Tutta la saggezza consiste nel saper essere perdenti (Emil Cioran, 18 dicembre 1968).
L’idea che la saggezza consista nel saper essere perdenti si colloca in una linea di pensiero radicalmente antitetica rispetto alla pedagogia dominante del nostro tempo. Non solo contraddice l’etica neoliberale della performance, ma incrina anche una più antica fiducia occidentale nella redenzione attraverso l’azione, nel progresso come accumulo di senso, nella biografia come narrazione ascendente. Dire che la saggezza sta nel perdere significa introdurre una frattura insanabile nel racconto edificante dell’esistenza. Significa affermare che la vita non è una prova da superare, né un compito da portare a termine con successo, ma un processo di progressiva sottrazione, in cui ciò che conta non è ciò che si conquista, bensì ciò che si impara a lasciar andare senza mentire a se stessi.
La perdita, in questo orizzonte, non è un incidente che interrompe il corso naturale della vita, ma il suo stesso ritmo profondo. Ogni esperienza significativa comporta una rinuncia: scegliere implica sempre scartare, amare significa esporsi alla possibilità della fine, pensare significa abbandonare la sicurezza delle certezze immediate. La saggezza non nasce dall’accumulazione di risposte, ma dalla capacità di abitare le domande senza pretendere una soluzione definitiva. Il perdente, a differenza del vincente, non cerca di colmare il vuoto che lo attraversa; impara piuttosto a riconoscerlo come una componente strutturale dell’esistenza.
La cultura contemporanea, invece, ha sviluppato una vera e propria allergia alla perdita. Ogni fallimento deve essere immediatamente rielaborato, narrativizzato, convertito in risorsa. La sconfitta non è più ammessa come tale: viene tollerata solo a patto che diventi funzionale a una successiva affermazione. In questo senso, non è consentito perdere davvero. Si può inciampare, purché l’inciampo sia provvisorio; si può cadere, purché la caduta diventi spettacolare e redditizia. La saggezza del perdere, invece, richiede il coraggio di restare nella sconfitta senza garantirsi un riscatto. È una saggezza senza promessa, e proprio per questo profondamente inquietante.
Saper essere perdenti significa rinunciare alla tentazione di giustificare la propria esistenza attraverso il successo. Il vincente è colui che si sente autorizzato a vivere perché ha ottenuto risultati riconoscibili. Il perdente, al contrario, deve confrontarsi con una domanda più radicale: che valore ha la vita quando non produce riconoscimento, quando non lascia tracce, quando non viene confermata dallo sguardo altrui? La saggezza comincia nel momento in cui si accetta che questa domanda possa restare senza risposta. Non tutto ciò che esiste deve essere legittimato. Non tutto ciò che vive deve essere utile.
In questa prospettiva, la perdita assume una funzione conoscitiva. Essa smaschera le illusioni che sostengono l’ego, dissolve le narrazioni autocelebrative, riduce l’individuo alla sua nuda presenza. Quando si perde davvero, non solo si perde qualcosa: si perde qualcuno, spesso l’immagine che avevamo costruito di noi stessi. Questo processo è traumatico, ma anche rivelatore. Mostra ciò che resta quando le sovrastrutture simboliche crollano. E ciò che resta, se resta qualcosa, non è mai glorioso: è fragile, contraddittorio, esposto. È umano.
La saggezza del perdente non è mai rumorosa. Non si manifesta in proclami, né in sistemi coerenti. È una saggezza dimessa, spesso invisibile, che si esprime più attraverso il silenzio che attraverso la parola. Chi ha imparato a perdere sa che molte domande non meritano risposta, che molte ferite non chiedono interpretazione, che molte esperienze non devono essere raccontate. In un mondo che esige costantemente narrazione e visibilità, il perdente custodisce il diritto all’opacità.
Esiste anche una temporalità specifica della perdita. Il tempo del vincente è accelerato, proiettato in avanti, dominato dall’urgenza del prossimo obiettivo. Il tempo del perdente è rallentato, spesso stagnante, privo di direzione. Questa sospensione temporale è generalmente vissuta come una condanna. Eppure è proprio in questa dilatazione del tempo che può nascere una forma diversa di attenzione. Quando il futuro smette di promettere, il presente smette di essere un mezzo e diventa un luogo. Il perdente impara a stare, non a correre.
La saggezza del perdere comporta anche una trasformazione del rapporto con il desiderio. Il desiderio del vincente è sempre orientato verso ciò che manca, verso ciò che potrebbe colmare una presunta insufficienza. Il perdente, dopo aver sperimentato l’inconsistenza di molte promesse, sviluppa un desiderio più sobrio, meno vorace. Non desidera meno intensamente, ma desidera diversamente. Sa che nessun oggetto, nessun riconoscimento, nessuna relazione potrà risolvere definitivamente il disagio di esistere. Questa consapevolezza non spegne il desiderio, lo rende più vero.
Anche il linguaggio cambia, quando si impara a perdere. Le parole del vincente sono spesso funzionali, orientate all’efficacia, alla persuasione, alla conquista. Il perdente parla in modo più esitante, meno assertivo. La sua lingua è attraversata da dubbi, da fratture, da sospensioni. Non cerca di convincere, ma di comprendere. Non impone un senso, ma ne esplora i limiti. Questa fragilità linguistica non è un difetto, ma una forma di onestà intellettuale.
Sul piano relazionale, saper essere perdenti significa accettare che non tutti gli amori durano, che non tutte le relazioni si salvano, che non tutte le promesse vengono mantenute. La cultura della riuscita tende a concepire anche l’amore come un progetto da portare a termine con successo. Il perdente, invece, sa che l’amore è un’esperienza esposta alla fine fin dal suo inizio. Non per questo rinuncia ad amare, ma ama senza pretendere garanzie. Accetta la possibilità della perdita come parte integrante dell’intimità.
Questo sapere tragico non conduce necessariamente al pessimismo. Al contrario, libera da molte false speranze che avvelenano l’esistenza. La speranza, quando diventa un obbligo, può essere più opprimente della disperazione. Il perdente saggio non spera contro ogni evidenza, non si aggrappa a promesse vuote. Accetta ciò che è, senza decorarlo. Questa accettazione non è rassegnazione, ma lucidità.
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La figura del perdente attraversa la storia della cultura occidentale come una presenza scomoda, spesso rimossa o addomesticata. Nelle narrazioni ufficiali, ciò che viene tramandato è quasi sempre il racconto della vittoria: la fondazione, la conquista, l’opera compiuta. Eppure, a uno sguardo più attento, è evidente che le grandi svolte del pensiero nascono quasi sempre da una posizione di marginalità, da una frattura, da una sconfitta rispetto all’ordine dominante. La saggezza non si produce al centro, ma ai bordi; non coincide con l’armonia, ma con la dissonanza. Il perdente è colui che, non trovando posto nella narrazione trionfale del suo tempo, è costretto a interrogare le sue fondamenta.
La storia della filosofia, se letta senza deferenza istituzionale, è una lunga teoria di fallimenti. Non fallimenti logici o intellettuali, ma esistenziali. Pensare significa esporsi all’insufficienza del linguaggio, alla fragilità delle categorie, all’impossibilità di una sintesi definitiva. Ogni sistema che pretende di chiudere il reale produce, prima o poi, le condizioni della propria dissoluzione. In questo senso, il perdente è colui che non crede più alla possibilità di un sistema totale. La sua saggezza è frammentaria, provvisoria, spesso contraddittoria. Non cerca l’ultima parola, ma una parola che non tradisca l’esperienza.
La modernità ha tentato di neutralizzare la perdita trasformandola in funzione. La sconfitta diventa un passaggio necessario verso una forma superiore di successo; il dolore viene interpretato come investimento; la crisi come opportunità. Questa logica, apparentemente razionale, ha in realtà un carattere profondamente ideologico. Essa nega il diritto alla perdita in quanto tale, e con esso il diritto all’opacità dell’esperienza. Il perdente autentico non può essere reintegrato senza residui nel circuito produttivo del senso. La sua sconfitta non “serve” a nulla, e proprio per questo mette in crisi l’ordine che esige utilità da ogni evento.
Saper essere perdenti significa dunque sottrarsi, almeno in parte, a questa economia simbolica. Non tutto ciò che accade deve essere capitalizzato. Non tutto ciò che ferisce deve produrre un guadagno. Esiste una dignità della perdita che si manifesta solo quando si rinuncia a estrarne un valore aggiunto. Questa rinuncia è difficile, perché va contro l’educazione sentimentale e intellettuale che riceviamo fin dall’infanzia. Ci viene insegnato a trasformare ogni esperienza in competenza, ogni dolore in lezione, ogni fallimento in trampolino. Il perdente saggio interrompe questa catena, accettando che alcune esperienze restino sterili, non redimibili.
Questa sterilità, lungi dall’essere un difetto, apre uno spazio di verità. Quando non c’è nulla da guadagnare, cade anche la tentazione di mentire. Il perdente non ha interesse a costruire una narrazione consolatoria, perché sa che nessuna narrazione potrà restituirgli ciò che ha perso. In questa nudità narrativa si produce una forma rara di onestà. La saggezza del perdente è una saggezza senza alibi.
Il rapporto tra perdita e identità è particolarmente rivelatore. L’identità moderna è concepita come un progetto: qualcosa che si costruisce, si migliora, si realizza. Ma ogni progetto presuppone una direzione e una meta. Quando la meta svanisce o si rivela illusoria, il progetto identitario entra in crisi. Il perdente sperimenta questa crisi in modo diretto. Non potendo più identificarsi con un percorso di riuscita, è costretto a interrogarsi su ciò che resta dell’io quando le sue ambizioni falliscono. Questa interrogazione non conduce a una risposta rassicurante, ma dissolve l’idea stessa di un io stabile e coerente. La saggezza del perdere è anche una saggezza dell’instabilità.
Nel contesto sociale, il perdente è spesso stigmatizzato perché ricorda ciò che tutti cercano di dimenticare: la possibilità della caduta. La sua presenza è disturbante, perché rompe l’illusione meritocratica secondo cui ognuno è artefice del proprio destino. Il perdente, con la sua semplice esistenza, dimostra che il successo è spesso il risultato di contingenze, privilegi, coincidenze, e non soltanto di talento o impegno. Accettare il valore della perdita significa anche accettare l’ingiustizia strutturale del mondo. E questa accettazione è difficile, perché mina la fiducia in una distribuzione razionale del senso.
La saggezza del perdente si colloca quindi in una zona di attrito con l’ideologia della responsabilità individuale assoluta. Non tutto dipende da noi, non tutto può essere controllato, non tutto può essere previsto. Riconoscere questo limite non equivale a rinunciare all’azione, ma a liberarla dall’illusione di onnipotenza. Il perdente agisce senza la certezza del risultato, sapendo che l’esito potrebbe essere la sconfitta. Questa consapevolezza rende l’azione meno arrogante, più cauta, più rispettosa della complessità del reale.
Esiste anche una forma di sapere che nasce specificamente dalla sconfitta amorosa. L’amore, più di ogni altra esperienza, espone l’individuo alla perdita. Non solo perché può finire, ma perché, nel suo svolgersi, mette in crisi l’idea di un io autosufficiente. Amare significa perdere il controllo, perdere l’immagine che avevamo di noi, perdere la padronanza del tempo. Quando l’amore fallisce, ciò che va in frantumi non è soltanto una relazione, ma una certa idea di felicità. Il perdente in amore conosce una verità che il vincente ignora: che la felicità non è una condizione stabile, ma un evento fragile, sempre sul punto di dissolversi.
Questa conoscenza può diventare cinismo, ma può anche diventare saggezza. Dipende da come si attraversa la perdita. Il cinico usa la sconfitta come scudo; il saggio come lente. Il primo si protegge dal dolore negando il valore di ciò che ha perso; il secondo riconosce il valore proprio attraverso la perdita. Saper essere perdenti non significa svalutare ciò che è stato, ma accettare che il suo valore non garantisce la sua durata.
La perdita introduce anche una diversa relazione con il silenzio. Chi vince ha sempre qualcosa da dire, da spiegare, da mostrare. Chi perde, spesso, resta senza parole. Questo silenzio è generalmente interpretato come incapacità o regressione. Ma può essere anche una forma di resistenza. Non tutto ciò che accade può essere detto senza essere tradito. Il perdente saggio sa quando tacere, non per paura, ma per rispetto dell’esperienza.
Proseguo, mantenendo continuità rigorosa e ampliando ulteriormente fino a superare effettivamente la soglia delle dieci cartelle editoriali.
La dimensione politica della perdita emerge con particolare chiarezza quando si osserva il modo in cui le società organizzano il racconto di sé. Ogni ordine sociale fondato sulla competizione ha bisogno di produrre vincitori e perdenti, ma riconosce dignità solo ai primi. I secondi vengono trasformati in scarti, anomalie statistiche, effetti collaterali inevitabili. In questo contesto, saper essere perdenti diventa un gesto implicitamente critico. Non perché rifiuti ogni forma di azione o di trasformazione, ma perché smaschera la violenza simbolica insita nella retorica della riuscita universale. Il perdente non chiede privilegi; chiede di non essere cancellato dal racconto.
La saggezza del perdere si oppone frontalmente all’idea che la storia proceda secondo una linea ascendente. Il mito del progresso, che ha dominato gran parte del pensiero moderno, si fonda sulla convinzione che ogni sacrificio sia giustificato da un guadagno futuro. Ma questa logica presuppone che il futuro sia sempre migliore del presente e che le perdite di oggi siano il prezzo necessario di una felicità a venire. Il perdente, collocato fuori da questa promessa, mette in discussione l’intero impianto. La sua esperienza suggerisce che non tutte le perdite vengono compensate, che non tutte le ferite si rimarginano, che non tutti i sacrifici producono un senso. Accettare questa verità significa rinunciare a una delle grandi consolazioni della modernità.
In questo senso, la saggezza del perdere è una forma di disincanto radicale. Non si tratta di nichilismo, ma di una sobrietà dello sguardo. Il disincantato non distrugge i valori; smette di assolutizzarli. Riconosce che ogni costruzione simbolica è fragile, contingente, esposta al crollo. Questa consapevolezza non paralizza, ma rende l’agire più responsabile. Chi sa di poter perdere agisce con maggiore attenzione, perché non crede che il fine giustifichi automaticamente i mezzi. Il perdente, avendo già sperimentato la vanità di molte promesse, è meno incline al fanatismo.
Il rapporto tra perdita e tempo storico è particolarmente significativo nelle epoche di crisi. Quando le grandi narrazioni collettive si sfaldano, ciò che emerge non è una nuova sintesi, ma una molteplicità di esperienze di sconfitta. In questi momenti, la figura del perdente diventa centrale, non come eroe negativo, ma come testimone. Testimone di ciò che non ha funzionato, di ciò che è stato escluso, di ciò che è stato sacrificato in nome di un ideale. La saggezza del perdere consiste nel non cancellare questa testimonianza, nel non affrettarsi a sostituirla con una nuova promessa salvifica.
Saper essere perdenti significa anche sviluppare una diversa relazione con la memoria. Il vincente tende a ricordare selettivamente, a costruire un passato coerente con il presente trionfale. Il perdente, invece, porta con sé una memoria irregolare, fatta di interruzioni, di fallimenti, di strade interrotte. Questa memoria non è funzionale, ma è vera. Non serve a giustificare un’identità, ma a renderla più complessa. In un mondo che semplifica per poter agire, il perdente custodisce la complessità come valore.
Esiste poi una dimensione etica della perdita che riguarda il rapporto con gli altri. Chi ha perso davvero difficilmente crede alle spiegazioni semplicistiche del male. Sa che la linea tra responsabilità e destino è spesso indistinta, che le biografie sono attraversate da forze che sfuggono al controllo individuale. Questa consapevolezza genera una forma di etica non normativa, basata non su principi astratti, ma su una conoscenza incarnata della fragilità. Il perdente non assolve tutto, ma giudica con esitazione. E questa esitazione è una virtù in un mondo che giudica troppo in fretta.
La saggezza del perdere implica anche un rapporto particolare con il corpo. Il corpo è il luogo privilegiato della perdita: perde forza, bellezza, funzionalità. La cultura della performance tenta di negare questa evidenza attraverso il culto della giovinezza, dell’efficienza, della salute come obbligo morale. Il perdente, che spesso sperimenta il limite del corpo in modo precoce o traumatico, è costretto a riconoscere la materialità dell’esistenza. Questa conoscenza è umiliante, ma anche liberatoria. Restituisce al corpo la sua verità di corpo, sottraendolo all’ideale astratto della perfezione.
Nel confronto con la malattia, con l’invecchiamento, con la disabilità, la saggezza del perdere mostra il suo volto più crudo. Non tutto può essere curato, non tutto può essere superato, non tutto può essere integrato in una narrazione di resilienza. Alcune condizioni sono semplicemente condizioni. Il perdente saggio non cerca di nobilitarle, ma le accetta senza infingimenti. Questa accettazione non è passività, ma una forma di rispetto per ciò che è.
Il tema della morte attraversa silenziosamente ogni riflessione sulla perdita. Ogni sconfitta parziale è un’anticipazione della sconfitta finale. Saper essere perdenti significa familiarizzarsi con questa prospettiva senza farsene paralizzare. Non si tratta di meditare ossessivamente sulla fine, ma di riconoscerla come orizzonte costante. Chi vive come se la morte non esistesse è costretto a costruire illusioni sempre più elaborate per sostenere questa rimozione. Il perdente, avendo già sperimentato la fine in forme minori, sviluppa una relazione più sobria con l’idea della propria scomparsa.
Questa sobrietà si manifesta anche nel rapporto con il senso. Non tutto ciò che accade ha un senso, e non tutto ciò che ha un senso è consolante. La saggezza del perdere consiste nel tollerare questa ambiguità. Nel non pretendere che l’esistenza sia giusta, né che le sofferenze siano compensate. Questa tolleranza è difficile, perché priva l’individuo di molte stampelle simboliche. Ma è anche ciò che rende possibile una forma di libertà interiore. Chi non si aspetta giustizia dall’esistenza non si sente tradito quando questa non arriva.
Avvicinandosi alla fine, la riflessione sulla perdita assume un carattere più radicale. La saggezza del perdere non promette salvezza, né individuale né collettiva. Non offre un metodo, né una via privilegiata. Offre, semmai, una disposizione dello sguardo. Una disposizione che rinuncia alla pretesa di dominare il reale e si accontenta di attraversarlo con lucidità. In un mondo che confonde la forza con la violenza e la riuscita con il valore, questa disposizione appare debole. Ma è una debolezza che resiste.
La conclusione di questo percorso non può essere trionfale, perché tradirebbe il suo stesso oggetto. Dire che la saggezza consiste nel saper essere perdenti significa accettare che non ci sia una conclusione definitiva, né una sintesi pacificante. Significa riconoscere che l’esistenza resta, fino alla fine, aperta, vulnerabile, esposta. La saggezza non è una conquista, ma una pratica quotidiana di disillusione. Non salva, ma chiarisce. Non risolve, ma accompagna.
Chi ha imparato a perdere non è necessariamente più felice, ma è forse più libero. Libero dall’obbligo di riuscire, di dimostrare, di giustificarsi. Libero di vivere senza attendere una conferma finale. In questa libertà austera, priva di promesse, si nasconde una forma di dignità che nessuna vittoria può garantire. È una dignità che non dipende dallo sguardo altrui, né dal giudizio della storia. Una dignità che consiste semplicemente nel restare fedeli a ciò che è, anche quando ciò che è non offre alcuna ricompensa.
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