domenica 15 febbraio 2026

“Un amore” di Dino Buzzati: La persistenza del desiderio e della sconfitta


Non sempre si torna a un libro per nostalgia. A volte si torna per fame. Una fame che non assomiglia al desiderio di conforto, ma a una forma di mancanza più inquieta, quasi fisica. Ci sono romanzi che non danno calore, che non proteggono, che non offrono riparo. Offrono piuttosto un attrito, una resistenza, una superficie ruvida contro cui tornare a misurare il proprio corpo mentale. “Un amore” di Dino Buzzati è uno di questi. Non ti accoglie: ti espone. Non ti consola: ti scortica.

Non è un libro che accompagna. È un libro che scava.

Ogni volta che lo si riapre, non si entra in una storia: si entra in una temperatura. Una pressione interna. Un clima. È come riaprire una stanza rimasta chiusa per anni, dove l’aria si è addensata, sedimentata, caricata di odori vecchi, di respiri trattenuti, di desideri che non si sono mai del tutto spenti. E quando quella porta si socchiude, non entra luce: entra una vertigine.

La terza lettura non è una conferma della seconda. È uno spostamento. Una frattura più sottile. Le prime volte si legge per sapere cosa accade. La terza si legge per capire cosa accade a noi mentre leggiamo. E quello che accade, nel caso di questo romanzo, non è rassicurante. Perché non si tratta di riconoscersi in una passione, ma di riconoscere quanto siamo disposti a perdere pur di non rinunciare all’illusione.

Il cuore della storia, ridotto al minimo indispensabile, è quasi disarmante nella sua semplicità. Dorigo incontra Laide. Se ne innamora. La perde senza mai perderla del tutto. La rincorre mentre la relazione si sfibra, si sfalda, si degrada. Il romanzo segue questa traiettoria senza deviazioni, come un tracciato che non prevede uscite di sicurezza. Ma dentro questa semplicità si addensa una complessità emotiva che non smette mai di lavorare sotto la superficie.

Dorigo non è un personaggio “straordinario”. Non è un artista, non è un ribelle, non è un escluso. È un uomo che sta dentro il suo tempo nel modo più regolare possibile. Lavora. È integrato. Frequenta ambienti borghesi. La sua vita, prima dell’incontro con Laide, non è un deserto. È una pianura. Ed è forse proprio questa pianura, questa normalità priva di strappi, a rendere l’irruzione del desiderio così devastante. Perché non arriva come una promessa di senso, ma come una lacerazione.

Buzzati non racconta l’amore come momento di espansione. Lo racconta fin dall’inizio come un restringimento. A ogni passo Dorigo perde spazio, perde aria, perde appigli. L’amore non allarga la sua esistenza: la comprime. La costringe in una gabbia sempre più stretta fatta di attese, sospetti, pagamenti, telefonate non risposte, promesse ambigue, piccoli segni interpretati come oracoli. La grande tragedia del romanzo è che questa gabbia è costruita con materiali invisibili. Nessuno obbliga Dorigo a rimanerci dentro. Eppure non esiste forza esterna che potrebbe liberarlo.

Laide, dal canto suo, non viene mai davvero consegnata al lettore. È un volto che sfugge. Un corpo che appare a frammenti. Una presenza intermittente. Buzzati non la trasforma mai in un personaggio a tutto tondo perché il punto non è lei. Il punto è lo spazio che lei apre. La voragine che genera. Il campo magnetico che organizza intorno a sé la vita mentale di Dorigo. Laide non è centro: è vuoto. Un vuoto che assorbe.

Ed è qui che il romanzo comincia a dire qualcosa di più largo dell’amore tra due individui. Dice qualcosa sul rapporto tra desiderio e potere. Dorigo è più grande. Ha denaro. Ha una posizione. Può offrire. Può proteggere. Eppure è radicalmente nelle mani dell’altro. Il suo potere sociale si rovescia in impotenza emotiva. Più paga, più dipende. Più offre, più si indebolisce. Il denaro, che nel mondo del lavoro è strumento di controllo, qui diventa il segno più chiaro della resa.

In questa dinamica si legge già una delle intuizioni più feroci di Buzzati: il potere non è una cosa che si possiede una volta per tutte. È una funzione mobile, asimmetrica, reversibile. Nel campo del desiderio, spesso, la posizione di forza è proprio quella di chi ha meno da perdere. Laide non ha bisogno di giurare fedeltà, non ha bisogno di promettere. Può sparire, può tornare, può concedere e ritirare. Dorigo invece è già prigioniero. Non di una persona, ma di una struttura.

Questa struttura è l’ossessione.

Buzzati non la tratta come un eccesso momentaneo, ma come una vera e propria forma dell’esistenza. L’ossessione è un modo di essere nel mondo. Un modo in cui il pensiero si organizza, in cui il tempo si deforma, in cui ogni gesto viene risucchiato dentro un unico circuito di senso. Tutto diventa segno. Tutto diventa messaggio. Tutto diventa attesa. Non esiste più un fuori. Il mondo esterno continua a esistere, certo — la città lavora, i giornali parlano, la politica si agita — ma tutto questo non ha più peso. È rumore. È superficie. È fondo.

La vera scena del romanzo è tutta interiore. Non come luogo dell’intimità lirica, ma come spazio dell’assedio. Dorigo non abita il proprio mondo interiore: ne è occupato. Non lo esplora: lo subisce. Pensieri che si ripetono, immagini che tornano, ipotesi che si moltiplicano. L’ossessione non ha mai la nobiltà della passione. È meschina, è umiliante, è ripetitiva. E proprio per questo è più fedele alla verità emotiva.

La vergogna è una delle correnti sotterranee più potenti del libro. Dorigo si vergogna di sé continuamente. Della propria dipendenza. Della propria debolezza. Della propria età. Del fatto stesso di desiderare in quel modo. E tuttavia questa vergogna non lo ferma. Anzi, lo approfondisce. Come se l’umiliazione fosse diventata parte integrante del piacere. Non un effetto collaterale, ma una sua componente strutturale.

In questo, “Un amore” è un romanzo scandaloso in un senso molto più radicale di quello erotico. Non scandalizza per ciò che mostra, ma per ciò che rivela della dinamica interna del desiderio. Mostra che il desiderio non coincide con la libertà. Che spesso è esattamente il contrario: una forma di schiavitù volontaria. Una gabbia che si stringe tanto più quanto più si crede di starla scegliendo.

La città in cui tutto questo accade non è uno sfondo neutro. Milano non è una cartolina: è una macchina. Lavora, produce, registra, accumula, calcola. Buzzati la descrive come un organismo febbrile, fatto di mani occupate, di uffici, di telefoni, di ingranaggi. È un mondo che non si ferma mai. Un formicaio. Ed è in questo mondo iperfunzionale che esplode l’esperienza più disfunzionale possibile: l’ossessione amorosa.

Il contrasto è feroce. Da una parte l’efficienza, la razionalità, la prestazione. Dall’altra la dipendenza, l’attesa, l’inutile reiterazione dello stesso gesto mentale. Dorigo è un architetto: costruisce, organizza, controlla. Ma nella sua vita privata tutto crolla. La sua mente diventa una rovina abitata. Un cantiere senza progetto.

E qui si tocca un altro punto decisivo del romanzo: la frattura tra identità pubblica e identità segreta. Dorigo all’esterno continua a essere un uomo sociale. All’interno è un uomo disfatto. Questa scissione non esplode mai in una confessione liberatoria. Non c’è catarsi. C’è coesistenza forzata. La normalità continua mentre la vita interiore si avvita.

Buzzati, con straordinaria lucidità, ci mostra che la sofferenza non è sempre un evento spettacolare. Spesso è una linea costante, una vibrazione di fondo che non interrompe la vita ma la avvelena. Dorigo non smette di lavorare. Non smette di camminare. Non smette di parlare. Ma ogni gesto è svuotato, deviato, ripiegato su un unico punto fisso: Laide.

E Laide, proprio perché resta lontana, intermittente, ambigua, diventa uno schermo perfetto su cui proiettare tutto. È meno una persona che una superficie di iscrizione. Tutto ciò che Dorigo non sopporta di sé, tutto ciò che non riesce a dominare, tutto ciò che lo spaventa, viene depositato lì. L’amore come esternalizzazione del conflitto. Come spostamento continuo del dolore su un oggetto che lo rende sopportabile proprio perché lo rende inseguibile.

Non c’è redenzione. Non c’è apprendimento. Non c’è trasformazione autentica. Questo è uno degli aspetti più spietati del romanzo. Dorigo non “cresce”. Non attraversa una pedagogia del dolore. Il dolore non gli insegna nulla. Lo accompagna. Lo scava. Lo deforma. Ma non lo emancipa. In questo, Buzzati distrugge uno dei grandi miti consolatori della narrativa: l’idea che la sofferenza renda migliori.

Qui la sofferenza rende dipendenti.

Rende più insistenti. Più bisognosi. Più disposti a scendere. Non c’è nessuna romantizzazione dell’abisso. L’abisso è solo un luogo che risucchia. Senza bellezza.

Ecco perché “Un amore” è ancora oggi un romanzo scomodissimo. Non offre modelli. Non fornisce narrazioni di riscatto. Non permette al lettore di sentirsi migliore del personaggio. Perché Dorigo non è un “altro” facilmente separabile. È una possibilità dell’umano. Una possibilità sempre in agguato.

Rileggerlo oggi, nel tempo dell’esibizione continua dei sentimenti, nel tempo dell’amore come contenuto, come post, come identità dichiarata, produce uno spaesamento profondo. Qui l’amore non è mai uno status. È una vergogna privata. Un segreto che consuma. Non genera racconto condiviso. Genera isolamento.

E forse è proprio per questo che la sua verità continua a pungire.

C’è un punto, nel corso del romanzo, in cui si comprende che il tempo non scorre più secondo le leggi comuni. Non è solo la percezione soggettiva a deformarsi: è l’intera struttura dell’esperienza che si ripiega su un asse unico. Il tempo dell’ossessione non è lineare. È un tempo che torna, che ristagna, che si addensa. Un tempo che non porta da qualche parte, ma gira attorno a un vuoto come un animale in gabbia. Dorigo non “vive” più i giorni: li attraversa. Ogni giornata è la variazione minima di una giornata precedente. Cambiano i dettagli, non la condizione.

Questo tempo circolare è uno dei veri protagonisti invisibili di “Un amore”. Non è il tempo della memoria malinconica, né quello della speranza. È un tempo neutro, quasi minerale, che corrode senza promettere nulla. Ed è in questo tempo che il pensiero si trasforma in martello. Non elabora, non supera, non dimentica. Ripete. Torna. Insiste. Ogni ricordo si trasforma in prova. Ogni gesto passato diventa un indizio da reinterpretare. Ogni parola detta da Laide assume il peso di un oracolo ambiguo.

In questo circuito, la mente perde la sua funzione di orientamento e diventa uno strumento di tortura. L’ossessione non è solo ciò che si pensa: è il modo in cui si pensa. Una logica deformata, impeccabile nella sua coerenza interna e totalmente sganciata dalla realtà. Dorigo costruisce catene di deduzioni, nessi, spiegazioni. E ogni spiegazione, invece di placare l’angoscia, la moltiplica. La mente lavora contro di sé.

Qui sta uno dei nodi più moderni del romanzo. Non c’è un inconscio che esplode in forma di sintomo improvviso. C’è una coscienza lucida che si autodivora. Dorigo vede con chiarezza il proprio stato. Non è un ingenuo. Sa di essere dipendente. Sa di essere ridicolo. Sa di essere in una posizione di inferiorità. Eppure continua. Non per ignoranza, ma per scelta necessitata. È questa lucidità senza uscita che rende il suo dramma così implacabile.

Non si tratta di un uomo che non capisce. Si tratta di un uomo che capisce troppo e proprio per questo non riesce a smettere.

Laide, intanto, resta fedele alla propria indeterminazione. Non è mai pienamente colpevole, mai completamente innocente. Non promette davvero, ma nemmeno rifiuta con nettezza. È una linea mobile che non si lascia afferrare. Ed è proprio qui che il romanzo smonta uno degli automatismi più grossolani della lettura morale: non c’è un carnefice e una vittima. C’è un dislivello, certo. Ma è un dislivello che si costruisce nella relazione, non che esiste prima.

Laide non ha bisogno di essere crudele. Le basta essere intermittente. In questo senso, “Un amore” è anche un romanzo sull’intermittenza come forma di potere. Il potere di sparire e tornare. Di sospendere. Di non decidere. Chi è ossessionato vive nell’attesa. Chi è atteso governa il tempo dell’altro senza nemmeno doverlo dichiarare.

Questo meccanismo si riflette anche nella lingua del romanzo. La prosa si contrae e si dilata seguendo il movimento interno dell’ossessione. Ci sono passaggi in cui la frase sembra non voler finire mai, come se il pensiero avesse paura di arrestarsi. Accumula immagini, particolari, dettagli fisici, prospettive. La ripetizione non è un difetto stilistico: è la forma stessa del contenuto. Il testo non racconta l’insistenza. La è.

Ed è qui che si tocca davvero la differenza tra scrivere “bene” e fare letteratura. La letteratura, quando è tale, non si limita a esibire un tema: lo incorpora nella propria materia. Il lettore non osserva l’ossessione dall’esterno. Ne viene risucchiato. Sperimenta la fatica, la circolarità, la claustrofobia. Il romanzo diventa una trappola cognitiva. Non per stile raffinato, ma per adesione strutturale al suo oggetto.

L’umiliazione, che nel romanzo è costante, non ha mai una funzione purificatrice. Non migliora Dorigo. Non lo rende consapevole in modo salvifico. Si deposita. Si stratifica. Diventa un grado in più della dipendenza. Ogni volta che Dorigo accetta una mortificazione, paga un prezzo in dignità che non lo avvicina a una liberazione, ma lo lega ancora di più. Come se ogni perdita fosse anche una conferma: ho già dato troppo per potermi fermare ora.

Questa è una delle leggi più profonde dell’ossessione: il passato come catena. Non solo perché si ricorda, ma perché si è investito. Ogni sacrificio rende più difficile la ritirata. Ogni rinuncia diventa un pegno che chiede compensazione. Si continua non per desiderio, ma per non rendere vano ciò che si è già perso.

E così l’amore si rovescia in contabilità. Quanto ho dato? Quanto posso ancora perdere? Quanto devo ancora sopportare per non ammettere che ho già perso troppo? Il sentimento si contamina con la logica del debito. Non si ama più per slancio, ma per inerzia emotiva. Per accumulo di rinunce. Per mancanza di via d’uscita.

In questo senso “Un amore” è anche un romanzo sottilmente economico. Non nel senso del denaro in sé, ma nel senso dello scambio, del credito, della perdita. Dorigo paga. Paga in denaro, in tempo, in rispetto di sé. Ogni pagamento è una scommessa che non restituisce nulla, se non la possibilità di continuare a pagare. L’amore come investimento a fondo perduto.

Eppure non c’è una condanna esplicita. Non c’è una tesi. C’è solo una esposizione radicale del meccanismo. L’autore non giudica Dorigo. Lo segue. Lo accompagna fino al limite. E proprio in questa mancanza di condanna sta la vera crudeltà del libro. Perché non consente al lettore di collocarsi in una posizione superiore. Non offre appigli morali. Non consente il rifugio nel “io non farei mai così”. Chi legge è costretto a riconoscere che quella deriva non è aliena, ma possibile.

Qui il romanzo smette definitivamente di essere solo una storia d’amore infelice e diventa una macchina di interrogazione dell’umano. Che cosa siamo disposti a perdere pur di non rinunciare a ciò che desideriamo? Fino a che punto la libertà è compatibile con l’attaccamento? Quando il desiderio smette di essere una forza vitale e diventa un principio di distruzione silenziosa?

Nel mondo di oggi, che trasforma ogni relazione in una narrazione pubblica, che esige definizioni, status, dichiarazioni, “Un amore” appare quasi un oggetto alieno. Qui l’amore non ha una forma comunicabile. Non produce storytelling. Non genera epica. È un processo opaco. Un movimento che non si lascia tradurre in formule condivisibili. Dorigo non può raccontarsi come eroe tragico. Non può nemmeno raccontarsi come vittima. È intrappolato in una zona grigia in cui ogni tentativo di auto-narrazione si sbriciola.

E forse è proprio per questo che il romanzo fa così male oggi. Perché ci ricorda che non tutto è narrabile. Che non tutto è spendibile. Che non tutto può diventare public persona. Ci sono zone dell’esperienza che resistono alla messa in scena. Che restano vergognose, informi, indecifrabili. “Un amore” abita esattamente quella zona.

La città intanto continua. Le notizie scorrono. La politica parla. Il lavoro chiama. Questo sfondo incessante, quasi indifferente al dramma individuale, accentua la solitudine di Dorigo in modo feroce. Il mondo non si ferma per la sua ossessione. Non c’è nessuna sospensione epica. La tragedia non interrompe il traffico. Ed è forse proprio questo che rende tutto più disperante: il fatto che il dolore si consumi in piena luce, nel cuore di una normalità che non concede tregua.

Non c’è sublime nell’infelicità di Dorigo. C’è una continua frizione tra la sua tempesta interna e la superficie liscia della realtà esterna. Lui brucia, il mondo funziona. Lui si consuma, la città produce. Questa asimmetria è una delle ferite più profonde del romanzo. Il fatto che l’esperienza soggettiva più devastante resti irrilevante per il corso generale delle cose.

Ed è qui che si apre una lettura più ampia, quasi politica, se così si può dire senza banalizzare. “Un amore” mostra una delle forme più sottili dell’alienazione moderna: non quella dell’operaio sfruttato, non quella dell’intellettuale emarginato, ma quella dell’individuo perfettamente integrato che tuttavia vive una scissione insanabile tra il ruolo sociale e la vita affettiva. Dorigo non è escluso dal sistema. Ne è un ingranaggio. E proprio per questo il suo crollo interiore non produce alcuna frattura visibile.

Il romanzo sembra dirci che la modernità non ha bisogno di schiacciare l’individuo con la violenza esplicita. Gli basta offrirgli spazio all’esterno e desertificare l’interno. Gli basta consentirgli di funzionare mentre si disfa.

Rileggerlo oggi significa anche interrogarsi su quanto questa desertificazione si sia spinta oltre. Oggi l’interiorità è continuamente sollecitata, stimolata, mediatizzata. Ma non per questo è più abitabile. Forse lo è persino di meno. La differenza è che Dorigo soffre in silenzio. L’uomo contemporaneo soffre spesso sotto gli occhi di tutti. Il dolore è diventato uno spettacolo. Ma questo lo rende meno distruttivo? O semplicemente più rumoroso?

Nel romanzo, il silenzio ha un peso specifico enorme. Le attese non sono riempite da notifiche. Le assenze non sono compensate da surrogati virtuali. Il vuoto è pieno. È un vuoto che costringe a stare dentro di sé senza anestesie. E questo rende l’ossessione più compatta, più concentrata, più violenta.

Dorigo non può distrarsi davvero. Può solo rimandare. E ogni rimando aumenta la pressione.

Alla fine, ciò che resta dopo la lettura non è il ricordo di una trama, ma la sensazione di avere attraversato un corridoio stretto e senza finestre, dove a ogni passo l’aria si faceva più densa. “Un amore” non lascia immagini luminose. Lascia una stanchezza profonda. Una specie di affaticamento morale. Come se avessimo camminato a lungo dentro la mente di qualcuno che non riesce più a smettere di tornare sempre nello stesso punto.

E tuttavia, proprio in questa stanchezza, c’è qualcosa di altissimo. Perché la letteratura, quando è tale, non serve a farci sentire leggeri. Serve a farci sentire esposti. A ricordarci che il desiderio non è un ornamento della vita, ma una forza che può divorarla dall’interno. Che l’amore non è sempre un dono. A volte è una necessità che si paga con se stessi.

C’è un punto in cui l’ossessione smette di essere soltanto una dinamica affettiva e diventa una forma di identità. Dorigo, senza dichiararlo mai, comincia a riconoscersi soprattutto attraverso la propria dipendenza. Non è più soltanto un uomo che ama: è un uomo che aspetta. Un uomo che teme. Un uomo che controlla. Un uomo che paga. L’amore non è più una parte della sua vita: diventa la struttura che la regge tutta, nell’ombra. L’ossessione non è un incidente del percorso: è diventata il percorso.

Ed è in questo scivolamento che si consuma la perdita più radicale: la perdita dell’autorità su di sé. Non quella sociale, che in larga parte resta in piedi, ma quella interiore. Dorigo non è più sovrano della propria attenzione. Non sceglie più su cosa posare lo sguardo mentale. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni micro-evento è filtrato da una domanda unica: che cosa significa questo per me e per Laide? Il mondo si riduce a un sistema di segnali sentimentali.

Questa riduzione non ha nulla di poetico. È una mutilazione. La realtà si assottiglia fino a diventare un fondale funzionale all’angoscia. Tutto diventa allegoria del desiderio e, insieme, del suo mancato compimento. Ogni dettaglio può essere un presagio, ogni silenzio una minaccia, ogni parola una condanna sospesa. L’ossessione non amplia il senso: lo impoverisce fino a renderlo monotematico.

Qui il romanzo tocca uno dei punti più delicati e meno consolabili: l’amore come perdita di complessità. Non come apertura al mondo, ma come suo collasso. Dorigo non vede più mille cose: ne vede una sola, riflessa ovunque. E quella cosa non è mai pienamente presente. È sempre in ritardo rispetto a se stessa. Sempre differita.

L’umiliazione, a questo punto, non è più un evento spiacevole. È diventata una condizione. Non scandalizza più. Non stupisce più. È entrata nella normalità. Questo è forse l’aspetto più disturbante dell’intero romanzo: il fatto che il dolore non resti eccezionale. Si stabilizza. Diventa ambiente. Dorigo si muove dentro un clima di umiliazione così come prima si muoveva dentro un clima di rispetto sociale. Ha cambiato atmosfera senza quasi accorgersene.

Ed è qui che si apre una questione profondamente legata al tema della maschilità. Dorigo non è solo un individuo che soffre: è un uomo che perde progressivamente tutte le coordinate attraverso cui la sua identità maschile si era costruita. Sicurezza, controllo, razionalità, capacità decisionale. Tutte queste qualità, che nel mondo del lavoro lo rendono un professionista rispettato, nella sfera affettiva collassano una dopo l’altra.

Non c’è eroismo in questa perdita. Non c’è dignità tragica. C’è uno scollamento lento, quasi vergognoso. La maschilità di Dorigo non si spezza in un gesto estremo: si deforma. Si ammolla. Si adatta alla subordinazione. E questa adattabilità è forse ciò che più inquieta. Perché mostra che il potere maschile, quando viene meno, non sempre lascia spazio a una liberazione. Può trasformarsi in mendicità, in dipendenza, in auto-svalutazione.

La relazione con Laide non produce uno scontro tra due forze simmetriche. Produce uno sbilanciamento continuo. Lei non ha bisogno di imporsi. Le basta restare opaca. L’opacità è la sua sovranità. Dorigo, invece, è trasparente fino all’indecenza. Le sue emozioni sono esposte. I suoi sbalzi d’umore sono leggibili. Il suo bisogno è visibile. E in una dinamica di potere, ciò che è visibile è sempre più vulnerabile.

Questo ribaltamento è sottilissimo e spietato. L’uomo che nel mondo pubblico è abituato a decidere, qui è colui che chiede. Chiede tempo, chiede attenzione, chiede rassicurazioni, chiede ritorni. E più chiede, più si scopre. Più si scopre, più si indebolisce. È un circuito che non conosce inversione.

In questo senso, “Un amore” è anche un romanzo sull’impossibilità di restare invulnerabili nel desiderio. Chi ama davvero, ama male. Ama scoprendosi, e dunque rischiando di perdere ogni posizione di forza. Ma Buzzati va oltre: ci mostra che non tutti reggono questa esposizione. Non tutti riescono a stare in piedi nello spazio aperto del desiderio. Alcuni, come Dorigo, ne vengono risucchiati.

E qui il romanzo si avvicina a una verità che oggi facciamo fatica ad accettare: non tutti i desideri sono “buoni” per chi li prova. Non tutti emancipano. Non tutti arricchiscono. Alcuni impoveriscono in modo irreversibile. Questo va contro una retorica contemporanea che tende a sacralizzare il desiderio come valore in sé. Buzzati, invece, lo tratta come una forza ambigua, bifronte, capace tanto di dare senso quanto di distruggerlo.

Il desiderio non è una garanzia. È un rischio.

E Dorigo lo corre fino in fondo, senza riuscire mai a trasformarlo in esperienza. Resta sempre bloccato in uno stato che potremmo chiamare pre-vita. Una sospensione continua. La vita vera è sempre spostata un po’ più in là, sulla base di un incontro che forse avverrà, di una promessa che forse sarà mantenuta, di un futuro che forse comincerà domani. Ma il domani non arriva mai. O, se arriva, è sempre già insufficiente.

Così l’esistenza si riduce a anticamera. Dorigo vive in un corridoio. Non dentro una stanza. Non dentro una casa. In uno spazio di passaggio che non conduce da nessuna parte. Questo è uno degli aspetti più sottilmente disperanti del romanzo. Il fatto che non ci sia nemmeno l’intensità assoluta dell’abisso. C’è una perenne soglia. Una porta che non si apre mai del tutto.

Nel frattempo, la realtà continua con la sua indifferenza chirurgica. Il lavoro, gli impegni, la città. Tutto procede come se nulla stesse accadendo. Questo contrasto è una delle chiavi più potenti del libro. Il dramma non ha spettatori. Non ha risonanza. Non produce onda d’urto. Accade e basta. Come accadono le malattie segrete. Come accadono certe dipendenze che dall’esterno non lasciano tracce evidenti.

E proprio per questo è così facile ignorarlo. Dorigo è solo. Non perché nessuno gli voglia bene, ma perché nessuno può davvero abitare il suo stesso spazio mentale. La solitudine qui non è una mancanza di relazioni. È una mancanza di condivisione dell’esperienza. L’ossessione crea un ecosistema chiuso. Chi sta fuori può solo intuire, mai entrare.

Questa condizione di isolamento interiore è forse ciò che più distingue “Un amore” dalle narrazioni sentimentali consolatorie. Qui non c’è comunità del dolore. Non c’è solidarietà. Non c’è “noi”. C’è un io assoluto, sigillato nella propria gabbia.

Ed è in questo io che si produce la deformazione del reale più radicale. Dorigo non percepisce più le persone come tali. Le percepisce come funzioni del proprio desiderio. Chi può avvicinarlo a Laide diventa importante. Chi lo ostacola diventa nemico. Gli altri perdono spessore. Il mondo non è più popolato da soggetti, ma da strumenti. Questo è uno degli effetti più devastanti dell’ossessione: la distruzione silenziosa dell’alterità.

Non si smette di amare una persona. Si smette di vedere le persone.

E Laide stessa, paradossalmente, è la prima vittima di questo sguardo deformante. Non viene più vista per ciò che è, ma per ciò che rappresenta. Non è più un essere umano con opacità proprie. È diventata una funzione. Un segno. Un perno. È questo che rende il loro legame irrevocabilmente asimmetrico. Dorigo non ama più Laide. Ama l’idea di Laide. Ama il proprio desiderio che passa attraverso di lei. E questa confusione tra oggetto e funzione è uno dei nodi più irrisolvibili del romanzo.

Nel mondo contemporaneo, dove il desiderio è continuamente sollecitato, stimolato, riformulato, messo in scena, questo meccanismo è diventato ancora più diffuso. Si desiderano spesso non persone, ma immagini. Non relazioni, ma posizioni. Non incontri, ma narrazioni di sé. In questo senso “Un amore” appare quasi profetico. Racconta una dinamica che oggi si è moltiplicata, accelerata, resa sistemica.

Dorigo non ha un profilo pubblico. Non ha una platea. Ma il suo modo di desiderare è già intrinsecamente spettacolare, nel senso più crudele del termine. Mette in scena se stesso per un solo spettatore che spesso nemmeno guarda. E proprio questo squilibrio è la sua condanna.

Il romanzo non offre appigli etici comodi. Non ci permette di dire: qui c’è il giusto, qui l’ingiusto. Ci mette davanti a una zona in cui le categorie morali si sfaldano. Dorigo non è buono. Non è cattivo. È un uomo che non riesce a uscire da una struttura affettiva che lo distrugge. Laide non è un mostro. Non è un’innocente. È una presenza che non può — o non vuole — assumersi la responsabilità del ruolo che occupa nell’immaginario dell’altro.

E forse è proprio questa ambiguità a rendere il romanzo così incancellabile. Non c’è una lezione. C’è una ferita aperta.

Se si osserva fino in fondo la parabola di Dorigo, si comprende che il romanzo non racconta soltanto una dipendenza affettiva, ma mette in scena un modello di cattura. Il desiderio, in “Un amore”, non è mai un moto spontaneo che va verso la pienezza. È un meccanismo che intercetta una mancanza e la trasforma in circuito. Non promette compimento: promette prosecuzione. Non dice “avrai”, ma “continuerai”.

Ed è proprio questo che rende il libro così acutamente contemporaneo, pur appartenendo a un’altra epoca. Oggi il desiderio non si spegne mai. Viene continuamente rilanciato, riformulato, stimolato. Non ha più un oggetto stabile: ha una sequenza infinita di micro-oggetti, di immagini, di possibilità. Ma la struttura è la stessa. Ciò che conta non è più arrivare, ma restare agganciati.

Dorigo è un uomo agganciato.

E questo aggancio, più che sentimentale, è strutturale. Non riguarda solo Laide. Riguarda il suo modo di stare al mondo. Prima ancora dell’incontro, Dorigo è già un uomo che vive dentro un sistema di doveri, ritmi, aspettative. Lavora, risponde, produce, organizza. Il suo tempo non è mai realmente suo. È sempre in parte impegnato, destinato, occupato. L’ossessione amorosa non fa che colonizzare un terreno già predisposto alla cattura.

L’amore non irrompe in una vita libera. Irrompe in una vita già catturata. E ne intensifica la prigionia.

Questa è forse una delle intuizioni più profonde del romanzo: le dipendenze più devastanti non nascono nel vuoto, ma in sistemi già fortemente normati. Dorigo è abituato a funzionare. A rispondere. A rispettare scadenze. A rientrare in ruoli. L’amore ossessivo si innesta perfettamente su questa disposizione. Diventa un nuovo dovere, una nuova scadenza, un nuovo compito impossibile da portare a termine.

Non c’è rottura tra lavoro e ossessione. C’è continuità. Dorigo passa dall’essere servo del lavoro a essere servo del desiderio senza mai attraversare una vera frattura liberatoria. Questo rende la sua caduta ancora più silenziosa, ancora più integrata. Non fa rumore perché è perfettamente compatibile con la normalità.

E questo è, forse, uno dei punti più inquietanti per noi oggi. Viviamo in un tempo in cui le forme della cattura sono diventate sempre più sofistiche. Non hanno più bisogno di violenza esplicita. Funzionano attraverso la promessa, la possibilità, l’anticipazione. Non ti dicono: obbedisci. Ti dicono: potresti. E il “potresti” è una catena più sottile dell’ordine.

Dorigo vive esattamente dentro questa dimensione del “potresti” infinito. Potrebbe vederla. Potrebbe rivederla. Potrebbe riavvicinarla. Potrebbe chiarire. Potrebbe essere ricambiato. Potrebbe ricominciare. Ogni possibilità lo tiene fermo. Ogni apertura lo immobilizza. È l’eterno “quasi” dell’ossessione.

In questo senso, “Un amore” è anche un romanzo sull’impossibilità di concludere. Non nel senso della fine della storia, ma nel senso dell’atto definitivo. Dorigo non riesce mai a dire veramente: Sì. Ma soprattutto non riesce mai a dire: Basta. È prigioniero di una zona intermedia, di una sospensione cronica. Non è dentro, non è fuori. Non è salvo, non è perduto. È trattenuto.

Ed è proprio in questa zona di trattenimento che la letteratura di Buzzati diventa una lente spietata sul presente. Oggi viviamo sempre più spesso in un eterno “ancora un po’”. Ancora un messaggio. Ancora un’attesa. Ancora una possibilità. Ancora una verifica. Non siamo mai nel pieno possesso dell’esperienza, ma sempre nella sua anticamera. Dorigo, da questo punto di vista, è un antesignano tragico dell’uomo sospeso contemporaneo.

La vergogna che attraversa il romanzo è una vergogna senza pubblico. E proprio per questo è assoluta. Oggi la vergogna è sempre più difficile da sostenere perché è immediatamente esposta. Diventa contenuto. Diventa racconto. Diventa persino valore. Nel libro, invece, la vergogna resta interna, non redimibile. Non produce consenso. Non diventa linguaggio comune. È una materia muta che lavora nel corpo e nella mente.

Dorigo non si racconta. Non trasforma il proprio dolore in discorso condivisibile. Non lo elabora per renderlo accettabile. Lo subisce. E questo subire senza traduzione è uno degli elementi più “antichi” e insieme più radicali del romanzo. Ci ricorda che non tutta l’esperienza è narrabile senza perdita. Che non tutto può diventare racconto senza trasformarsi in altro.

La progressiva perdita di autorità di Dorigo su di sé è anche una perdita di linguaggio. A poco a poco, egli non riesce più a nominare ciò che vive senza deformarlo. Ogni parola si carica di un peso eccessivo. Ogni frase diventa un tentativo di controllo che fallisce. Il linguaggio non domina l’esperienza: ne viene travolto.

E questo è un punto decisivo. Oggi siamo abituati a pensare che nominare significhi governare. Che dire qualcosa equivalga a prenderne possesso. In “Un amore” accade l’opposto. Più Dorigo pensa, più perde terreno. Più analizza, più si intrappola. La coscienza non è un’arma liberatoria: è il campo stesso della prigionia.

Alla fine, ciò che colpisce è che Dorigo non viene mai veramente “punito”. Non c’è un momento in cui il dolore esplode in tragedia definitiva. Non c’è catastrofe. Non c’è epilogo esemplare. Il romanzo non chiude con un boato, ma con uno spegnimento progressivo. Un abbassamento. Un consumarsi. E questo finale senza apice è forse la forma più lucida e spaventosa di realismo emotivo.

Non tutti gli amori infelici finiscono nel sangue. Molti finiscono nello sfinimento. Nel disarmo. Nell’assuefazione al proprio stesso dolore. Dorigo non muore. Ma smette di vivere come soggetto. Continua a esistere come funzione dell’ossessione. E questa forma di sopravvivenza è, paradossalmente, peggiore della rovina spettacolare. Perché non consente nemmeno l’illusione di una fine salvifica.

Rimanendo in questo orizzonte, il romanzo diventa una meditazione radicale sul fallimento non come evento, ma come stato. Non come incidente, ma come condizione. Dorigo non “fallisce” una volta. Fallisce ogni giorno. Fallisce nel mantenere una distanza. Fallisce nel proteggersi. Fallisce nel sottrarsi. Ma questo fallimento non produce rottura. Produce continuità. E proprio per questo diventa invisibile.

E qui si apre l’ultimo grande varco verso il presente. Viviamo in un’epoca che sopporta sempre meno il fallimento. Lo trasforma in tappa, in esperienza, in contenuto motivazionale. Gli toglie opacità. Lo rende raccontabile, monetizzabile, persino celebrabile. Nel romanzo, invece, il fallimento resta fallimento. Non diventa lezione. Non diventa capitale simbolico. Resta ciò che è: una perdita che non genera guadagno.

Questo è, in fondo, lo scandalo ultimo di “Un amore”: non offre nulla in cambio della sofferenza. Non restituisce senso. Non promette trasformazione. Espone solo il vuoto come possibilità reale dell’esperienza umana.

Ed è proprio per questo che il libro continua a inquietare. Perché ci costringe a riconoscere che non tutto ciò che viviamo ha un esito narrativamente dignitoso. Che non tutte le esperienze producono un “prima” e un “dopo”. Alcune semplicemente erodono.

Alla fine della terza lettura non resta una tesi. Resta una stanchezza grave, lenta, stratificata. Una stanchezza che non ha nulla a che fare con il pessimismo teorico. È una stanchezza esistenziale. Come se il romanzo avesse prosciugato una riserva interna di illusioni. Non si esce arricchiti. Si esce più esposti.

Ed è forse proprio questo il gesto più radicale che la letteratura possa ancora compiere oggi: non offrire protezione, non offrire risposte, non offrire identità, ma togliere ripari. Restituirci, anche solo per un istante, alla nostra nudità di esseri desideranti e vulnerabili.

“Un amore” non ci chiede di identificarci in Dorigo. Ci chiede qualcosa di molto più scomodo: di riconoscere quanto di Dorigo è già incorporato nelle nostre strutture di attesa, nelle nostre dipendenze invisibili, nelle nostre sospensioni croniche, nei nostri “ancora un po’”.

Non è un romanzo che invecchia. È un romanzo che ci insegue.

C’è un momento, tornando indietro tra le pagine, in cui si ha l’impressione che Dorigo non stia più inseguendo Laide, ma una versione anteriore di sé. Non l’uomo che è diventato, ma l’uomo che credeva di essere prima che il desiderio gli mostrasse la propria nudità. In questo senso, “Un amore” non racconta soltanto un legame impossibile: racconta il lutto per l’immagine che abbiamo di noi stessi quando l’illusione della padronanza cade.

Ciò che Dorigo perde davvero non è una donna. Perde la fantasia di essere un soggetto sovrano. Perde l’idea che la razionalità basti a governare il cuore. Perde la convinzione, tipicamente moderna, che l’esperienza possa essere ricondotta a sistema, a calcolo, a previsione. Il suo dolore nasce precisamente nello scarto tra ciò che crede di controllare e ciò che lo travolge.

Ed è in questo scarto che il romanzo diventa impietosamente attuale. Perché anche noi, oggi più che mai, abitiamo la stessa illusione di governo. Misuriamo tutto: emozioni, tempi, relazioni, desideri. Li tracciamo, li archiviamo, li raccontiamo. Ma continuiamo a essere presi in contropiede proprio là dove crediamo di essere più lucidi. L’ossessione, quando arriva, non chiede il permesso. Non rispetta i dispositivi. Non riconosce l’intelligenza come autorità.

Dorigo è una figura che ci costringe a fare i conti con una verità sgradevole: non esiste maturità che metta al riparo dal crollo. Non esiste equilibrio che non possa spezzarsi. E soprattutto non esiste pensiero che possa sostituirsi all’esperienza senza pagarne il prezzo.

Il romanzo non dura perché “parla d’amore”. Dura perché parla della sconfitta dell’io. Dura perché mostra che l’identità non è una fortezza, ma una soglia. Dura perché ci ricorda che l’essere umani non coincide con la capacità di scegliere, ma spesso con l’impossibilità di smettere.

Alla fine, Dorigo non viene né assolto né condannato. Viene semplicemente lasciato lì, come restiamo noi quando finisce qualcosa che non sappiamo nemmeno se possiamo chiamare “storia”. Restiamo con un corpo che continua, con una mente che ripete, con un tempo che non guarisce ma consuma. Nessuna catarsi. Nessuna palingenesi. Solo la persistenza.

E forse è proprio qui la radicalità estrema del libro: nel rifiuto di consolarci. Non ci dice che dal dolore si esce migliori. Ci dice che dal dolore si esce cambiati, e non sempre in una forma che possiamo riconoscere come “crescita”. Talvolta si esce più fragili, più esposti, più scoperti. Talvolta si esce solo più stanchi.

In un’epoca che trasforma ogni ferita in racconto edificante, ogni trauma in occasione, ogni perdita in contenuto, questo rifiuto è un gesto quasi sovversivo. “Un amore” non produce capitale simbolico. Non trasforma la sconfitta in valore. Non nobilita la dipendenza. La mostra, semplicemente, nella sua nuda ripetizione.

E allora, arrivati alla fine, non possiamo nemmeno dire di aver “capito” Dorigo. Possiamo solo riconoscerlo. Riconoscerlo come una possibilità inscritta in ciascuno di noi. Come una figura che non ci è estranea perché ci somiglia nel punto che meno vorremmo ammettere: là dove smettiamo di scegliere e cominciamo a subire.

Questo è il lascito ultimo del romanzo. Non una verità sull’amore, ma una verità sull’essere: siamo creature capaci di desiderare fino a perderci. E non c’è cultura, disciplina, intelligenza o esperienza che possa garantire l’immunità.

Per questo “Un amore” non si conclude davvero con l’ultima pagina. Continua ogni volta che qualcuno riconosce, dentro di sé, quella zona opaca in cui il desiderio non promette felicità, ma solo la propria persistenza. Continua ogni volta che qualcuno resta, come Dorigo, in quell’“ancora un po’” che non è più attesa e non è ancora rinuncia.

E forse è proprio lì, in quel punto sospeso e senza redenzione, che il romanzo ci guarda più da vicino. Non per giudicarci. Ma per ricordarci, con una calma spietata, che la vulnerabilità non è un incidente dell’esistenza: è la sua condizione più profonda.

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