giovedì 4 giugno 2026

Valditara

Non mi interessa vedere ProVita & Famiglia esultare. Davvero. Non mi interessa vedere il Family Day esultare. Non mi interessa vedere Rossano Sasso esultare. Non mi interessa vedere Eugenia Roccella esultare. Non mi interessa vedere il Governo Meloni esultare. Non mi interessa perché stanno semplicemente celebrando una vittoria che avevano annunciato, preparato, organizzato, costruito e rivendicato per anni. Hanno fatto quello che avevano detto che avrebbero fatto. Non c'è sorpresa. Non c'è scandalo. Non c'è rivelazione. La loro coerenza politica, per quanto distante dalla mia visione del mondo, è sotto gli occhi di tutti. Hanno individuato dei bersagli. Li hanno nominati. Li hanno inseguiti. Li hanno trasformati in campagne permanenti. Hanno costruito organizzazioni, eventi, conferenze, reti di relazioni, interventi parlamentari, apparizioni televisive, raccolte firme, dossier, comunicati, petizioni. Hanno lavorato. Hanno lavorato ogni giorno. Mentre molti ridevano di loro, loro lavoravano. Mentre molti li consideravano folkloristici, loro lavoravano. Mentre molti li trattavano come una curiosità da talk show, loro lavoravano. Mentre molti pensavano che si trattasse soltanto di una guerra culturale combattuta sui social network, loro lavoravano. E oggi raccolgono ciò che hanno seminato. La politica funziona così. Chi costruisce consenso raccoglie consenso. Chi costruisce egemonia raccoglie egemonia. Chi costruisce potere raccoglie potere. Non è questo che mi colpisce. Non è questo che mi scandalizza. Quello che mi colpisce è altro. Mi colpisce la quantità di persone che oggi si comportano come se nulla fosse stato prevedibile. Come se la situazione fosse precipitata improvvisamente. Come se fossimo passati da una società aperta a una stagione repressiva nel giro di una notte. Come se non fossero esistiti anni di avvertimenti. Anni. Anni di discussioni. Anni di assemblee. Anni di convegni. Anni di interventi. Anni di articoli. Anni di mobilitazioni. Anni in cui decine di associazioni, collettivi, docenti, studenti, ricercatori, educatori e attivisti cercavano di spiegare cosa stesse accadendo. Eppure una parte del dibattito pubblico ha preferito fare altro. Ha preferito discutere del tono. Sempre del tono. Mai della sostanza. Ha preferito discutere della forma. Mai dei rapporti di forza. Ha preferito discutere degli attivisti. Mai di chi stava preparando l'offensiva. Ha preferito discutere delle parole. Mai del potere. Ed è questa la storia che oggi qualcuno vorrebbe dimenticare. Per anni abbiamo dovuto ascoltare persone che si presentavano come moderate, ragionevoli, equilibrate e che, in nome di questa presunta moderazione, finivano sistematicamente per colpire sempre gli stessi. Sempre. Le persone trans. Sempre. Le lotte femministe. Sempre. I movimenti LGBTQIA+. Sempre. L'educazione alle differenze. Sempre. Le pratiche di inclusione. Sempre. Le rivendicazioni considerate troppo radicali. Sempre. Mai il contrario. Mai le organizzazioni che costruivano campagne di odio. Mai chi trasformava l'esistenza di alcune persone in un problema politico. Mai chi passava le giornate a produrre panico morale. Mai chi lavorava apertamente per restringere diritti e spazi di libertà. No. Il problema erano sempre quelli che reagivano. Sempre quelli che denunciavano. Sempre quelli che protestavano. Sempre quelli che si organizzavano. Sempre quelli che cercavano di difendersi. E ogni volta il copione era identico. "State esagerando." "State polarizzando." "State creando divisioni." "State alimentando il conflitto." "State andando troppo oltre." E mentre queste persone distribuivano lezioni di moderazione, qualcun altro avanzava. Passo dopo passo. Legge dopo legge. Campagna dopo campagna. Ministero dopo ministero. Nomina dopo nomina. Commissione dopo commissione. Fino ad arrivare qui. Perché il punto è proprio questo. Le sconfitte non arrivano all'improvviso. Le sconfitte maturano. Crescono. Si sedimentano. Si accumulano. Prendono forma lentamente. Molto lentamente. Così lentamente che a un certo punto sembrano naturali. Sembrano inevitabili. Sembrano perfino ragionevoli. E allora accade qualcosa di terribile. Chi resiste viene descritto come estremista. Chi arretra viene descritto come pragmatico. Chi difende diritti viene descritto come ideologico. Chi li restringe viene descritto come realistico. E il linguaggio, poco alla volta, comincia a lavorare per il potere. È successo con il DDL Zan. Per anni abbiamo sentito ripetere che era divisivo. Divisivo. Una parola apparentemente innocente. Una parola apparentemente moderata. Una parola apparentemente equilibrata. Eppure devastante. Perché non si diceva che fosse sbagliato. Si diceva che fosse divisivo. Non si diceva che fosse discriminatorio. Si diceva che fosse divisivo. Non si contestava il merito. Si contestava il conflitto. Come se il problema non fosse la discriminazione. Come se il problema fosse il fastidio provocato dalla sua denuncia. E così, poco alla volta, il terreno veniva eroso. Non frontalmente. Per usura. Per logoramento. Per sfibramento. Per sfinimento. La stessa cosa è accaduta con l'identità di genere. La stessa cosa è accaduta con le persone trans. La stessa cosa è accaduta con il transfemminismo. La stessa cosa è accaduta con l'intersezionalità. La stessa cosa è accaduta con la carriera alias. La stessa cosa è accaduta con ogni battaglia che qualcuno riteneva sacrificabile. Perché questo è il vero problema. L'idea che alcune battaglie possano essere sacrificate senza conseguenze. L'idea che alcune persone possano essere lasciate sole senza conseguenze. L'idea che alcuni diritti possano essere negoziati senza conseguenze. Non funziona così. Non ha mai funzionato così. Quando si accetta che un diritto sia negoziabile, si sta insegnando al potere che la negoziazione è possibile. Quando si accetta che una minoranza venga isolata, si sta insegnando al potere che l'isolamento funziona. Quando si accetta che una campagna di delegittimazione proceda indisturbata, si sta insegnando al potere che la delegittimazione paga. Ed è per questo che oggi continuo a pensare che questa non sia soltanto la vittoria di Valditara. Non sia soltanto la vittoria di Roccella. Non sia soltanto la vittoria di ProVita & Famiglia. Questa è anche la vittoria di chi ha passato anni a indebolire culturalmente le lotte che oggi vengono colpite. Di chi ha trasformato la critica ai movimenti in un'identità politica. Di chi ha creduto che il bersaglio fossero gli attivisti invece del potere. Di chi ha chiesto moderazione sempre agli oppressi e comprensione sempre agli oppressori. Di chi ha scambiato la resa per maturità politica. Di chi ha scambiato il disarmo per pragmatismo. Di chi ha scambiato l'arretramento per dialogo. Di chi ha scambiato la rinuncia per intelligenza. Di chi ha pensato che fosse possibile concedere un pezzo dopo l'altro senza che prima o poi qualcuno si prendesse tutto il resto. E oggi, davanti a questa legge, davanti a questa vittoria annunciata e preparata per anni, davanti a questo risultato che molti fingono di scoprire soltanto ora, continuo a pensare la stessa cosa. Non basta guardare chi festeggia. Bisogna guardare anche chi ha spianato la strada. Perché le vittorie politiche hanno sempre dei beneficiari. Ma hanno anche dei facilitatori. E spesso i facilitatori sono convinti di essere innocenti fino al giorno in cui scoprono di aver lavorato, senza volerlo o senza voler ammetterlo, per la vittoria degli altri.

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