lo dice per provocazione. La provocazione gli interessa poco. Lo dice perché ha visto. Perché ha attraversato luoghi dove la gente perbene non entra. E soprattutto perché ha attraversato luoghi rispettabilissimi che gli hanno fatto molta più paura. Skeeen ha una teoria. Dice che gli esseri umani non hanno davvero paura del male. Hanno paura della contaminazione. Hanno paura di scoprire che il male gli assomiglia. Che potrebbero compierlo. Che lo hanno già compiuto. In forma piccola. Quotidiana. Educata. Una cattiveria detta sorridendo. Un abbandono giustificato. Una vigliaccheria elegante. Una crudeltà burocratica. Le grandi mostruosità, dice Skeeen, sono rare. Le piccole sono dappertutto. Ed è per questo che non giudica. O almeno ci prova. Perché sa che dentro di sé abita la stessa oscurità che vede negli altri. Dice che chi non riconosce il proprio mostro finirà inevitabilmente per perseguitare quello degli altri. E allora costruirà tribunali. Prigioni. Roghi. Liste di proscrizione. Confini. Muri. Categorie. Per non dover guardare il proprio riflesso. Skeeen non crede nell'innocenza. Ma non crede neppure nella colpa eterna. Gli sembra una forma di pigrizia. Una persona non è il peggiore gesto che ha compiuto. Come non è il migliore. Una persona è la lotta continua tra quello che è stata e quello che potrebbe ancora diventare. Per questo ascolta. Per questo attraversa. Per questo resta. Gli piace pensare che ogni incontro sia una biblioteca andata a fuoco. Qualche pagina è sopravvissuta. Qualche parola si riesce ancora a leggere. Il resto bisogna immaginarlo. Skeeen dice che l'amore è una forma di archeologia. Scavi nelle rovine di qualcuno sperando di trovare un frammento di bellezza. E spesso trovi soltanto altre rovine. Ma qualche volta trovi una moneta. Una statuetta. Un osso. Una piccola prova che qualcuno è vissuto davvero. E allora il viaggio è valso la pena. Skeeen non ama le persone perfette. Gli sembrano disumane. Preferisce le creature difettose. Quelle che hanno conosciuto la fame. La vergogna. Il desiderio. La perdita. La dipendenza. La solitudine. Perché hanno sviluppato un organo che gli altri spesso non possiedono. La compassione. Non quella dei benefattori. Quella dei sopravvissuti. La compassione di chi riconosce nell'altro una ferita simile alla propria. Dice che l'umanità è questo. Un'immensa confraternita di feriti che fingono di stare bene. Alcuni recitano meglio. Altri peggio. Ma la recita è universale. E forse è proprio questa la ragione per cui continua a mescolare alto e basso, sublime e osceno, poesia e bestemmia, filosofia e pornografia, santità e perdizione. Perché sospetta che Dio, se davvero esiste, abbia un pessimo gusto per le classificazioni. Che ami i bastardi. I meticci. Gli ibridi. Le creature di confine. Gli esseri incompiuti. Quelli che non appartengono del tutto a nessun luogo. Quelli che sbagliano strada. Quelli che cambiano nome. Quelli che perdono la fede e poi la ritrovano nel corpo di uno sconosciuto. Quelli che continuano a cercare anche quando non sanno più che cosa stanno cercando. E se Skeeen ha imparato qualcosa attraversando El Horno, è che l'inferno non è il luogo in cui finiscono i peccatori. L'inferno è il luogo dove finiscono le persone che hanno smesso di provare curiosità per gli altri. Quelle che credono di aver capito tutto. Quelle che non fanno più domande. Quelle che trasformano un essere umano in una sentenza. Per questo Skeeen dice che il peccato più grave non è desiderare troppo, amare troppo, bere troppo, sbagliare troppo o vivere troppo. Il peccato più grave è guardare qualcuno e pensare di averlo già compreso. Perché ogni essere umano è un forno acceso: da fuori si vede soltanto la crosta, ma dentro continuano a bruciare legna antica, foreste intere di ricordi, animali estinti, case perdute, amori impossibili, madri, figli, padri, dèi e demoni. E chi pretende di giudicare senza avvicinare il volto a quel fuoco non conosce nulla del mondo. Conosce soltanto la propria paura. E la paura, dice Skeeen, è l'unica religione che abbia davvero conquistato gli uomini.

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