Per questo una scrittura che non disturba nulla, che non mette in imbarazzo nessuna certezza, che non incrina almeno una delle tante piccole impalcature con cui ci proteggiamo dall'incertezza del pensare, rischia di essere soltanto una forma più elegante della tranquillità, magari una tranquillità colta, ben scritta, persino raffinata, ma pur sempre tranquillità, e non è affatto necessario che il testo urli, insulti, provochi o cerchi il bersaglio come un ragazzino che lancia sassi contro le finestre, perché il disturbo più radicale può essere molto più silenzioso e consistere nel togliere una parola dal suo posto, nel rifiutare una definizione che sembrava innocua, nel lasciare che una frase proceda oltre il punto in cui il lettore si aspettava che finisse, nel non concedere alla realtà quella forma ordinata che il linguaggio normalmente le regala per poterla sopportare.
Scrivere, allora, significa anche nuocere, ma nuocere alla stupidità prima ancora che a qualcuno, e la stupidità non coincide necessariamente con l'ignoranza, perché può essere coltissima, documentata, citazionale, munita di bibliografia e perfettamente aggiornata, può conoscere i nomi di tutti e non avere mai incontrato davvero una cosa, può possedere un vocabolario sterminato e usarlo soltanto per impedire alle parole di accadere, può ripetere con impeccabile competenza ciò che è già stato pensato da altri e chiamare questa ripetizione cultura, mentre la vera bassezza del pensiero comincia forse proprio là dove il pensiero non corre più alcun rischio, dove ogni parola sa già quale parola dovrà seguirla, ogni giudizio trova immediatamente il proprio contrario autorizzato, ogni dissenso viene ricondotto alla casella che gli era stata preparata, ogni anomalia viene nominata affinché, una volta nominata, possa smettere di inquietare.
È contro questa morte ordinata del pensiero che la scrittura può ancora fare qualcosa, non dimostrando, perché dimostrare significa spesso sostituire una certezza a un'altra, ma de-scrivendo, togliendo alla superficie la sua falsa innocenza, facendo vedere che dietro una parola apparentemente neutra ce ne sono altre, e dietro quelle altre un'abitudine, un interesse, una paura, un riflesso, una gerarchia, un modo di guardare che si è talmente sedimentato da non essere più percepito come un modo di guardare, ma come il mondo stesso; e allora la frase deve diventare abbastanza lunga da non consentire al pensiero di sedersi comodamente, deve procedere, deviare, ritornare, aprire parentesi dentro altre parentesi, trascinarsi dietro ciò che aveva cercato di dimenticare, perché anche la sintassi può diventare una forma di disobbedienza quando rifiuta la piccola architettura rassicurante dell'inizio, dello sviluppo e della conclusione e preferisce lasciare il pensiero in uno stato di movimento, come una cosa che non ha ancora trovato il modo di obbedire.
Non si tratta nemmeno di essere contro qualcosa per principio, perché anche il gesto di opporsi può diventare una posa, una divisa, una nuova conformità, e non c'è niente di più facile che trasformare la ribellione in un genere letterario, in un tono riconoscibile, in una posa da scrittore che denuncia il conformismo mentre riproduce tutti i suoi tic con maggiore eleganza; il problema è più interno e più difficile, perché riguarda la possibilità di non sapere in anticipo dove la frase debba arrivare, di permettere al linguaggio di contraddirsi, di perdere per un momento la propria buona educazione, di lasciare entrare nel testo ciò che il pensiero ordinario espelle come sconveniente, e soprattutto di non confondere la chiarezza con la verità, poiché esistono pensieri chiarissimi che non fanno altro che rendere più presentabile una bassezza già perfettamente funzionante.
Forse è questo che resta della frase di Deleuze quando la si porta fuori dalla filosofia e dentro la scrittura: non la necessità di dire cose scandalose, ma quella molto più esigente di non diventare innocui; non l'obbligo di contrariare qualcuno, ma il rifiuto di costruire una lingua che abbia come primo obiettivo quello di non contrariare nessuno; non la ricerca dell'originalità come valore in sé, perché anche l'originalità può ridursi a una merce riconoscibile, ma la necessità di produrre almeno una piccola alterazione nel modo in cui una cosa viene vista, nominata, ricordata, pensata. Scrivere contro la stupidità significa allora non permettere alle parole di chiudere troppo presto ciò che ancora deve restare aperto, non lasciare che una formula diventi una risposta, non concedere al pensiero la comodità della propria stessa immagine, e forse soprattutto continuare a scrivere contro il punto in cui anche la propria scrittura comincia a diventare riconoscibile, quando persino la disobbedienza prende la forma di un'abitudine e il gesto che voleva disturbare finisce per accomodarsi sulla poltrona del disturbatore professionista.
Scrivere contro il vuoto, dunque, non significa riempirlo, perché riempire il vuoto con parole è forse il modo più rapido per non averlo mai guardato davvero; significa piuttosto impedirgli di diventare una risposta, restare dentro la sua apertura, nella sua irritante mancanza di soluzione, e da lì continuare a produrre frasi che non abbiano il compito di rassicurare il lettore sulla solidità del mondo, ma quello, assai più modesto e forse assai più necessario, di impedirgli per qualche minuto di sentirsi troppo sicuro di averlo capito.
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