L’idea che la poesia debba continuamente giustificarsi è forse la sua condanna e insieme la sua grazia. Condanna, perché nessun’altra forma del discorso sembra dover rendere conto della propria esistenza con tanta ostinazione: la scienza produce risultati, la filosofia argomenti, la politica effetti, il mercato oggetti. La poesia, invece, che cosa produce? Non beni, non sistemi, non utilità immediatamente misurabili. E proprio per questo, paradossalmente, è costretta a difendersi. Ma in questa fragilità esibita, in questa esposizione permanente al dubbio, risiede anche la sua grazia. La poesia non può mai adagiarsi in una funzione acquisita: deve ogni volta dimostrare, non la propria efficacia, ma la propria necessità.
Perché è vero: ogni buon verso oppone resistenza all’istinto quotidiano di ridurre le parole a etichette. Il linguaggio ordinario tende a classificare, a fissare, a chiudere. Nominiamo per dominare, definiamo per semplificare. La parola diventa cartellino, insegna, didascalia. Serve a orientarsi, a stabilire confini, a evitare ambiguità. La poesia interviene proprio lì, nel punto in cui la lingua sembra aver trovato il suo equilibrio funzionale, e lo incrina. Non accetta che la parola sia soltanto un segno convenzionale che rimanda a un oggetto stabile. La parola poetica vibra, eccede, trabocca dal proprio significato. Non coincide mai del tutto con ciò che indica.
La poesia non determina, non chiarisce, non delimita. Apre. E in quello spazio aperto ci costringe a stare, senza poterci riparare dietro il “senso” già pronto. Non ci offre una conclusione, ma una sospensione. Non ci conduce verso una risposta definitiva, ma ci trattiene dentro una domanda che non si lascia esaurire. È un’esperienza di esposizione, più che di comprensione. Il lettore non viene rassicurato: viene coinvolto, talvolta disorientato, spesso destabilizzato. Ma proprio in questo spaesamento si produce una forma diversa di verità, non assertiva, non dimostrativa, e tuttavia intensamente reale.
In questa tensione si muove una parte decisiva della poesia del Novecento. Yves Bonnefoy ha insistito sulla necessità di restituire alla parola una presenza che il concetto tende a dissolvere. Per lui il linguaggio concettuale allontana dalle cose, le sostituisce con astrazioni; la poesia, al contrario, tenta un ritorno all’immediatezza dell’esperienza, a una prossimità fragile ma concreta. Non si tratta di abolire il pensiero, ma di sottrarlo alla sua tentazione di dominio. La parola poetica non possiede l’oggetto: lo lascia apparire, nella sua irriducibile singolarità.
Anche T. S. Eliot, in un contesto culturale diverso, ha percepito la frattura tra linguaggio come strumento e linguaggio come evento. Nei suoi versi la tradizione non è un deposito da citare, ma una rete di voci che si intersecano, si contraddicono, si richiamano. Il senso non è mai univoco; è stratificato, plurale, talvolta opaco. La poesia non chiarisce il caos moderno: lo attraversa, lo assume, lo mette in forma senza neutralizzarlo. In questo senso, il verso non spiega il mondo, ma lo rende percepibile nella sua complessità frammentaria.
Persino Witold Gombrowicz, pur diffidando della poesia come genere, ha colto l’ambiguità radicale del linguaggio. Nei suoi testi la parola è sempre sospetta: può irrigidirsi in forma, diventare maschera, cliché, imposizione sociale. E tuttavia è anche l’unico spazio in cui l’individuo può tentare di sottrarsi alle forme già date. La tensione tra autenticità e convenzione, tra espressione e deformazione, attraversa la sua scrittura come un nervo scoperto. Il linguaggio non è mai innocente, ma è l’unico terreno su cui possiamo misurarci con la nostra instabilità.
In tutti questi casi, la poesia ricorda con forza che siamo noi ad appartenere alle parole, non il contrario. Cresciamo dentro una lingua che ci precede, che ci plasma, che decide in anticipo molte delle nostre possibilità di pensiero. Non siamo padroni del linguaggio: ne siamo attraversati. Ogni tentativo di parlare è anche un tentativo di trovare posto in una trama che non abbiamo tessuto. La poesia rende visibile questa dipendenza. La espone, la radicalizza. Ci fa sentire che il soggetto non è un centro sovrano che usa le parole come strumenti, ma un punto mobile dentro una rete di significati.
È una dipendenza poco platonica, perché non presuppone un mondo di idee pure a cui il linguaggio dovrebbe adeguarsi. Al contrario, suggerisce che la verità non sta oltre le parole, ma nel loro stesso movimento, nella loro capacità di creare relazioni inattese. La poesia non è un ponte verso un’essenza immutabile; è un campo di forze in cui il senso si forma e si deforma. Questa instabilità può fare paura. Ci priva di un terreno solido, di un fondamento definitivo. Ma è anche ciò che salva, perché impedisce al linguaggio di irrigidirsi in dogma.
La poesia non spiega il mondo. Lo espone. E ci espone. Ci mette in una posizione vulnerabile, in cui non possiamo nasconderci dietro formule già collaudate. Ogni verso autentico apre una fenditura nella superficie compatta dell’abitudine. Mostra che ciò che credevamo evidente è in realtà fragile, che ciò che sembrava definito può ancora cambiare. In questo senso la poesia non aggiunge informazioni al mondo: ne modifica la percezione. E modificare la percezione significa, in qualche modo, modificare la vita.
Forse è per questo che deve continuamente giustificarsi. Perché non offre garanzie, non promette soluzioni, non produce risultati tangibili. Offre uno spazio. Uno spazio di sospensione, di attenzione, di ascolto. Uno spazio in cui il linguaggio smette di essere soltanto mezzo e diventa luogo. Un luogo in cui si può sostare, anche senza capire del tutto, anche senza possedere. E in questa sosta, in questa esposizione senza difese, si intravede una forma di libertà: non la libertà di dominare il senso, ma quella di abitare la sua apertura.
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