giovedì 4 giugno 2026

Giustappunto! I profeti senza città

Qualche giorno fa mi è capitata una scena che continua a tornarmi in mente. Non per la sua importanza. Non per il suo carattere eccezionale. Al contrario. Per la sua assoluta normalità. Uno scrittore mi contatta attraverso un messaggio privato e mi chiede di leggere un suo libro. Non ci siamo mai parlati prima. Siamo tra quei contatti che popolano da anni le periferie dei social network, figure che si osservano da lontano senza mai incontrarsi davvero. Accetto. Leggo. Poi, per semplice curiosità, gli domando come mai la sua scelta sia caduta proprio su di me. La risposta arriva quasi immediatamente. «Perché sei un uomo di cultura. Membro delle assemblee dell'arte. Basta?» È una risposta che, da allora, non ha smesso di lavorarmi dentro. Non per ciò che dice. Per ciò che rivela. Perché in quelle poche parole sembra condensarsi un'intera condizione storica. La condizione di una cultura che continua a parlare con il linguaggio delle grandi appartenenze dopo che le appartenenze si sono dissolte. La condizione di una generazione di scrittori, artisti, poeti e intellettuali che continua a immaginarsi come parte di un ordine simbolico che forse non esiste più. "Uomo di cultura." L'espressione mi colpisce immediatamente. Non perché sia lusinghiera. Ma perché sembra provenire da un'altra epoca. Da un mondo in cui la cultura possedeva ancora una forma riconoscibile. Da un mondo in cui era possibile distinguere con una certa chiarezza il centro dalla periferia, i protagonisti dalle comparse, gli intellettuali dal resto della società. Un mondo che, nel bene e nel male, appare sempre più lontano. Per gran parte del Novecento la figura dell'intellettuale ha occupato uno spazio preciso nell'immaginario collettivo. Poteva essere celebrata o detestata, ma esisteva. Possedeva una funzione. Interveniva nel dibattito pubblico. Firmava manifesti. Fondava riviste. Animava movimenti. Influenzava partiti. Costruiva linguaggi. Persino quando era marginale, la sua marginalità conservava una forma pubblica. Oggi tutto questo sembra essersi progressivamente dissolto. Non perché la cultura sia scomparsa. La cultura non scompare mai. Cambiano però le sue condizioni di esistenza. Cambiano i suoi luoghi. Cambiano i suoi pubblici. Cambia soprattutto il suo peso specifico all'interno della società. Eppure una parte significativa della produzione culturale contemporanea continua a parlare come se nulla fosse accaduto. Si continuano a scrivere manifesti. Si continuano a fondare movimenti. Si continuano a inaugurare correnti. Si continuano a proclamare svolte epocali. Il tono è spesso quello delle avanguardie storiche. La realtà materiale è quella delle notifiche. Ed è proprio questa sproporzione a interessarmi. Non il singolo autore. Non il singolo libro. La sproporzione. La distanza crescente tra la scala delle ambizioni e la scala dell'impatto. Mai come oggi ho incontrato teorie così vaste. Mai come oggi ho letto interpretazioni così totalizzanti della contemporaneità. Mai come oggi ho visto intellettuali proporsi come fondatori di nuove categorie storiche, nuove estetiche, nuove visioni del mondo. Eppure tutto questo avviene all'interno di spazi sempre più ristretti. L'ambizione cresce. La ricezione diminuisce. La mappa si espande. Il territorio si restringe. Si continua a parlare come se si stesse intervenendo nel cuore della storia mentre, molto spesso, si sta dialogando all'interno di comunità microscopiche composte da poche decine o poche centinaia di persone. Non lo dico con sarcasmo. Anzi. La tentazione del sarcasmo sarebbe troppo facile. Perché questa condizione non riguarda soltanto gli altri. Riguarda tutti coloro che continuano a scrivere. Tutti coloro che continuano a pensare. Tutti coloro che continuano a produrre cultura in una società che sembra aver spostato altrove il proprio baricentro simbolico. Riguarda anche me. Riguarda chiunque abbia mai provato la sensazione di parlare in una stanza sempre più vuota. Forse il tratto più caratteristico della nostra epoca non è la marginalità della cultura. Ogni epoca ha conosciuto forme di marginalità. Forse il tratto più caratteristico è l'incapacità di elaborare quella marginalità. La difficoltà di accettare che il mondo sia cambiato. La difficoltà di riconoscere che molte delle categorie con cui continuiamo a descrivere noi stessi appartengono a un paesaggio ormai scomparso. Continuiamo a parlare di avanguardie quando non esiste più un centro da assaltare. Continuiamo a parlare di dissidenza quando spesso non sappiamo più individuare il potere contro cui dissidere. Continuiamo a parlare di rivoluzioni culturali mentre la cultura stessa occupa uno spazio sempre più periferico nell'immaginario collettivo. È come osservare generali che continuano a studiare le mappe di una guerra terminata da decenni. Le strategie sono impeccabili. Le battaglie perfettamente pianificate. Il problema è che il campo di battaglia non esiste più. Per questo motivo provo una certa inquietudine quando incontro opere che dedicano gran parte delle proprie energie a combattere sistemi culturali immaginati come monoliti ancora intatti. Non perché quei sistemi non abbiano esercitato potere. Lo hanno esercitato. Ma perché spesso ho l'impressione che si stia combattendo contro le ombre di istituzioni che hanno già perso gran parte della loro centralità. Come soldati che continuano a bombardare una fortezza abbandonata. Forse la vera questione non è capire chi abbia ragione. Non è stabilire quale teoria sia più convincente. Forse la vera questione consiste nel comprendere che cosa accade a una civiltà quando le sue strutture simboliche sopravvivono più a lungo delle condizioni materiali che le hanno generate. Che cosa accade quando la figura dell'intellettuale continua a esistere dopo la scomparsa del mondo che l'aveva resa possibile. Che cosa accade quando restano i manifesti ma non le masse. Le proclamazioni ma non le comunità. I profeti ma non le città. Ed è forse qui che si trova il nucleo più malinconico della vicenda. Non nell'ambizione. L'ambizione è inevitabile. Non nella vanità. La vanità accompagna da sempre la vita culturale. La malinconia nasce altrove. Nasce dalla sensazione che una parte della cultura contemporanea continui a recitare il proprio ruolo davanti a un teatro progressivamente svuotato. Come se il sipario fosse ancora aperto. Come se la platea fosse ancora piena. Come se qualcuno, da qualche parte, stesse ancora ascoltando. Questo testo è circa 3-4 cartelle editoriali. Da qui si può facilmente espandere fino a 8-10 cartelle sviluppando il tema della scomparsa del pubblico, della crisi della figura dell'intellettuale e del rapporto tra ambizione simbolica e irrilevanza sociale. È lì, secondo me, che il tuo stile potrebbe prendere davvero il volo.

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