mercoledì 24 giugno 2026
Bo Summer's El Horno 2026 (inedito)
Skeeen non entrò a El Horno come si entra in un locale. Non vi entrò nemmeno come si entra in un vizio, in un'abitudine o in una cattiva decisione presa a tarda sera. Vi entrò come si entra in una regione mentale che da molto tempo attende il proprio visitatore.
Le città custodiscono luoghi di questo genere.
Esistono accanto a noi senza appartenere davvero al mondo visibile. Hanno una facciata, una porta, una ragione sociale, bollette da pagare e autorizzazioni amministrative. Ma tutto questo è soltanto il travestimento burocratico di qualcosa che opera altrove.
Sono intercapedini.
Zone di pressione.
Cavità scavate nella materia quotidiana.
Per la maggior parte delle persone restano invisibili. Ci passano davanti senza notarle. Le guardano e vedono soltanto muri, insegne scolorite, vetrine mediocri. Altri invece le riconoscono immediatamente. Ne percepiscono la chiamata. Non perché siano migliori o peggiori, ma perché qualcosa dentro di loro vibra alla stessa frequenza di quei luoghi.
Skeeen apparteneva a questa seconda categoria.
Da anni collezionava soglie.
Non luoghi.
Soglie.
Ciascuna differente dalle altre eppure segretamente identica.
Una sauna frequentata da uomini che sembravano usciti da fotografie scolorite.
Un cinema pornografico sopravvissuto per miracolo all'estinzione della propria epoca.
Un bar aperto fino all'alba in cui nessuno ricordava mai il nome di nessuno.
Un seminterrato illuminato da neon difettosi.
Un corridoio.
Una stanza.
Una panchina.
Un bagno pubblico.
Un parcheggio.
Ogni volta si ripeteva lo stesso fenomeno: il mondo normale arretrava e ne emergeva un altro, più ambiguo e più sincero.
Perché la sincerità non abita necessariamente nella luce.
Talvolta si manifesta proprio nei luoghi che la società considera equivoci.
Anzi, forse vi si manifesta con maggiore facilità.
Lì le persone smettono di recitare alcuni dei ruoli che altrove sono costrette a interpretare.
Non tutti, certo.
Nessuno smette mai completamente di fingere.
Ma almeno qualcuno.
Almeno abbastanza.
Davanti all'ingresso di El Horno, Skeeen rimase immobile più a lungo del necessario.
Avrebbe potuto entrare subito.
Nessuno lo stava osservando.
Nessuno gli chiedeva spiegazioni.
Eppure esitava.
L'esitazione, comprese, era parte integrante del rito.
Ogni attraversamento autentico richiede una pausa.
Una minima resistenza.
Una frazione di secondo durante la quale il corpo sembra chiedere alla coscienza: sei davvero sicuro?
Era una domanda antica.
Forse la stessa domanda che accompagna ogni desiderio.
Perché desiderare significa sempre avvicinarsi a qualcosa che potrebbe trasformarci.
E ogni trasformazione contiene una quota di pericolo.
Alzò gli occhi verso l'insegna.
El Horno.
Il Forno.
Il nome gli apparve nuovamente assurdo.
Ma non ridicolo.
Le cose veramente ridicole finiscono per risultare insignificanti.
Le cose assurde, invece, spesso custodiscono un significato.
Un forno.
Una camera di combustione.
Un luogo in cui qualcosa viene consumato affinché qualcos'altro possa emergere.
Forse era questo che continuava a cercare da anni senza riuscire a formularlo chiaramente.
Non il piacere.
Non il divertimento.
Nemmeno l'eccitazione.
Cercava processi di trasformazione.
Cercava luoghi capaci di alterare temporaneamente la consistenza del suo essere.
Non era soddisfatto di ciò che era.
Ma nemmeno desiderava diventare qualcun altro.
Voleva semplicemente cessare, per qualche ora, di coincidere con se stesso.
Entrò.
L'interno lo accolse con quella particolare atmosfera che appartiene soltanto ai luoghi costruiti attorno all'attesa.
Non accadeva nulla di straordinario.
Ed era proprio questo a renderlo straordinario.
Persone che bevevano.
Persone che parlavano.
Persone che cercavano altre persone.
Nessun evento memorabile.
Nessuna scena degna di essere raccontata.
Eppure tutto sembrava gravido di possibilità.
Come se ogni gesto fosse la versione incompleta di un gesto più importante.
Come se ogni incontro fosse l'anticamera di qualcosa che non arrivava mai.
La luce era cattiva.
Non scarsa.
Cattiva.
Esiste una differenza.
La luce scarsa protegge.
La luce cattiva espone.
Faceva emergere dettagli inutili e nascondeva quelli essenziali.
Illuminava le occhiaie.
Le rughe.
Le macchie.
I segni della stanchezza.
Lasciando nell'ombra tutto ciò che avrebbe potuto apparire bello.
Era una luce che sembrava nutrirsi delle imperfezioni.
Eppure Skeeen la trovava quasi poetica.
Gli ricordava certi quadri religiosi nei quali la grazia non discendeva dall'alto ma sembrava sorgere dal fango.
Ordinò da bere.
Non ne aveva realmente bisogno.
La birra già circolava abbondantemente nel suo sangue.
Le numerose Ceres consumate durante la serata avevano prodotto quello stato ambiguo che conosceva bene.
Non era ancora ubriachezza totale.
Non era più lucidità.
Una regione intermedia.
Una frontiera.
Lì i pensieri acquistavano una forza sproporzionata.
Ogni intuizione sembrava una rivelazione.
Ogni ricordo assumeva il peso di una profezia.
Ogni volto appariva carico di significati.
Era uno stato pericoloso.
Ma proprio per questo seducente.
Seduto al bancone, Skeeen osservò il locale.
Lentamente.
Come un archeologo che studi i resti di una civiltà sconosciuta.
I corpi si muovevano.
Si avvicinavano.
Si evitavano.
Si sceglievano.
Si respingevano.
Un'intera grammatica muta prendeva forma davanti ai suoi occhi.
Egli comprese ancora una volta quanto il desiderio somigli poco alle immagini romantiche con cui viene rappresentato.
Il desiderio non è armonioso.
Non è elegante.
Non è giusto.
Assomiglia piuttosto a una corrente sotterranea che attraversa individui ignari delle proprie stesse intenzioni.
Una forza che spinge.
Che devia.
Che trascina.
Che confonde.
Nessuno ne possiede il controllo completo.
Nemmeno coloro che credono di dominarla.
Forse soprattutto loro.
Fu allora che qualcosa dentro di lui si aprì.
Accadeva raramente.
Ma quando accadeva era inevitabile.
Il presente cessò di essere sufficiente.
La mente iniziò a produrre connessioni.
Ricordi.
Visioni.
Anticipazioni.
L'intera sua esistenza sembrò dispiegarsi contemporaneamente.
Vide il bambino che era stato.
Vide l'adolescente.
Vide il giovane uomo.
Vide tutte le persone desiderate.
Vide quelle ottenute.
Vide quelle perdute.
Vide quelle che non aveva mai avuto il coraggio di avvicinare.
Ognuna lasciava una traccia.
Ognuna contribuiva a comporre quella figura precaria chiamata Skeeen.
Ma ciò che lo colpì maggiormente non fu il numero dei ricordi.
Fu la loro somiglianza.
Anni diversi.
Città differenti.
Volti differenti.
Eppure la stessa struttura.
Lo stesso movimento.
Lo stesso inseguimento.
Sempre qualcosa che appariva vicino e subito dopo si allontanava.
Sempre una promessa.
Sempre una distanza.
Cominciò allora a sospettare che la propria vita non fosse stata una successione di eventi ma la ripetizione di un unico evento fondamentale.
Un unico desiderio declinato in mille forme.
La vicinanza impossibile.
La fusione impossibile.
La fine impossibile della solitudine.
Tutto il resto era decorazione.
Le professioni.
Le amicizie.
I viaggi.
Le letture.
Le opinioni.
Persino le idee.
Sotto ogni cosa continuava a pulsare quella fame originaria.
Una fame che non chiedeva soddisfazione.
Chiedeva soltanto di continuare a esistere.
E fu proprio in quel momento che la malinconia lo raggiunse.
Non una malinconia psicologica.
Non un semplice stato d'animo.
Qualcosa di più vasto.
Come una condizione cosmica.
Gli sembrò che ogni essere vivente fosse impegnato nello stesso sforzo.
Animali.
Uomini.
Vecchi.
Bambini.
Tutti intenti a cercare qualcosa che non riuscivano a nominare.
Tutti impegnati a tradurre quella mancanza in linguaggi differenti.
Denaro.
Amore.
Successo.
Religione.
Sesso.
Arte.
Potere.
Famiglia.
Qualunque cosa pur di non guardare direttamente il vuoto.
Ma il vuoto rimaneva.
Sempre.
Inalterato.
Paziente.
E forse non era nemmeno un nemico.
Forse era il centro stesso dell'esperienza umana.
Un centro oscuro attorno al quale ogni esistenza continua a orbitare.
Quando si accorse di fissare uno sconosciuto da troppo tempo, decise di avvicinarsi.
L'uomo non aveva nulla di eccezionale.
Ed era proprio questo ad attrarlo.
La normalità.
La sua misteriosa profondità.
Ogni persona contiene un continente invisibile.
Lo si dimentica facilmente.
La superficie inganna.
Un volto.
Una giacca.
Un modo di sorridere.
Dietro tutto questo si accumulano decenni di paure, desideri, fallimenti, speranze, fantasie, vergogne.
Interi mondi.
Skeeen si sedette accanto a lui.
Iniziò a parlare.
Come sempre.
Troppo.
Le parole uscivano in anticipo rispetto ai pensieri.
Una dopo l'altra.
Disordinate.
Nervose.
Talvolta persino comiche.
Lo sconosciuto ascoltava.
O forse fingeva di ascoltare.
La differenza era irrilevante.
Perché molto presto Skeeen comprese che il vero destinatario del suo discorso non era quell'uomo.
Era se stesso.
Stava parlando per tenere insieme i frammenti.
Per impedire che il silenzio aprisse crepe troppo profonde.
Per difendersi dall'improvvisa consapevolezza di essere un essere temporaneo.
Di essere destinato a sparire.
Come tutti.
Come ogni cosa.
Attorno a loro il locale continuava a respirare.
Corpi entravano.
Corpi uscivano.
Desideri si accendevano.
Desideri si spegnevano.
Promesse nascevano e morivano nel giro di pochi minuti.
Tutto sembrava futile.
Eppure tutto sembrava necessario.
Come una liturgia inconsapevole.
Come una religione senza dogmi.
Come una processione organizzata da individui che ignorano di parteciparvi.
Fu allora che Skeeen comprese finalmente cosa lo riportasse sempre in posti come quello.
Non la ricerca di qualcosa.
Ma la ricerca di una sospensione.
Un'interruzione.
Un intervallo nel quale le categorie abituali cessavano di funzionare.
Successo e fallimento.
Bellezza e degrado.
Virtù e vizio.
Amore e consumo.
Per qualche ora tutto diventava più ambiguo.
Più confuso.
Ma anche più vero.
Perché la verità raramente possiede contorni netti.
Somiglia molto di più a quella luce malata che riempiva El Horno.
Una luce che non salva.
Una luce che non giudica.
Una luce che semplicemente mostra.
E mostrando ferisce.
Ma proprio attraverso quella ferita permette di intravedere qualcosa.
Forse niente.
Forse tutto.
Forse soltanto il fatto che ogni essere umano, persino nel momento più degradato, continua disperatamente a cercare una forma qualsiasi di estasi.
Anche quando sa che l'estasi durerà pochi minuti.
Anche quando sa che sarà seguita dalla stanchezza.
Anche quando sa che non cambierà nulla.
Perché non sempre si cerca l'estasi per essere trasformati.
Talvolta la si cerca soltanto per ricordarsi che si è ancora vivi.
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