martedì 17 febbraio 2026

Diventare destino: la poesia come atto di disobbedienza in "Endless Poetry"


In “Endless Poetry”, il giovane Alejandro guarda il mondo come se fosse un sipario appena scostato. Non è ancora il demiurgo visionario che conosciamo, non è il creatore di universi iniziatici, non è l’alchimista della psicomagia. È un ragazzo in una Santiago degli anni Quaranta che odora di botteghe, di provincia morale, di padri severi e di madri silenziose. Eppure già si sente che qualcosa sta fermentando: un desiderio non di successo, ma di assoluto.

"Endless Poetry", secondo capitolo autobiografico dopo "La danza de la realidad", è molto più di un film di formazione. È una dichiarazione ontologica: si diventa se stessi solo tradendo ciò che ci è stato imposto. E nel caso di Alejandro Jodorowsky, il tradimento è un atto sacro.

Il padre vuole un uomo pratico, commerciale, inserito. Il figlio vuole essere poeta. E la poesia, qui, non è un mestiere: è una vocazione mistica. È un modo di abitare il mondo. È una forma di guerra.

La Santiago che vediamo non è mai realistica in senso naturalistico. Non c’è la volontà di restituire un affresco storico documentario. La città è già teatro mentale, spazio iniziatico, palcoscenico barocco dove ogni figura sembra uscita da una liturgia pagana. I colori sono saturi, irreali, violenti. Le scenografie sono dichiaratamente artificiali. I fondali si aprono, si spostano, si smontano davanti ai nostri occhi. Jodorowsky non nasconde mai il meccanismo della rappresentazione. Anzi: lo esibisce.

E qui sta uno dei nodi fondamentali del film. La realtà non è ciò che accade, ma ciò che si sceglie di immaginare. La memoria non è archivio, è creazione. Ogni scena è costruita come un quadro teatrale, come se il giovane Alejandro stesse già dirigendo il proprio mito personale.

Il passaggio dall’adolescenza alla maturità coincide con l’ingresso nel mondo degli artisti, dei poeti, dei ribelli. Figure eccentriche, radicali, fragili. Non c’è ironia di distacco: c’è adesione totale. La poesia è una religione laica, ma vissuta con l’intensità di una setta. Si declama nei caffè, si vive nei corpi, si consuma negli amori.

L’incontro con la comunità artistica è un rito di iniziazione. Il giovane Jodorowsky scopre che l’arte non è un ornamento della vita borghese, ma un atto di rottura. Un gesto che implica sacrificio. Non si può essere poeti a metà. Non si può essere figli obbedienti e creatori radicali allo stesso tempo.

La figura paterna domina il film come un’ombra tragica. Il padre è materialista, ateo, severo. È la voce della necessità economica, della concretezza, del sospetto verso ogni slancio immateriale. In lui si concentra la tensione tra sopravvivenza e trascendenza. Il giovane Alejandro deve uccidere simbolicamente il padre per nascere a se stesso.

Ma Jodorowsky non cade mai nella semplificazione. Il conflitto non è mai ridotto a caricatura. C’è dolore, incomprensione, ma anche una strana forma di amore deformato. Il padre non capisce il figlio, ma ne teme la fragilità. Il figlio non sopporta il padre, ma ne riconosce la forza. Il film diventa così un processo di riconciliazione postuma, una rielaborazione poetica del trauma.

La madre, al contrario, è figura quasi lirica, cantata più che parlata. La sua voce è musica, è melodia, è un elemento sospeso tra operetta e tragedia. In lei si manifesta un altro tipo di teatralità: non quella del conflitto, ma quella della sublimazione.

Ogni personaggio sembra incarnare un archetipo. Non siamo nel territorio del realismo psicologico, ma in quello della mitopoiesi. L’amico poeta è il doppio possibile. L’amante è la soglia erotica. L’artista eccentrico è il maestro iniziatore. Ognuno è una stazione nel percorso verso la libertà.

La libertà, però, non è presentata come semplice emancipazione sociale. Non è solo la scelta di diventare poeta contro il volere del padre. È una liberazione ontologica: il diritto di inventare se stessi. Di riscrivere la propria genealogia. Di trasformare il dolore in opera.

In questo senso “Endless Poetry” è un film sulla creazione del sé come opera d’arte. Il giovane Alejandro non si limita a vivere esperienze: le teatralizza, le mitizza, le trasfigura. La vita non è mai nuda. È sempre già scena.

La costruzione visiva è coerente con questa poetica. I colori sono simbolici. Il rosso non è solo rosso: è passione, sangue, rivoluzione. Il blu non è solo cielo: è sogno, trascendenza. I costumi sono dichiaratamente esagerati. Le ambientazioni sembrano uscite da un circo esoterico.

Il teatro è ovunque. Ma non come semplice citazione. È la struttura stessa del mondo. Le pareti si aprono, i personaggi entrano ed escono come attori consapevoli. A volte compare lo stesso Jodorowsky anziano, che osserva, guida, quasi benedice il suo alter ego giovanile. È un gesto di straordinaria potenza: l’autore entra nel proprio passato e lo riplasma.

Questo dispositivo rompe la linearità del racconto. Non c’è un prima e un dopo rigidamente separati. C’è un dialogo continuo tra il giovane e l’anziano, tra l’esperienza e la memoria. Il tempo è circolare. L’infanzia non è superata: è integrata.

L’amore occupa uno spazio centrale. Ma non è romanticismo convenzionale. È esperienza totalizzante, erotica, dolorosa. È un’altra forma di iniziazione. L’incontro con la donna non è solo passione: è scoperta del corpo come territorio poetico. È la conferma che la poesia non vive solo nei versi, ma nella carne.

Eppure il film non indulge mai nel sentimentalismo. Anche nei momenti più intensi c’è sempre una consapevolezza estetica. Il dolore è messo in scena. La gioia è coreografata. Tutto è filtro, ma un filtro che non nasconde: rivela.

Si potrebbe dire che “Endless Poetry” è un’autobiografia che rifiuta la cronaca. Non interessa stabilire cosa sia accaduto esattamente. Interessa mostrare come un artista nasce. E nascere, per Jodorowsky, significa scegliere il proprio destino contro ogni determinismo familiare, sociale, culturale.

Il contesto storico – la Santiago degli anni ’40 – è presente ma non dominante. Non è un film politico in senso stretto. Eppure c’è una tensione sotterranea: l’arte come atto di resistenza. In una società ancora intrisa di convenzioni, religione, autorità, la scelta di essere poeta è già un gesto sovversivo.

La poesia, nel film, non è mai ridotta a ornamento letterario. È un modo di vivere in stato di intensità. I poeti declamano come se stessero invocando divinità. Si vestono come profeti, come santi laici. C’è qualcosa di profondamente queer, nel senso più ampio e luminoso del termine: una deviazione orgogliosa dalla norma. Un rifiuto della mascolinità imposta, dell’identità preconfezionata.

Il giovane Alejandro attraversa la vergogna, l’insicurezza, il desiderio di approvazione. Ma ogni volta che cede alla tentazione della normalità, qualcosa in lui si ribella. È come se la poesia fosse una forza interna che non può essere repressa.

E qui il film assume una dimensione quasi iniziatica. Non si tratta solo di diventare artista. Si tratta di attraversare prove. Di perdere. Di soffrire. Di essere ridicolizzati. Ogni umiliazione diventa materiale alchemico. Ogni ferita è trasformata in immagine.

La presenza dell’autore anziano che guida il giovane è anche un gesto di cura. Jodorowsky sembra dirci: puoi sopravvivere al dolore. Puoi trasformarlo. Puoi perdonare. In questo senso il film è anche una riconciliazione con il passato, una psicomagia cinematografica.

Non è un caso che tutto sia così dichiaratamente artificiale. L’artificio è verità. Il teatro non nasconde la realtà: la rende sopportabile. La trasfigura. La rende significativa.

“Endless Poetry” è dunque un inno alla libertà creativa, ma non nel senso superficiale del “segui i tuoi sogni”. È qualcosa di più radicale: distruggi l’immagine che gli altri hanno di te. Distruggi anche quella che tu stesso hai interiorizzato. Scegli la tua forma.

Diventare poeta, per Jodorowsky, significa accettare la marginalità, l’incomprensione, la precarietà. Ma significa anche vivere in stato di meraviglia permanente. Ogni incontro è potenziale rivelazione. Ogni corpo è simbolo. Ogni strada è scena.

Il film si chiude come si era aperto: nella consapevolezza che la poesia non finisce. Non è una fase giovanile. Non è un mestiere. È un destino. Un destino scelto, e per questo ancora più potente.

Guardando “Endless Poetry” si ha la sensazione di assistere non solo alla nascita di un artista, ma alla nascita di una mitologia personale. Jodorowsky non chiede di credere alla verità dei fatti. Chiede di credere alla verità dell’immaginazione.

E forse è questo il gesto più sovversivo: affermare che la vita può essere riscritta come un poema interminabile. Che il trauma può diventare colore. Che il conflitto può diventare scena. Che la libertà non è concessa: è inventata.

Oggi tende a ridurre l’arte a prodotto, la poesia a citazione da social, la formazione a curriculum, “Endless Poetry” è un atto di fede scandaloso. Dice che l’arte è destino. Che la ribellione è necessaria. Che diventare se stessi è un atto teatrale e sacro insieme.

E soprattutto dice che non c’è età per tornare indietro e riscrivere il proprio passato. Basta avere il coraggio di guardarlo come un palcoscenico. E di salirci, ancora una volta, senza paura.

Nessun commento:

Posta un commento