Chi elude il gendarme di aspettare non compie un atto eroico. Non scardina le porte. Non grida alla libertà. Piuttosto si lascia svuotare lentamente, come un bicchiere lasciato in terrazza sotto la pioggia, finché non resta che il fondo intorbidito di ciò che è stato. È una forma di apnea, ma senza corpo da salvare.
Aspettare è diventato un comando inespresso. È l’ordine che si insinua tra i denti mentre si stringono le mascelle. È il verbo che rimbalza dentro ogni email rimasta in bozza, ogni saluto che avrebbe potuto iniziare qualcosa ma invece si è consumato come l’accensione fallita di un fiammifero. Chi aspetta è prigioniero. Chi elude l’attesa è un disertore senz’armi.
Le ronde non passano più col clangore metallico dei tempi andati. Ora si muovono lievi, portano uniformi invisibili, e si chiamano algoritmi, timer, notifiche che sfarfallano sul bordo dello schermo come insetti ciechi. Non bussano, ma entrano. Non accusano, ma ricordano. È peggio. Chi spezza la ronda non viene punito, viene dimenticato.
Contorcere il lenzuolo è l’unico gesto che rimane. Non è nemmeno rabbia: è un automatismo, un tic dell’anima che tenta di graffiare la notte. Nessun suono. Solo le fibre tirate, le dita che stringono per sentire un corpo dove non c’è più nulla. Le ombre assistono, testimoni stanche. Si stirano lungo i muri, si infilano tra le pieghe dei cuscini, si accovacciano nei pressi della sedia, quella con la maglia ancora appoggiata, rimasta lì da giorni. Nessuno la tocca. Nessuno la indossa.
Il computer è spento. Un atto di difesa. Come coprire uno specchio durante un lutto. Troppo rischioso guardare dentro. Troppo pericoloso attendere che qualcosa si accenda, che qualcosa chieda risposta. Lo schermo nero riflette solo la finestra chiusa, il soffitto screpolato, un viso che non è più riconoscibile.
Accanto, un oggetto piccolo. Una cosa insignificante, di uso comune. Potrebbe essere un accendino. O una boccetta. O un biglietto. Non importa. La sua funzione è nota: è la misura del limite. È la soglia su cui si posa il pensiero quando le parole mancano. Non è un simbolo. È un modo per sapere che si potrebbe. Che si può. Ma non si deve. Non ancora.
Bruciare. Non per diventare luce, né per scaldare altri. Bruciare per cessare di avere forma. Per farsi cenere, e niente di più. Alcuni parlano d’amore come se fosse una redenzione. Ma ciò che è stato, ciò che si è creduto tale, era solo un riflesso stanco in un fondale di cialtroneria. Un amore da fiera di paese, tutto paillettes e catrame. Ti voleva ultimo. Ti voleva nesso. Ti voleva collante per una frattura che non era tua.
Il pane, almeno, era vero. Lo spaccio sotto casa — chiamarlo forno era troppo — aveva una luce gialla che resisteva. Lì si barattavano saluti e briciole. Ora è parapiglia. Non perché manchi la farina, ma perché manca la fame. Nessuno ha più fame di pane. Hanno fame di tregua. Di smentite. Di errori che non siano da pagare.
Ogni gesto è diventato arringa. Ogni silenzio, un reato. Ogni scelta, una sciagura già preannunciata. L’ennesima. Eppure si continua. Si poggiano i piedi per terra con cautela, come se potesse cedere il pavimento. Si guardano i muri, nella speranza che accennino qualcosa, un consiglio, una crepa, un segno. Ma non parlano. Non sanno.
Il tempo, dentro questa stanza, è fatto di insetti lentissimi. Si muovono lungo la cornice della porta, si fermano a ogni passo, come a prendere fiato. Sono loro la vera misura. Non l’orologio al polso, che ha smesso di battere. Non il calendario, sbiadito da un’estate che non tornerà.
Fuori, una macchina passa ogni tanto. È sempre la stessa, o almeno sembra. La si riconosce dal suono irregolare del motore, come un singhiozzo trattenuto. Si ferma al semaforo, riparte, svanisce. Potrebbe essere chiunque. Nessuno viene davvero qui. Nessuno suona. Nessuno bussa.
C’è un cassetto che non si apre da mesi. Contiene lettere mai spedite, scontrini, un bottone cucito male. Forse anche una chiave. La chiave di qualcosa che non esiste più. Una scatola, forse. Un armadietto. Un portone. O una promessa. Quella detta a bassa voce, che avrebbe dovuto restare.
Il corpo, nel frattempo, non protesta. Si è adattato. Ha imparato la geometria della resa. Dorme con un occhio aperto, ma non per paura. Per mancanza di sogni. Nessun sogno vale lo sforzo di chiudere gli occhi. Eppure ogni notte si ripete. Si torna a quella posizione, si piegano le ginocchia, si gira il volto verso il muro.
C’era un tempo in cui anche il pianto era una forma di dialogo. Ora è soltanto umidità. Qualcosa che scende, senza origine precisa. Come una perdita. Come un rubinetto che gocciola altrove, in un’altra stanza, in un’altra vita.
La bara è una parola che si finge oggetto. Non è presente davvero. Non c’è un legno, non c’è un odore. Ma c’è. Sta accanto. È il simbolo che si fa mobile, presiede il lato sinistro della coscienza. Non reclama, non incombe. Ma suggerisce. E il suggerimento è sufficiente. Accende qualcosa. Un’urgenza che non ha nome, ma solo direzione.
Amore, quel ridicolo, ha avuto la forma di un abbraccio sgraziato. Un nodo malfatto. Un tentativo di complicità tra chi non sa giocare. Era buono solo all’inizio, come le caramelle alla menta nei distributori automatici. Poi si è sbriciolato. Ha lasciato un gusto amarognolo, e denti stretti.
Tutti parlavano di redenzione, di fiducia, di camminare insieme. Ma erano solo parole per coprire il vuoto. Per evitare il silenzio che arriva dopo. Il silenzio vero, quello in cui si riconoscono le voci. Quello in cui si sa chi si è stati, e quanto poco resta.
La sciagura, alla fine, non è nel gesto. È nel tempo in cui accade. Sempre troppo tardi. Sempre quando nessuno guarda. Sempre quando l’uditorio ha già voltato pagina, ha già acceso la prossima serie, ha già scrollato abbastanza da dimenticare.
E allora si resta. Non per eroismo. Non per ostinazione. Ma perché non si ha altro. Si resta a guardare il soffitto. A sentire le ombre cambiare posto. A domandarsi se esista, da qualche parte, un gendarme che sia disposto non a punire, ma a capire. Anche solo un attimo prima che si spenga l’ultima luce.
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