sabato 20 giugno 2026
Penso che questa storia dica molto di più di quanto sembri.
A prima vista potrebbe apparire come una delle tante polemiche che periodicamente attraversano il mondo LGBTQIA+: un'associazione presenta una proposta di legge, altre associazioni la contestano, il dibattito si accende, i social si dividono, qualcuno parla di tradimento, qualcun altro di pragmatismo. Fine della storia.
Eppure ho l'impressione che questa vicenda tocchi una questione molto più profonda. Una questione che riguarda il significato stesso della parola comunità e, soprattutto, il modo in cui vengono concepiti i diritti civili nel nostro tempo.
Perché il punto, in fondo, è molto semplice.
Che cos'è un diritto? È qualcosa che appartiene a tutti in quanto persone oppure è una concessione che viene distribuita secondo criteri di opportunità politica?
La proposta avanzata dalle associazioni GayLib e Gay Conservatori e Liberali sembra partire da un presupposto preciso. Poiché il DDL Zan è stato affossato anche a causa delle polemiche sull'identità di genere, sarebbe opportuno ripartire da una legge più circoscritta, limitata all'orientamento sessuale, lasciando fuori le persone transgender.
Il ragionamento viene presentato come una scelta di buon senso.
Prima facciamo approvare qualcosa, poi penseremo al resto.
Prima proteggiamo una parte della comunità, poi arriverà il turno delle altre.
Prima consolidiamo ciò che è socialmente accettabile e soltanto dopo proveremo a spostare il confine dei diritti.
Penso che questo ragionamento abbia un problema enorme.
Trasforma il principio dell'uguaglianza in una trattativa.
E le trattative hanno sempre bisogno di qualcuno che paghi il conto.
In questo caso il conto viene presentato alle persone transgender.
Qualcuno potrebbe obiettare che la politica funziona così. Che il compromesso è inevitabile. Che il perfetto è nemico del bene. Che bisogna essere realistici.
Sono argomenti che meritano rispetto.
La storia della democrazia è fatta di mediazioni.
La storia dei diritti civili è piena di conquiste graduali.
Nessuno può fingere che i cambiamenti sociali avvengano improvvisamente e senza conflitti.
Ma esiste una differenza sostanziale tra il compromesso e il sacrificio.
Il compromesso consiste nel rinunciare tutti a qualcosa.
Il sacrificio consiste nel decidere che qualcun altro rinuncerà al posto nostro.
Ed è esattamente questa la sensazione che suscita questa proposta.
Perché non stiamo parlando di una modifica tecnica del testo di una legge.
Non stiamo discutendo della formulazione di un articolo o di una definizione giuridica.
Stiamo parlando della scelta di escludere deliberatamente una categoria di persone da una tutela che nasce proprio per contrastare le discriminazioni.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Perché proprio loro?
Perché lasciare fuori proprio quella parte della comunità che oggi appare maggiormente esposta a campagne di odio, a violenze verbali, a discriminazioni quotidiane e a un crescente clima di ostilità culturale?
Credo che questa domanda non possa essere aggirata.
Negli ultimi anni le persone transgender sono diventate il bersaglio privilegiato di un dibattito pubblico spesso tossico.
Ogni settimana sembra comparire una nuova emergenza costruita attorno alle loro vite.
Una volta sono i bagni pubblici.
Una volta lo sport.
Una volta le scuole.
Una volta il linguaggio.
Una volta i documenti.
Una volta i percorsi sanitari.
Una volta i bambini.
Una volta le carriere alias.
Una volta il Pride.
Sembra quasi che una parte del dibattito pubblico abbia bisogno di costruire continuamente un nemico simbolico attorno al quale organizzare paure e consensi.
E questo fenomeno non riguarda soltanto l'Italia.
Negli Stati Uniti abbiamo assistito a un'offensiva politica e culturale senza precedenti contro le persone transgender.
In diversi Paesi europei il tema è diventato terreno di scontro elettorale.
Nel linguaggio dei movimenti populisti e nazionalisti le questioni trans vengono spesso utilizzate come simbolo di una presunta decadenza della società contemporanea.
In questo contesto storico, proporre una legge contro l'omofobia che esclude proprio le persone trans rischia di trasmettere un messaggio preciso.
Esistono vittime che meritano protezione ed esistono vittime troppo controverse per essere difese.
Ed è questo il punto che mi lascia più perplesso.
Perché questa proposta sembra accettare, almeno in parte, la narrazione dei propri avversari.
Sembra dire che sì, forse le persone transgender rappresentano davvero un problema troppo complicato.
Sembra dire che sì, forse è meglio prendere le distanze da loro.
Sembra dire che sì, forse esistono diritti più presentabili di altri.
Ma la storia delle minoranze ci insegna esattamente il contrario.
Ogni conquista è stata giudicata eccessiva prima di diventare normale.
Ogni richiesta di uguaglianza è stata considerata provocatoria prima di essere riconosciuta come ovvia.
Anche gli omosessuali sono stati descritti per decenni come una minaccia alla famiglia, ai bambini, alla morale pubblica e all'ordine sociale.
Anche il diritto al divorzio era ritenuto pericoloso.
Anche il diritto all'aborto.
Anche il voto alle donne.
Anche il matrimonio egualitario.
Ogni volta la storia si è ripetuta.
Qualcuno chiedeva diritti.
Qualcun altro rispondeva che erano richieste troppo radicali.
Poi il tempo passava.
E ciò che sembrava impensabile diventava semplicemente normale.
Per questo motivo guardo con una certa diffidenza all'argomento del pragmatismo.
Perché il pragmatismo è una parola bellissima.
Ma dipende sempre da chi paga il prezzo della sua applicazione.
Pragmatico per chi?
Pragmatico rispetto a quale obiettivo?
Pragmatico a vantaggio di quali persone?
Mi colpisce, inoltre, un altro aspetto.
Questa proposta sembra voler costruire una distinzione tra una parte rispettabile della comunità LGBTQIA+ e una parte che invece sarebbe responsabile degli eccessi.
È una distinzione che negli ultimi anni abbiamo sentito spesso.
Ci sarebbero i gay moderati.
I gay perbene.
I gay assimilati.
I gay che vogliono soltanto vivere tranquillamente.
E poi ci sarebbero le persone transgender.
Le persone non binarie.
Il mondo queer.
Gli attivisti.
Il Pride.
Le istanze considerate troppo radicali.
Francamente trovo questa distinzione profondamente artificiale.
Non soltanto perché ignora la complessità delle esperienze individuali.
Ma perché dimentica la storia.
Il movimento LGBTQIA+ non è nato come una gara di rispettabilità.
Non è nato per dimostrare alla società di essere uguale alla maggioranza.
È nato perché esistevano persone che non avevano alcuna intenzione di chiedere scusa per la propria esistenza.
Il Pride stesso rischia spesso di essere raccontato in modo superficiale.
Ogni anno torna il solito dibattito.
È troppo politico.
È troppo provocatorio.
È troppo rumoroso.
È troppo colorato.
È troppo esagerato.
Dovrebbe essere più composto.
Più sobrio.
Più elegante.
Ma il Pride non è nato per tranquillizzare nessuno.
È nato come protesta.
È nato come conflitto.
È nato per rendere visibili persone che la società avrebbe preferito ignorare.
Ed è forse per questo che guardo con interesse anche a esperienze come il Trans* Pride.
Non le considero una divisione.
Le considero un promemoria.
Ricordano a tutti che esistono ancora soggetti che rischiano di essere marginalizzati persino all'interno della stessa comunità LGBTQIA+.
Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare tutto questo in una guerra tra progressisti e conservatori.
Esistono persone omosessuali conservatrici.
Esistono persone transgender conservatrici.
Esistono lesbiche di destra e gay di sinistra.
La pluralità politica è un fatto fisiologico.
Il problema non è l'esistenza di sensibilità diverse.
Il problema riguarda le conseguenze delle idee che vengono proposte.
Ed è qui che torno a una riflessione di Judith Butler che continuo a trovare straordinariamente attuale.
L'idea che la politica queer debba essere uno spazio di alleanza.
Non un'identità rigida.
Non un club esclusivo.
Ma una pratica collettiva che tenga insieme differenze e vulnerabilità.
In questa prospettiva nessuno dovrebbe essere costretto a dimostrare di meritare solidarietà.
La solidarietà dovrebbe precedere il merito.
Anche il DDL Zan, pur con tutti i suoi limiti e con tutte le critiche che si possono muovere alla sua costruzione giuridica, tentava di seguire questa strada.
Provava a mettere insieme discriminazioni differenti senza stabilire quale fosse più importante.
Provava a costruire un linguaggio comune.
Si poteva essere favorevoli o contrari.
Si potevano discutere i dettagli.
Ma il principio ispiratore era chiaro.
Nessuno deve essere lasciato indietro.
Questa nuova proposta sembra invece partire da un principio diverso.
Per essere accettati bisogna alleggerirsi.
Per essere credibili bisogna rinunciare a qualcuno.
Per ottenere ascolto bisogna prendere le distanze dalle componenti considerate più problematiche.
Penso che sia una strategia rischiosa.
Perché la storia insegna che l'accettazione conquistata prendendo le distanze dai più fragili è sempre provvisoria.
Chi oggi applaude l'esclusione delle persone trans potrebbe domani trovare nuovi bersagli.
La logica dell'esclusione non si ferma mai spontaneamente.
Ha sempre bisogno di ridefinire il proprio confine.
Ed è forse questa la riflessione che mi interessa di più.
Una comunità non si misura da come tratta i suoi membri più forti.
Si misura da come tratta quelli più vulnerabili.
Una politica dei diritti non si giudica dalla capacità di proteggere chi è già relativamente accettato.
Si giudica dalla volontà di difendere chi continua a essere guardato con sospetto.
Per questo motivo continuo a pensare che il tema di questa vicenda non sia semplicemente una proposta di legge.
Il tema è un altro.
Che idea abbiamo della libertà?
Una libertà che si conquista individualmente, cercando di ottenere una rispettabilità personale e lasciando indietro gli altri?
Oppure una libertà che cresce insieme, anche quando questo rende il percorso più difficile?
Io continuo a credere nella seconda ipotesi.
Perché la storia delle lotte civili insegna una cosa molto semplice.
Ogni volta che qualcuno ha detto "prima pensiamo ai nostri diritti e poi vedremo gli altri", c'è sempre stato qualcuno destinato ad aspettare.
E molto spesso quell'attesa è durata decenni.
Per questo, al netto dei tatticismi, delle strategie e delle ambizioni politiche di questo o quel dirigente associativo, continuo a pensare che il problema non sia se le persone transgender siano poche o tante, popolari o impopolari, facili o difficili da difendere.
Il problema è un altro.
Decidere se i diritti civili siano davvero universali oppure soltanto il risultato di una trattativa tra chi, di volta in volta, riesce a risultare più accettabile agli occhi della maggioranza.
E personalmente continuo a credere che una comunità che per ottenere un posto al tavolo accetta di lasciare fuori alcuni dei propri membri rischi di perdere qualcosa di molto più importante di una battaglia politica.
Rischia di perdere il senso stesso della parola solidarietà.
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