martedì 2 giugno 2026
L'ultima vittoria della cultura: smettere di vendere libri
Il mondo della cultura contemporanea possiede un talento particolare: riesce a celebrare come successo persino le proprie sconfitte.
Anzi, a volte sembra preferirle.
Leggo che Edicola 518 cessa la propria attività commerciale e viene trasformata in un'oasi urbana della lettura. Immediatamente si attiva il repertorio abituale. Rigenerazione. Comunità. Restituzione. Condivisione. Spazio pubblico. Cittadinanza attiva. Le parole arrivano puntuali come funzionari ministeriali.
Tutti sembrano felici.
Eppure non riesco a liberarmi da una domanda piuttosto semplice.
Quando abbiamo deciso che la chiusura di un'attività editoriale dovesse essere raccontata come una buona notizia?
Perché, se togliamo gli aggettivi, il fatto materiale resta questo.
Un luogo che vendeva libri e riviste non venderà più libri e riviste.
Un progetto che operava nell'economia reale della cultura esce dall'economia reale della cultura.
Un presidio editoriale smette di essere un presidio editoriale.
E la reazione prevalente non è la preoccupazione.
È l'entusiasmo.
La cultura contemporanea è arrivata a un livello di astrazione tale da riuscire a commuoversi davanti alla propria evaporazione.
È una forma sofisticata di rassegnazione scambiata per visione.
Per anni ci siamo sentiti ripetere che bisognava sostenere l'editoria indipendente. Che bisognava creare spazi per la bibliodiversità. Che bisognava costruire reti distributive alternative. Che bisognava dare visibilità alle pubblicazioni marginali.
Poi uno di questi spazi smette di svolgere quella funzione.
E improvvisamente scopriamo che forse la funzione non era così importante.
L'importante era il racconto.
L'importante era il simbolo.
L'importante era la fotografia.
L'importante era il comunicato stampa.
È il destino di quasi tutto ciò che entra nel circuito della cultura contemporanea.
La realtà produce problemi.
La rappresentazione produce consenso.
Per questo la rappresentazione vince sempre.
Vendere libri è difficile.
Mantenere un'infrastruttura editoriale è difficile.
Costruire un pubblico è difficile.
Far circolare riviste indipendenti è difficile.
Trasformare tutto in una metafora urbana è facilissimo.
E soprattutto è molto più elegante.
Nessuno vuole parlare di soldi.
Nessuno vuole parlare di sostenibilità economica.
Nessuno vuole parlare di fallimenti strutturali.
Nessuno vuole chiedersi perché un progetto riconosciuto, celebrato, studiato e raccontato debba rinunciare alla propria funzione originaria.
Molto meglio parlare di comunità.
La comunità è una parola meravigliosa.
Compare sempre quando sparisce qualcosa.
Chiude una biblioteca? Comunità.
Chiude una libreria? Comunità.
Chiude un presidio editoriale? Comunità.
Scompare una funzione? Comunità.
È la parola con cui il mondo culturale copre il rumore delle serrande che si abbassano.
Non sto dicendo che il nuovo progetto sia sbagliato.
Sto dicendo qualcosa di diverso.
Sto dicendo che trovo insopportabile la velocità con cui il sistema culturale converte ogni arretramento materiale in avanzamento simbolico.
È un meccanismo quasi patologico.
Non riusciamo più a distinguere una conquista da una compensazione.
Non riusciamo più a distinguere una trasformazione da una rinuncia.
Non riusciamo più a distinguere una scelta da un adattamento.
Soprattutto, non riusciamo più a nominare una sconfitta.
Perché la parola sconfitta è stata espulsa dal lessico culturale contemporaneo.
Esistono soltanto processi.
Percorsi.
Evoluzioni.
Riconfigurazioni.
Transizioni.
Mai una sconfitta.
Mai una resa.
Mai un arretramento.
Eppure basterebbe osservare il panorama attorno a noi.
Le librerie indipendenti arrancano.
Le riviste chiudono.
L'editoria culturale sopravvive a fatica.
I giornali perdono lettori.
La critica scompare.
La discussione pubblica si restringe.
I luoghi della cultura diventano sempre più fragili.
Ma ogni volta che uno di questi spazi cambia funzione, arriva immediatamente qualcuno a spiegarci che non stiamo assistendo a una perdita.
Stiamo assistendo a una metamorfosi.
È una retorica che trovo estenuante.
Perché finisce per assolvere tutto.
Se ogni diminuzione è una trasformazione, allora nulla diminuisce mai.
Se ogni chiusura è una rinascita, allora nulla chiude mai.
Se ogni rinuncia è una nuova opportunità, allora non siamo più in grado di descrivere la realtà.
Stiamo semplicemente producendo narrazioni consolatorie.
Ed è forse questa la vera malattia della cultura contemporanea.
La sua incapacità di elaborare il negativo.
La sua incapacità di guardare una perdita senza trasformarla immediatamente in un racconto edificante.
La sua incapacità di dire: qui qualcosa si è interrotto.
Qui qualcosa non ha funzionato.
Qui qualcosa è stato perduto.
Perché una cultura che non riesce più a nominare le proprie sconfitte finisce inevitabilmente per scambiarle per vittorie.
E non c'è vittoria più triste di una sconfitta celebrata con entusiasmo.
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