Si era detto, con quella voce interna che non ha bisogno di alzarsi per essere ascoltata, che avrebbe accettato. Che avrebbe ceduto, almeno per una volta, a una proposta che non gli apparteneva davvero. Non era entusiasmo, il suo, ma una forma più sottile di resa: la sensazione che rifiutare, ancora una volta, avrebbe significato confermare qualcosa di sé che cominciava a stargli stretto. Si era spiegato che non sarebbe cambiato nulla, che un pomeriggio non ha il potere di riscrivere una persona, che si trattava solo di attraversare uno spazio e poi tornare indietro, intatto. L’altro, invece, gli aveva fatto intendere che le cose non funzionano così, che esistono giorni che non si limitano a passare, ma incidono, spostano, anche senza chiedere il permesso. Gli aveva detto, in modo più o meno esplicito, che restare fermi è una forma di illusione, che il movimento, anche minimo, è già una trasformazione.
Durante il tragitto, mentre il paesaggio scorreva senza lasciare traccia, gli era stato ripetuto più volte che si sarebbero divertiti, che non c’era motivo di preoccuparsi, che tutto sarebbe stato semplice. Lui aveva fatto notare che la semplicità non si decide, che spesso è una costruzione degli altri, un invito che non tiene conto di chi lo riceve. Gli era stato risposto che stava complicando qualcosa che non lo era, che bastava lasciarsi andare. Lui aveva pensato che “lasciarsi andare” è una delle espressioni più ambigue che esistano, perché non dice mai verso cosa. Aveva comunque scelto di non insistere, di non trasformare quel breve tragitto in una discussione destinata a non risolversi.
Arrivato, aveva percepito subito una sorta di scarto tra sé e ciò che lo circondava. Non era solo una questione di suoni o luci, ma di ritmo. Tutto sembrava muoversi secondo una logica che lui non riconosceva. Si era detto che avrebbe mantenuto una distanza, che avrebbe osservato senza partecipare davvero, come si osserva una scena che non ci riguarda. Quando gli era stato chiesto cosa volesse bere, aveva risposto scegliendo qualcosa di neutro, quasi a voler preservare un margine di controllo. L’altro aveva ribattuto che non era il momento della neutralità, che ogni tanto bisognava prendere posizione anche nei dettagli più insignificanti. Aveva ordinato per entrambi, con una decisione che non lasciava spazio a repliche. Lui aveva accettato, giustificandosi che opporsi avrebbe dato a quel gesto un’importanza che non meritava.
Seduto ai margini, aveva ascoltato commenti che lo invitavano a entrare, a partecipare, a non restare fuori. Gli era stato fatto notare che il mondo non si limita a ciò che si conosce, che esiste una varietà di possibilità che aspettano solo di essere riconosciute. Lui aveva risposto, almeno dentro di sé, che non tutto ciò che è possibile è necessario, che scegliere implica anche escludere. Eppure, mentre sosteneva questa posizione, si accorgeva che lo sguardo si muoveva, che cercava qualcosa senza dichiararlo.
A un certo punto, gli era stato suggerito — più con uno sguardo che con parole — di osservare qualcuno in particolare. Aveva seguito quella direzione e aveva percepito subito una differenza. Non era una qualità evidente, ma una dissonanza leggera, una mancanza di perfetta coincidenza tra il corpo e la musica. Si era detto che proprio lì risiedeva l’interesse, in quella imperfezione che non cercava di correggersi. Aveva pensato che forse riconosceva qualcosa di sé in quella esitazione.
Si era fermato per un istante, valutando se restare dov’era o intervenire. Si era detto che non sarebbe successo nulla, che la giornata avrebbe seguito il suo corso indipendentemente da lui. Poi aveva pensato che proprio questo lo autorizzava a fare un passo, a introdurre una minima variazione.
Avvicinandosi, aveva lasciato intendere che gli avrebbe fatto piacere condividere quel momento. Non c’era sicurezza nella richiesta, ma nemmeno una vera incertezza: piuttosto, una disponibilità. Gli era stato risposto con un’esitazione che non era rifiuto, ma nemmeno immediata adesione. Poi era arrivato un consenso, e questo lo aveva sorpreso più di quanto avrebbe fatto un no.
Mentre si muovevano, gli era stato chiesto il nome, e aveva risposto con una naturalezza che non si aspettava. Aveva chiesto a sua volta, cercando di trattenere l’impressione che quel nome gli sarebbe rimasto. Gli era stato detto che era un bel nome, accompagnato da un riferimento familiare che aveva funzionato come una sorta di garanzia implicita. Lui aveva accolto quella frase con un sorriso che conteneva più sollievo che vanità.
Si era trovato a proporre di uscire, di spostarsi altrove, come se sentisse che quel contesto non poteva contenere ciò che stava accadendo. Gli era stato fatto capire che l’idea non dispiaceva, che anche l’altro percepiva la necessità di una distanza. All’amico aveva comunicato che si sarebbero rivisti dopo, ricevendo in cambio una risposta che conteneva ironia e complicità, come se tutto fosse già scritto.
Camminando, gli era stato raccontato qualcosa della vita dell’altro, con una semplicità che non cercava di impressionare. Lui aveva risposto introducendo una lieve distorsione della propria realtà, convincendosi che fosse una protezione, non una falsità. Gli era stato chiesto come fosse arrivato lì, e aveva riconosciuto una simmetria nelle circostanze, come se quella giornata avesse costruito un incontro inevitabile.
Aveva domandato se studiasse o lavorasse, e la risposta lo aveva colpito per la sua chiarezza. Si era detto che certe scelte non chiedono spiegazioni, che si impongono da sole. Aveva evitato di approfondire, come se il rispetto passasse anche dal non insistere.
Arrivati vicino all’acqua, il dialogo si era rarefatto fino quasi a dissolversi. Aveva fatto notare l’aria più fredda, ma nel dirlo aveva già deciso di ridurre la distanza. L’altro non si era sottratto, e quel contatto si era stabilito senza bisogno di giustificazioni. Si era accorto che quel gesto, semplice in apparenza, modificava la percezione di tutto ciò che li circondava.
Gli era stato proposto di prendere una giacca, con una motivazione pratica e una promessa implicita. Gli era stato risposto che non sarebbe stato possibile accettare, che ci sarebbero state troppe spiegazioni da dare. Lui aveva capito che quella risposta conteneva un limite che non andava forzato, e aveva scelto di non chiedere altro.
Quando il tempo aveva cominciato a contrarsi, gli era stato detto che bisognava andare, ma anche che si poteva pensare a un nuovo incontro. Lui aveva risposto con un entusiasmo che cercava di contenere, come se temesse di esporsi troppo. Avevano stabilito un luogo preciso, quasi a voler dare a quell’accordo una forma concreta.
Guardandolo allontanarsi, si era detto che non avrebbe dovuto fermarlo, che trattenere avrebbe introdotto una tensione inutile. Si era convinto che lasciare andare fosse una forma di rispetto, non una rinuncia.
Quando l’amico era tornato, gli era stato chiesto come fosse andata, con un tono che mescolava curiosità e conferma. Lui aveva risposto senza entrare nei dettagli, ma abbastanza perché l’altro capisse. Gli era stato detto che non doveva lasciarsi sfuggire quell’occasione, con una serietà che rompeva la leggerezza iniziale.
Nei giorni successivi, si era detto che avrebbe aspettato, che non avrebbe forzato nulla, che avrebbe lasciato che le cose si disponessero da sole. Si era accorto che l’attesa prendeva consistenza, che non era vuota ma piena di immagini, di ipotesi, di possibilità.
Scrivendo, aveva cercato di trattenere quella sensazione, di darle una forma che non la tradisse. Si era detto che le parole potevano funzionare come un contenitore, anche se imperfetto.
E continuava a ripetersi, con una cautela che ormai somigliava a una dichiarazione, che non si trattava di qualcosa di provvisorio. Che forse, per una volta, ciò che stava iniziando non aveva bisogno di essere ridotto a un episodio. Che poteva esistere una continuità, anche se ancora non sapeva come.
E in questa ripetizione, che all’inizio sembrava solo un pensiero, aveva iniziato a riconoscere una forma di convinzione. Non ancora certezza, ma qualcosa che le si avvicinava abbastanza da non poter essere ignorato.
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