C’è, nella storia delle forme artistiche, il momento in cui l’arte smette di interrogarsi su che cosa rappresentare e comincia a chiedersi che cosa rendere impossibile. È un passaggio silenzioso, spesso laterale rispetto alla storia ufficiale, ma decisivo. Da quel punto in poi l’arte non aspira più a descrivere il mondo, né a interpretarlo, né a migliorarlo secondo categorie condivise. Comincia piuttosto a incrinarlo, a renderlo instabile, a minarne la coerenza interna. È in questo scarto, più che in qualsiasi dichiarazione programmatica, che una corrente estetica può trasformarsi in una pratica di resistenza radicale all’autoritarismo.
Il surrealismo nasce esattamente in questa zona di frizione. Non come scuola, non come stile, non come linguaggio immediatamente riconoscibile, ma come rifiuto. Rifiuto dell’idea che ciò che viene presentato come reale coincida con l’unica realtà possibile. Rifiuto dell’evidenza come criterio di verità. Rifiuto della linearità come destino del pensiero. Il suo gesto originario non è decorativo, ma epistemologico: mette in crisi le condizioni stesse attraverso cui il mondo viene reso intelligibile.
Ogni forma di autoritarismo, antica o contemporanea, si fonda su una premessa che non tollera incrinature: l’idea che la realtà sia una, coerente, leggibile, governabile. L’autorità ha bisogno di un mondo semplificato, ridotto a narrazione unica, ordinato in gerarchie stabili. L’ambiguità è una minaccia, l’eccesso un disturbo, il desiderio un rischio da contenere. In questo senso l’autoritarismo non è solo un sistema politico, ma una forma di organizzazione del senso, una pedagogia dell’evidenza.
Il surrealismo interviene esattamente lì dove il potere crede di essere più solido. Non contesta frontalmente le istituzioni, non attacca direttamente le leggi, non si limita a produrre contro-discorsi. Agisce più in profondità, là dove si forma la percezione stessa del reale. Introduce l’inconscio, il sogno, l’automatismo, l’associazione libera come strumenti di conoscenza. Non per evasione, ma per sabotaggio. Non per fuga dalla realtà, ma per esposizione di ciò che la realtà rimuove per funzionare.
Qui si colloca uno dei fraintendimenti più persistenti. Il surrealismo è stato spesso liquidato come forma di escapismo, come ripiegamento poetico di fronte alla brutalità del mondo. In realtà è l’esatto contrario. È una discesa nel punto cieco del reale, in quella zona in cui il mondo rivela la propria natura costruita, artificiale, violenta. Là dove l’autoritarismo pretende ordine, il surrealismo introduce l’eccesso. Là dove il potere esige chiarezza, introduce l’opacità. Là dove la politica semplifica, l’arte complica.
Nel Novecento questa postura diventa inevitabilmente politica. Non per scelta ideologica, ma per necessità storica. Di fronte alla guerra industriale, al fascismo, al colonialismo, al razzismo istituzionale, l’idea di un’arte neutrale si rivela per ciò che è: una finzione rassicurante. Non esiste neutralità quando il reale è organizzato come violenza sistemica. Ogni gesto estetico, anche il più apparentemente innocuo, prende posizione. Il surrealismo sceglie la posizione più scomoda: rifiuta il linguaggio stesso attraverso cui il potere si racconta.
Il fascismo, in tutte le sue declinazioni, ha sempre intuito questo pericolo. Non teme soltanto la critica diretta, che può essere repressa, censurata, assimilata. Teme ciò che sfugge alla presa, ciò che non può essere completamente tradotto in discorso, ciò che produce senso senza autorizzazione. L’immaginazione è questo territorio instabile. Non perché generi automaticamente dissenso, ma perché rende impossibile ogni forma di controllo totale.
Il surrealismo non è una risposta al fascismo, ma la sua negazione strutturale. Non propone un altro ordine, ma mette in crisi l’idea stessa di ordine come valore assoluto. Non costruisce un’utopia alternativa, ma smaschera il carattere artificiale di ciò che viene presentato come naturale. È una pratica di disobbedienza epistemologica prima ancora che politica.
Questa lezione non appartiene al passato. Al contrario, oggi si ripresenta con una chiarezza inquietante. Le forme contemporanee di autoritarismo non hanno sempre il volto brutale delle dittature novecentesche. Spesso si presentano come razionalità amministrativa, come pragmatismo, come gestione efficiente della complessità. Governano attraverso algoritmi, linguaggi standardizzati, narrazioni semplificate, emozioni preconfezionate. Anche in questo scenario il controllo passa prima dall’immaginario che dalle leggi.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di imporre un’ideologia monolitica. Gli basta ridurre lo spazio del pensabile. Trasformare l’alternativa in ingenuità, il dissenso in rumore, il possibile in eccezione. In questo contesto la resistenza non può limitarsi alla denuncia o alla contro-narrazione. Deve intervenire più in profondità, là dove si costruisce l’evidenza stessa del reale.
È qui che l’eredità surrealista torna a essere decisiva. Non come repertorio di immagini, non come citazione colta, ma come metodo. Un metodo che non cerca consenso, ma frattura. Che non aspira alla chiarezza, ma alla destabilizzazione. Che non offre soluzioni, ma apre spazi. In un mondo in cui l’autoritarismo si nutre di risposte immediate, l’arte che insiste sulle domande ingestibili diventa una forma di resistenza radicale.
La resistenza, in questa prospettiva, non coincide con l’eroismo visibile né con il gesto clamoroso. È una sottrazione lenta, quotidiana, ostinata. Sottrazione al linguaggio imposto, alle immagini dominanti, alle narrazioni obbligatorie. È il rifiuto di abitare il mondo così come viene raccontato. È la costruzione di zone di opacità in cui il potere perde orientamento, di spazi mentali non colonizzati.
Per questo l’arte che nasce da questa consapevolezza accetta la marginalità come condizione strutturale. Non cerca legittimazione, non aspira all’inclusione piena nei circuiti del riconoscimento istituzionale. Sa che ogni integrazione totale comporta una perdita di radicalità. La sua forza risiede proprio nella posizione eccentrica, nel disallineamento rispetto al centro del discorso dominante.
Per decenni queste pratiche sono state considerate irrilevanti, autoreferenziali, élitarie. Eppure la storia mostra come ciò che viene relegato ai margini conservi spesso una capacità di immaginazione che il centro ha perduto. Quando le forme tradizionali della politica si esauriscono, quando il linguaggio istituzionale si rivela impotente o complice, è spesso l’immaginazione a fornire nuove grammatiche della resistenza.
Non si tratta di attribuire all’arte un ruolo salvifico. L’arte non sostituisce l’azione politica, non prende il posto dell’organizzazione, non risolve i conflitti materiali. Ma svolge una funzione insostituibile: rende pensabile ciò che il potere vorrebbe rendere impensabile. E questo, in tempi di autoritarismo, è già un atto profondamente politico.
Il surrealismo ci ricorda che l’autoritarismo non si combatte solo nelle istituzioni, ma nell’immaginario. Che ogni regime di potere, per durare, ha bisogno di una certa idea di realtà. E che incrinare quella idea, renderla instabile, molteplice, ambigua, significa minare il potere alla radice.
Scrivere, creare, immaginare diventano così pratiche di diserzione. Non fughe dalla realtà, ma rifiuti consapevoli di collaborare con una realtà imposta. In questo senso ogni gesto artistico che rompe la linearità, che rifiuta la semplificazione, che insiste sulla complessità dell’esperienza umana, si iscrive in una tradizione di resistenza che attraversa il secolo e arriva fino a noi.
I nomi cambiano, le forme mutano, le genealogie si rimescolano. Ciò che resta è l’intuizione fondamentale: il potere teme più di ogni altra cosa ciò che non può controllare. E finché esisterà qualcuno disposto a immaginare altrimenti, nessuna forma di autoritarismo potrà dirsi definitiva.
Se vuoi, nel prossimo passo posso entrare ancora più a fondo come farebbe un editor “cattivo”: lavorare su singole frasi, riscriverle, spezzarle, o rendere il testo più tagliente e meno accademico, spingendolo verso una prosa critica ancora più personale.
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