venerdì 12 giugno 2026
È morto Ciro Cascina
È difficile raccontarlo attraverso gli elenchi. Poeta, scrittore, attore, artista, attivista. Ogni parola aggiunge qualcosa e, allo stesso tempo, sottrae. Perché Ciro Cascina era soprattutto un modo di stare al mondo. Un modo ostinato e gentile di affermare che nessuno dovrebbe vivere una vita che non gli appartiene.
La comunità italiana perde una delle sue voci più riconoscibili, ma forse perde soprattutto una memoria vivente. Non quella fatta di date e di anniversari, ma quella che abita i corpi, le parole, i gesti quotidiani. La memoria di un tempo in cui amare significava spesso nascondersi, e scegliere invece di essere sé stessi era già una forma di poesia.
Ciro aveva capito una cosa fondamentale: che il desiderio non è soltanto una questione privata. È una forza creativa. È il luogo in cui ciascuno di noi prova a immaginare una vita diversa da quella che gli altri hanno deciso per lui. Per questo nelle sue parole, nel teatro, nelle sue apparizioni pubbliche, non c'era mai soltanto la rivendicazione di un diritto. C'era il tentativo di difendere la bellezza delle differenze.
In un mondo che ama le categorie, Ciro Cascina è rimasto un irregolare. Troppo artista per essere soltanto un militante. Troppo militante per essere soltanto un artista. Troppo profondamente napoletano per rinunciare alle proprie radici e troppo profondamente queer per accettare che quelle radici diventassero una gabbia.
Aveva il coraggio di chi non cerca il consenso. Di chi sa che la libertà è una pratica quotidiana, fatta di piccoli gesti, di parole dette al momento giusto, di ironia, di tenerezza e anche di rabbia. Perché essere queer, soprattutto per la sua generazione, ha significato imparare a trasformare le ferite in racconti e i rifiuti in possibilità.
Forse è questo che oggi commuove di più. La sensazione che con lui se ne vada una di quelle persone che tenevano aperta una finestra sul passato senza mai trasformarlo in nostalgia. Era una presenza che ricordava a tutti, soprattutto ai più giovani, che le libertà non sono mai nate dal nulla. Che qualcuno, prima di noi, ha attraversato il buio perché altri potessero camminare con meno paura.
Eppure sarebbe ingiusto ricordarlo soltanto attraverso la fatica e il dolore. Ciro Cascina apparteneva a una tradizione queer che ha sempre saputo opporre alla violenza del mondo una forma inattesa di gioia. Una gioia ostinata. La capacità di fare arte con ciò che sembrava destinato al silenzio. Di trasformare il margine in un luogo da cui osservare il centro con uno sguardo più lucido.
Le persone come lui insegnano che l'identità non è una fortezza da difendere ma un giardino da coltivare. Che si può essere molte cose contemporaneamente senza tradirne nessuna. Che il dialetto e la poesia, il sacro e il desiderio, la tradizione e la trasgressione possono convivere nello stesso respiro.
La morte ha un brutto vizio: sembra sempre voler chiudere le storie. Ma le vite come quella di Ciro Cascina sfuggono anche a questo. Restano nelle parole che hanno lasciato, nelle persone che hanno incontrato, nei giovani che forse non conosceranno il suo nome ma erediteranno, senza saperlo, un pezzo della strada che lui e tanti altri hanno contribuito a costruire.
C'è una frase che ritorna spesso quando muore qualcuno che abbiamo amato: "mancherà". È vera, ma è incompleta. Ciro Cascina mancherà, certo. Mancherà il suo sguardo, la sua voce, la sua capacità di abitare il mondo senza chiedere scusa per ciò che era.
Ma c'è qualcosa che la morte non riesce a portare via. È la possibilità che una vita continui a parlare a chi resta.
E forse il ricordo più bello che possiamo dedicargli non è quello dell'attivista, del poeta o dell'artista. È quello di un uomo che ha attraversato il proprio tempo con una fedeltà rara a sé stesso. Un uomo che ha scelto di non nascondersi, di non semplificarsi, di non chiedere permesso.
In fondo, la storia delle persone queer è anche questa: lasciare tracce d'amore in un mondo che troppo spesso avrebbe preferito il silenzio.
Oggi Ciro Cascina diventa una di quelle tracce. E forse il modo migliore per salutarlo è immaginarlo ancora lì, da qualche parte, mentre sorride con quella leggerezza che appartiene a chi ha capito che la libertà, prima di essere una conquista politica, è un'opera d'arte da costruire ogni giorno con la propria vita.
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