Quello che sta accadendo negli Stati Uniti intorno al tema del defunding non riguarda solo i bilanci, ma la definizione stessa di cosa sia “pubblico”. Quando un’amministrazione — come quella di Donald Trump — tenta di ridurre o ridefinire il sostegno federale alle istituzioni culturali, il gesto non è mai neutro. Anche quando viene presentato come scelta economica o come razionalizzazione della spesa, è inevitabilmente una presa di posizione simbolica.
Negli Stati Uniti il finanziamento pubblico della cultura è già storicamente fragile rispetto ai modelli europei. Enti come la National Endowment for the Arts o la National Endowment for the Humanities sono spesso oggetto di polemiche cicliche, accusati di sostenere progetti “elitari” o politicamente orientati. Ma negli ultimi anni il conflitto si è spostato: non è più solo una questione di costi, bensì di identità culturale.
Il nodo è la cosiddetta woke culture. Per una parte dell’elettorato conservatore, l’arte contemporanea, le università, le istituzioni museali e persino le biblioteche sarebbero diventate veicolo di un’ideologia progressista dominante. In questo quadro, “defund” non significa soltanto tagliare fondi: significa colpire un presunto monopolio culturale. È una reazione identitaria, non contabile.
Il rischio è che la cultura diventi terreno di scontro permanente. Quando il finanziamento pubblico è interpretato come legittimazione ideologica, ogni sovvenzione diventa sospetta e ogni taglio appare come censura. L’arte viene trascinata nel campo della lotta politica, perdendo quella zona ambigua e vitale in cui può essere critica, contraddittoria, persino disturbante senza essere automaticamente “di parte”.
Come si protegge allora l’autonomia dell’arte?
Primo: attraverso la distanza istituzionale. I modelli più solidi prevedono agenzie indipendenti, con criteri trasparenti e giurie plurali, capaci di limitare l’intervento diretto del potere esecutivo. Non è una garanzia assoluta, ma crea uno scarto tra decisione politica e scelta artistica.
Secondo: diversificando le fonti di finanziamento. Negli Stati Uniti la filantropia privata ha sempre giocato un ruolo centrale. Tuttavia anche il finanziamento privato può diventare ideologico. La vera tutela nasce dall’equilibrio tra fondi pubblici, donazioni private, fondazioni indipendenti e mercato, in modo che nessun soggetto abbia il controllo totale.
Terzo: riaffermando il principio che la cultura pubblica non è consenso, ma pluralità. Lo Stato non finanzia l’arte per approvarla, bensì per garantire che esista uno spazio dove anche il dissenso possa esprimersi. Se si accetta questo presupposto, il finanziamento non è un atto di potere, ma un atto di fiducia nella complessità.
Il punto più delicato è questo: ogni potere tende a voler “riconoscere” la cultura che lo rappresenta. Ma la funzione storica dell’arte è esattamente opposta: rappresentare ciò che sfugge, che disturba, che mette in crisi. Quando il potere pretende adesione, la cultura si irrigidisce. Quando il potere accetta il conflitto, la cultura respira.
Forse la vera domanda non è come proteggere l’arte dal potere, ma come convincere il potere che un’arte autonoma non è una minaccia, bensì un segno di forza democratica. Una società sicura di sé non teme la pluralità; la finanzia proprio perché non la controlla.
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