Quando penso ad Arturo Loria mi accorgo sempre di quanto resti, per me, una figura inafferrabile e insieme necessaria. Ogni volta che torno a leggerlo sento che non c’è niente di più ingiusto del silenzio che lo avvolge: la sua voce mi pare troppo precisa, troppo netta nella sua discrezione, per essere relegata ai margini della nostra memoria letteraria. Non è soltanto questione di stile, anche se quello stile ha qualcosa di cristallino, di severo e insieme intimo; è piuttosto la sua capacità di collocare le esistenze umili, marginali, apparentemente trascurabili, al centro di un palcoscenico che non promette salvezza, ma restituisce dignità. È lì che riconosco la forza del suo sguardo: la sua scrittura non è mai complice della vita che truccandosi si finge, ma non è nemmeno crudele. Sta in una zona intermedia, sospesa, come se rivelare la doppiezza della realtà fosse l’unico modo per restituire verità.
Quando lessi per la prima volta La scuola di ballo mi sembrò un libro quasi ingannevole, perché in superficie mostrava un’eleganza sottile, ma appena grattavo quell’involucro emergeva una durezza esistenziale che mi lasciò spiazzato. Era un mondo in cui non si poteva fingere di non vedere la caduta, e tuttavia quella caduta si portava dietro sempre un residuo di grazia. Forse per questo ci torno spesso: perché in quelle pagine sento di trovare la mia stessa oscillazione interiore, il bisogno di dare forma al disincanto senza mai spegnerlo in cinismo.
Il racconto “La serra” mi ha accompagnato a lungo. È come se lo avessi letto in momenti diversi della vita e ogni volta ci avessi trovato un’eco nuova. La figura del guardiano, segnato dal lutto, costretto a passare le sue notti in un ambiente che non appartiene né del tutto alla vita né alla morte, mi colpisce con la forza di una metafora totale. Nella serra i fiori non sbocciano per dono naturale, ma perché un meccanismo li tiene in vita: sono creature sospese in una bellezza forzata, artificiale, come noi quando fingiamo di essere ancora intatti pur sapendo di portare dentro la frattura.
E poi c’è la mendicante, raccolta quasi come un relitto, che viene a occupare quello spazio innaturale, a disturbare la solitudine del guardiano. Lei, con il suo corpo stremato e la sua voce che si apre lentamente, introduce nella scena un controcanto che è insieme memoria e rivelazione. Racconta di un giardino da cui è stata esclusa, e in quella sua confessione io riconosco un’allegoria che non ha bisogno di teologia: noi tutti, in modi diversi, siamo stati espulsi da un luogo di pienezza, e non ci resta che sopravvivere nei simulacri, nelle serre che costruiamo per illuderci che la vita resista. Non è tanto una cacciata, quanto una perdita dello sguardo, come direbbe Kafka: non sappiamo più riconoscere ciò che resta di bello, anche se ci sfiora.
Questa dimensione della realtà doppiata, vista sempre attraverso una sorta di diaframma, è la cifra che Baldacci ha colto con lucidità parlando di diplopia. Io stesso la percepisco ogni volta che leggo Loria: nulla è mai solo ciò che appare, ma ogni immagine porta con sé la sua ombra, ogni gesto la sua caricatura. È un mondo in cui la bellezza non è mai pura, ma già compromessa, e proprio per questo diventa vera.
Ciò che mi lega di più a Loria, però, è il modo in cui sa restituire questa consapevolezza senza abbandonarsi al nichilismo. Nelle sue pagine c’è sempre un fondo di pietas, una delicatezza che non cancella la miseria ma la accompagna. È come se dicesse: la vita è uno scenario dove i fiori si tengono in piedi grazie a tubi e caldaie, dove i mendicanti bussano di notte portando con sé storie di esclusione, e tuttavia in tutto questo resta una possibilità di ascolto, di sguardo, di riconoscimento. È un equilibrio fragile, ma profondamente umano.
Ogni volta che mi confronto con La scuola di ballo e con racconti come “La serra”, ho l’impressione che Loria mi costringa a rimanere in quello spazio ambiguo, senza fughe, senza facili consolazioni. Eppure, paradossalmente, è proprio lì che trovo la mia consolazione: nel sapere che qualcun altro, prima di me, ha visto le stesse ombre e ha saputo dar loro voce.
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