Che io, per tutto il corso degli anni Ottanta, andassi bandendo dal pulpito delle mie improvvisate e brutali ostilità la parola scritta, battezzandola con quel motto di scultorea e scapigliata malignità, «scrittura lingua morta» (lo storpiavo, lo confesso, a mio comodo e con l'ilare disinvoltura del bracconiere che ricalca le orme altrui per meglio sviarne le tracce, giacché la frase l'avevo còlta a volo, parafrasando alla peggio e per puro gusto del sopruso un vecchio scultore trevigiano che di scritture e di marmi aveva già detto quanto bastava), era, a ripensarci ora, con la nebbia degli anni che si dirada e lascia scoperti gli scheletri dei pioppi, come se un cane da caccia, sbraitando contro la lepre con tutta la sua rauca e dichiarata avversione, le corresse dietro per i solchi della risaia, nella nebbia lomellina che ti impasta il fiato e la ragione, affondando le zampe nel fango dei fontanili, inciampando nei cavi, nei fossi, nelle rogge, latrando e ansimando e riannusando a ogni svolta il medesimo, insopprimibile, ostinato odore di lepre: giacché la dottrina, ostentata a voce alta nei bar e nei corridoi e nelle lettere di fuoco che sfornavo a getto continuo e che i postini di Vigevano, poveretti, recapitavano con l'aria di chi porti in giro cartucce di dinamite avvolte nella carta velina, dichiarava il cadavere, mentre la pratica, vale a dire la mano, l'occhio, l'orecchio, il fegato e le viscere tutte, non mollavano il cadavere un istante, lo scomponevano e lo ricomponevano, gli tastavano il polso come a un febbricitante che rifiuti di morire per puro spirito di contraddizione, gli auscultavano il torace, gli guardavano la lingua, gli misuravano la temperatura con un termometro d'inchiostro, e quello, il cadavere, per tutta risposta vegetava, germogliava, metteva radici e frasche nei posti più improbabili, nei margini dei quaderni, nei retri delle bollette, sul dorso degli scontrini, sicché la contraddizione, lungi dal risolversi in una qualsiasi quadratura da manuale o dal comporsi nella dialettica levigata e rassicurante che i professori insegnano ai fanciulli, restava lì a fare da motore, da cinghia di trasmissione, da sorda dinamo di ogni mia scelta e di ogni mia deviazione dai sentieri battuti della letteratura patentata, timbrata, vidimata e provvista di bollino; e ogni affermazione polemica, ogni dissenso, ogni feroce requisitoria contro il segno tracciato sulla carta era già, a guardarla bene, una maniera di stringere la mano a quel segno, di prenderne le misure come il sarto prende le misure al cliente che intende poi rifiutarsi di vestire, un modo di sondare i limiti del linguaggio e, con essi, i limiti sbrindellati della percezione, di misurare la mia voce contro le voci altrui in una gara di gola nella quale il contendente più temuto era, come sempre, quel signore che abita dentro di noi e che risponde al nostro nome all'anagrafe; e di questo garbuglio, di questo gnommero (perdonate il gergo, ma il gergo talvolta è l'unica lente che non deformi, l'unico vetro che non finga di essere aria), io oggi porgo un florilegio, un'antologia, una crestomazia di missive, appunti, sfoghi teorici e sbrindellate confessioni autobiografiche, raccolte con una pazienza da certosino e da ragioniere, con la puntigliosità pedante e amorosa di chi rassetta l'archivio di uno stato fallito, dove ogni scartafaccio ha il suo timbro, la sua macchia di caffè, il suo angolo mangiato dal topo, e dove il curatore si aggira col camice grigio e la lampadina in mano pretendendo di rimettere in ordine ciò che l'ordine, in vita, aveva sempre scansato con una scrollata di spalle; ciascuno di quei testi si offre come tessera d'un mosaico che nessun mosaicista ha mai disegnato, e tuttavia un disegno lo possiede, occulto, sotterraneo, retto da ritmi e da logiche che sfuggono alla classificazione, alla schedatura, alla collocazione per scaffale, e ne fanno una bestia ibrida, una chimera di lettera e di trattato, di diario e di pamphlet, di preghiera e di bestemmia, di cronaca spicciola e di metafisica da trivio, che nessun bibliotecario saprebbe in coscienza dove infilare, se tra i romanzi o tra i saggi o tra le carte varie, e che si rifiuta a ogni etichetta con la stessa impuntatura del mulo che, davanti al ponticello, pianta gli zoccoli e non lo passa; perché lì dentro la parola registra sì e descrive e racconta, come fa l'onesto cronista in una serata di pioggia, e insieme diventa gesto, ceffone, carezza, presenza fisica, odore di stanza chiusa, memoria che sanguina dalle giunture, e ogni lettera porta addosso il peso d'una vita intera coi suoi crucci, le sue ipocondrie, i suoi risentimenti sedimentati come il tartaro nelle caldaie, e la traccia d'una indagine ostinata, testarda, mai conclusa, sul senso del mondo e sul senso di quel poveraccio che vi si aggira senza cappotto e senza bussola, con un ombrello bucato e un pacco di carte sotto il braccio; ed era quella la stagione in cui gli scritti sgorgavano a getto, febbrili, convulsi, in barba a qualsivoglia paratia tra un genere e l'altro, come l'acqua che ignora le paratie quando la piena è in arrivo, sì che il dramma per teatri immaginari (teatri dai quali non si levò mai il sipario e nei quali nessuno sedette mai in platea, e dove pure le luci di sala si accendevano puntuali ogni sera nella mia testa, con tanto di maschere, di programmi di sala e di tosse del pubblico), il romanzo lasciato a mezzo eppure gonfio di linfa come un tronco tagliato in primavera, il racconto ondeggiante tra il verismo della cronaca nera di provincia e la visione allucinata di chi ha bevuto troppo caffè e troppa filosofia, il soggetto cinematografico appena sbozzato sul retro d'una locandina, con l'inquadratura di un cortile e un uomo che attraversa il campo e poi non si sa, la poesia buttata giù d'un fiato in tram e quella limata per mesi come un dente d'avorio, per settimane e settimane, con la lima e con la lente e con la pazienza dell'orafo che teme la crepa, l'aforisma, la nota critica, la pagina di diario, il frammento di teoria, il brano di controversia, convivevano nella stessa stanza e nello stesso letto, litigando e amoreggiando, invidiandosi le rime e i punti fermi, in una promiscuità domestica e vagamente scandalosa che era il mio modo di intendere lo «spazio letterario», spazio aperto ai quattro venti come un'aia, attraversabile per ogni verso da qualsiasi bestia e da qualsiasi cristiano, dove l'alto e il basso, il colto e il plebeo, la tradizione con la sua toga e lo sfregio sperimentale con la sua maglietta sudata cessavano di guardarsi in cagnesco e si mescolavano in un unico fluire, in un unico impasto in cui entravano la notizia del giornale e il gesto minuto del quotidiano, il gesto della mano che scosta la tenda e quello del piede che cerca la ciabatta, il pensiero segreto, che è quasi sempre il più vile, e la filosofia, che è quasi sempre il più pretenzioso, il classico marmoreo e l'ultimo balbettio d'avanguardia, la terzina e il grugnito, l'elegia e il conto della lavandaia; le mie pagine, insomma, erano permeabili come la sabbia dei nostri argini, accoglievano ogni umore, ogni acqua, ogni scolo, e ciò che dal mondo si riversava nella scrittura e ciò che dalla scrittura rifluiva nel mondo si ritrovava a far parte d'un tessuto unico e coerente, d'una stoffa rattoppata e ripezzata da cento mani ma sorretta da un'unica trama, e questo sciame, che a un occhio frettoloso o a un lettore da stazione poteva sembrare puro tumulto, pura baraonda di bottega e di mercato rionale, obbediva in realtà a un ordine segreto, a un principio interno invisibile come la falda che corre sotto i campi e li nutre e li fa verdi senza che l'agricoltore, curvo sul solco e sulle proprie bestemmie, sappia mai da dove venga e dove vada; ogni frammento, ogni lettera, ogni appunto trovava il suo posto in un insieme coerente pur nella dissonanza, pur nella varietà, pur nella frammentarietà da rottame di cantiere, come i sassi d'un muro a secco che nessuno ha squadrato e che pure si reggono l'un l'altro, ciascuno appoggiato alla spalla del vicino, per un sapere antico che le mani hanno e la testa non ricorda; ma l'editoria, quella con la maiuscola e con i suoi buoni rapporti e le sue colazioni di lavoro e i suoi pomeriggi di prima, pretendeva un'ordinanza diversa, pretendeva collane, formati, quarte di copertina, l'onesto e vendibile inganno d'un genere per volume, e ne venne una lite (elegante, urbana, condotta a suon di cortesie e di sorrisi e di lettere in carta intestata, e perciò tanto più insanabile nella sostanza, com'è insanabile una frattura che nessuno ha voluto e che tutti hanno accuratamente evitato di nominare) che mi tenne fuori dai circuiti per lunghi anni, e di quella clausura, che sul momento sembrò un torto e un'ingiuria del destino e dei consiglieri d'amministrazione e che con l'occhio d'oggi somiglia molto a un privilegio, a una specie di stagionatura in cantina, i testi si avvantaggiarono, s'indurirono, si fecero più liberi, più veri, più intollerabilmente vivi, come i formaggi lasciati a maturare nell'umido, dove nessuno li tocca e dove gli anni lavorano senza chiedere permesso, tanto che ora, sotto la ragione sociale di Bo Summer's e ospitati nelle sale virtuali, un po' polverose e un po' luminose, di www.gaiaitalia.com, essi possono finalmente essere letti quale corpus, quale massa compatta e disordinata, quale enorme e spettinato monumento, come il racconto d'un'epoca e d'una tensione culturale e creativa che attraversa la mia vita e il mio pensiero e li tiene insieme col fil di ferro; né va taciuta, in quel mucchio, la corrispondenza, la fittissima corrispondenza di inchiostro e di carta, lettere zeppe di digressioni, di novelline in miniatura, di confessioni fatte a mezza voce e ritrattate a fondo pagina, di prove di stile tentate sul destinatario come si tenta un attrezzo sul legno per sentirne la fibra e la resistenza, di bestemmie sottili, di postille, di post scriptum che si moltiplicavano come i figli d'un povero, autentico laboratorio d'ascolto e di pazienza, di concentrazione e di memoria, dove l'attesa della risposta, settimane, mesi, talora una stagione intera, un semestre di cassetta vuota e di portinaia che scuote la testa, gonfiava la frase, la caricava come una molla, le imponeva un passo cerimoniale, quasi liturgico, il passo di chi sa che ogni parola dovrà camminare a lungo prima d'essere letta e che perciò conviene calzarla bene, e il silenzio stesso, quel vuoto di posta e di postino, quell'intermittenza da faro guasto, agiva da lievito, da presenza, da interlocutore ulteriore e più severo di tutti gli altri, un interlocutore che non rispondeva mai e che per questo era, di tutti, il più esigente; e le risposte, gentili, attente, profonde, arrivate infine coi loro francobolli storti e le loro grafie d'ogni sorta, quella nitida come un orario ferroviario, quella pencolante come un ubriaco, quella minuta come un insetto, non le trascriverò, né rivelerò i nomi di chi le vergava, per un pudore che mi vien dal sangue e per un rispetto che mi viene dall'età, ma l'influsso loro, invisibile e sagomante, resta stampato in ogni riga come la forma del piede nella scarpa, e qui il paragone lo lascio correre senza scuse, siamo pur sempre a Vigevano, dove di scarpe e di piedi s'è sempre saputo più che di metafisica; e tutto il resto, tutto il grande residuo che non ha nome e che è poi la vera materia, i libri sfogliati in piedi tra due scaffali, le gallerie coi loro pavimenti lucidi e le loro luci finte, le librerie odorose di colla e di polvere e di carta umida, le biblioteche coi loro custodi assonnati, le conversazioni notturne con amici intellettuali (uomini che sapevano tutto e che non concludevano mai, e che bevevano, e che ripetevano dieci volte lo stesso paradosso variandone la sintassi), le passeggiate per i quartieri, con le mani in tasca e la testa piena d'un romanzo che nessuno avrebbe scritto, il fracasso delle strade, il cicaleccio dei caffè, le liti di condominio ascoltate dietro le pareti, l'apparizione d'individui improbabili e invisibili al mondo (il venditore d'ombrelli senza ombrelli, la vedova che parlava al gatto in dialetto e in latino, l'ex contabile che aveva letto tutto Leopardi e non ne parlava a nessuno), i sogni, le fantasie della notte, quei mostri di cotone e di sale che ti si siedono sul petto verso le quattro, ogni cosa entrava nel crogiuolo e ne usciva mutata in lettera, in appunto, in pagina di diario, in strofa, in racconto, in scenata, perché vivere e scrivere, a quel tempo, erano un unico ininterrotto e poco decoroso movimento, come il respiro, che nessuno distingue in inspirazione ed espirazione se non quando gli manca, e chi mi chiedesse dove finisse l'uno e dove cominciasse l'altro riceverebbe da me una scrollata di spalle e un elenco, un lunghissimo elenco, con l'aria di chi non intende offrire risposte e le lascia a chi ha più tempo e più stomaco; giacché la mia percezione della scrittura, e più in generale di quella cosa vasta e rissosa che chiamiamo cultura, era una percezione totale, quasi ossessa, una percezione da inquilino che non ha altro appartamento, e leggere e scrivere erano soltanto il pianerottolo d'una casa molto più grande, dove ogni gesto, ogni incontro, ogni parola udita di sfuggita da un balcone facevano parte d'un processo creativo più vasto, d'una fabbrica a ciclo continuo dove la vita si travasava in testo e il testo in vita, senza che alcun capo reparto ne registrasse il passaggio e senza che alcun contabile ne tenesse i conti; e tutto questo confluiva nelle pagine come un'infrastruttura invisibile ma potente, come le condutture che nessuno vede sotto l'asfalto e che pure portano l'acqua nelle case e il gas nelle cucine, conferendo alla scrittura spessore, densità, respiro, e quel sapore leggermente ferruginoso di cosa vissuta che nessuna retorica sa imitare e che nessun revisore di bozze saprebbe togliere; e se la scrittura, dunque, non fu mai semplice esercizio stilistico o vanità da salotto o civetteria da rivista, fu materia della mia vita, sostanza, pasta, strumento di conoscenza e di resistenza, testimone imparziale e implacabile d'un periodo storico, culturale ed esistenziale che segnò profondamente la mia formazione e che seguita a segnarla, ogni giorno, come un'unghia sul gesso; e ogni parola, ogni frase, ogni lettera rappresenta una forma di esistenza parallela, una voce che dialoga col mondo e con se stessa, attraversando tempi, spazi, contesti, situazioni e percezioni diverse, come un treno regionale che tocca ogni stazioncina e si ferma a ogni semaforo e non arriva mai, ma va, e va con una sua dignità di locomotiva; e se ora mi domandassero che cosa siano, in fin dei conti, questi fogli, questa cartaccia scritta e riscritta, questi resti di una lunga veglia, direi che sono il resoconto d'una vita spesa nella scrittura, una mappa di curiosità, dubbi, ironie, appetiti, desideri, rivelazioni e sconfitte, il ritratto d'una pratica che tiene la parola per un organismo, con le sue febbri, la sua digestione, i suoi umori, i suoi malanni stagionali, la sua facoltà di partorire senso e memoria e relazione e resistenza, e che anche quando la si dichiara morta, anche quando la si fucila alla parete del proprio manifesto con tanto di plotone e di benda sugli occhi, seguita a respirare sotto le lenzuola, a insinuarsi negli interstizi, a plasmare il reale e chi la maneggia e chi la legge, a trasformare l'uno e l'altro in qualcosa che nessuno dei due aveva previsto, a fare del lettore un complice e dello scrittore un imputato, e viceversa, secondo l'ora e il tempo che fa, in un flusso che non ha argini perché gli argini sono già stati portati via dalla corrente, senza che nessuno sappia dire, a quest'ora, con la nebbia che risale dai fossi e le lampade che si accendono una a una nelle cascine, chi dei due abbia condannato l'altro, se il cane la lepre o la lepre il cane, o se non sia stato piuttosto il solco, quel solco fangoso e paziente su cui entrambi correvano, a inventarsi tutt'e due per aver qualcosa da inseguire.
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