lunedì 21 settembre 2026

L'arte di perdere


Non è vero che i vincitori scrivano la storia: la imbrattano, la deturpano con quella stessa disinvoltura con cui un condomino abusivo occupa il pianerottolo comune, adducendo diritti che nessun rogito gli riconosce. A loro interessa soltanto incidere il proprio nome a lettere maiuscole — pratica che gli antichi romani riservavano ai magistrati e che oggi si concede a chiunque abbia un ufficio stampa —, scolpire monumenti destinati, con la fatale ironia delle cose, a diventare posatoi per colombi urbani, quella sottospecie resistente e indifferente a ogni gloria, proclamare verità effimere che durano il tempo di una stagione televisiva, categoria temporale precisa quanto quella astronomica, salvo che qui il solstizio lo decide un dirigente di palinsesto. I vincitori non hanno memoria, essendo la memoria un organo che si atrofizza per non uso, come certi muscoli che l'anatomista trova rimpiccioliti in chi ha sempre viaggiato in automobile: possiedono soltanto un presente divorato in fretta, masticato tre volte e ingoiato, e un futuro già ipotecato presso un notaio dell'apparenza. I loro sorrisi sono cornici dorate — la doratura, si sa, è tecnica antica quanto la truffa, e consiste nell'applicare un velo sottilissimo di metallo nobile su un supporto che nobile non è affatto — che non contengono nulla. Le parole che usano, successo, potere, carriera, trionfo, appartengono a quel genere lessicale che i filologi chiamerebbero "logoro per abrasione semantica": gusci vuoti, ripetuti fino all'ossessione, come il ritornello di una canzone commerciale trasmessa alla stessa ora su tutte le frequenze, per un fenomeno di sincronizzazione che meriterebbe uno studio a parte.


Eppure il mondo sembra girare intorno a loro, con quella pervicacia con cui certi pianeti, secondo l'astronomia tolemaica ormai smentita ma pedagogicamente istruttiva, si ostinavano a ruotare attorno a un centro che centro non era. Sono gli abitanti delle prime file, quelli che occupano le poltrone riservate con targhetta e cognome, che conoscono la mappa dei salotti come un agrimensore conosce i confini di proprietà — mestiere, quello dell'agrimensore, che comporta dispute secolari, siepi contese, muretti a secco spostati di soppiatto nella notte —, che tengono il calendario degli eventi dove bisogna esserci, fitto come il registro di un anagrafe. Li vedi: sempre pronti a farsi fotografare, sempre ansiosi di comparire, di infilare la testa in ogni cornice disponibile, con quella urgenza che l'etologo riconoscerebbe subito, trattandosi né più né meno del riflesso di sopravvivenza di una specie che teme l'estinzione per assenza di testimoni. Il loro unico vero timore è l'invisibilità, condizione che vivono, letteralmente, come minaccia biologica.


Io, invece, ho imparato ad amare proprio quella condizione che loro considerano la più tremenda delle disgrazie: sparire dal radar — termine bellico, presa in prestito da una tecnologia che serve a intercettare i nemici e che io applico, con qualche licenza, alla mia stessa persona, volentieri intercettabile da nessuno —, restare nell'ombra, vivere al margine, in quella fascia di rispetto che gli urbanisti tracciano attorno ai fiumi e che nessuno abita mai, temendo l'esondazione, e che io invece frequento con la tranquillità di chi ha fatto pace col rischio di allagarsi ogni tanto. Lì, lontano dalle luci artificiali, incontro i volti più veri, quelli che non devono fingere un'apoteosi quotidiana, che non recitano il copione del vincente né cercano di scalare montagne di cartone costruite apposta perché qualcuno vi si affanni sopra, fotografato in controluce.


Essere un perdente non significa abbandonarsi al fallimento, categoria giudiziaria — il fallito, si dice ancora nel diritto commerciale, come se la sconfitta economica fosse reato perseguibile —, ma esercitarsi nell'arte della sottrazione, disciplina che nessuna accademia insegna e che pure richiede un tirocinio lungo quanto quello di un notaio. Significa comprendere che non tutto si misura in termini di successo, che non ogni gesto dev'essere capitalizzato, messo a riserva come una partita doppia, che non ogni desiderio deve trasformarsi in conquista. Perdere è lasciare cadere, aprire le mani, permettere alle cose di scivolare via secondo quella legge di gravità morale che nessun fisico ha mai formulato ma che tutti, prima o poi, sperimentano sulla propria pelle. È uno spazio vuoto che diventa fertile, una ferita che, contro ogni prognosi clinica, si trasforma in apertura.


Ho visto amici consumarsi nella corsa al riconoscimento, con quella febbre che il medico di famiglia liquiderebbe come "sindrome ansiosa" e che io preferisco chiamare, più semplicemente, fame d'occhi altrui. Ne ricordo uno, brillante e fragile, che aveva sempre bisogno di conferme: ogni sua frase cercava un applauso come il rabdomante cerca l'acqua sottoterra, ogni suo gesto reclamava un testimone. Viveva nel terrore di non essere visto, come se l'invisibilità equivalesse alla morte anagrafica, alla cancellazione dai registri. Lo vidi sparire, lentamente, inghiottito da quel bisogno insaziabile, per un processo di consunzione che il patologo definirebbe atrofia da carenza di sguardo. E mi domandai se valesse davvero la pena vincere a quel prezzo.


Preferisco i volti segnati di chi ha perso molte volte: volti che parlano, che raccontano storie senza bisogno di proclami, con quella eloquenza muta che i geologi attribuiscono alle rocce stratificate, ognuna delle quali, senza dire nulla, racconta un'epoca. Gli occhi dei perdenti non brillano di vanità, ma di una luce diversa: una fioca brace che resiste, ostinata, nel silenzio — braci che i contadini, un tempo, coprivano di cenere apposta perché durassero fino al mattino, senza fiamma visibile ma senza spegnersi mai del tutto. È quella luce che cerco, perché in essa si specchia il mio "sacro poco": la misura delle cose minime, il respiro lento della vita che non si lascia fagocitare dalla retorica della vittoria.


C'è una geografia segreta che non compare sulle mappe, e che nessun Istituto Geografico Militare ha mai avuto interesse a rilevare: è quella dei perdenti. Le loro città non hanno monumenti, non possiedono archi di trionfo né piazze gremite di statue equestri, quel genere di scultura che richiede, per essere eretta, una delibera comunale, uno stanziamento, un comitato d'onore. Eppure, chi le attraversa non dimentica facilmente i dettagli che le compongono: una panchina corrosa dal tempo, verniciata e riverniciata da mani anonime con quella vernice verde che l'amministrazione pubblica acquista sempre nella stessa tonalità, per ragioni di appalto più che di estetica, una porta socchiusa che non conduce da nessuna parte, una finestra che resta accesa fino a tardi. Sono luoghi senza gloria, ma pieni di memorie silenziose, che sanno custodire ciò che i vincitori scacciano come inutile zavorra, termine marinaro che designa il peso morto imbarcato apposta per tenere la nave in equilibrio — peso che i vincitori, sempre in cerca di leggerezza apparente, gettano a mare per primo, sbagliando i conti dell'assetto.


Quando passeggio in quei quartieri — che non sempre sono geografici, a volte sono soltanto spazi dell'anima, catasto senza mappale — sento di appartenere a una confraternita invisibile, di quelle che un tempo si riunivano sotto falso nome per timore dell'Inquisizione e oggi si riconoscono solo per un moto degli occhi. Non c'è bisogno di saluto segreto o simbolo nascosto: basta lo sguardo, quel riflesso di consapevolezza che ci dice che non correremo mai abbastanza veloci da vincere la gara, ma nemmeno abbiamo intenzione di farlo. Camminiamo a passo lento, raccogliendo le briciole che altri disdegnano, e in quelle briciole spesso troviamo il sapore più autentico, quello che i grandi banchetti, con le loro portate numerate e il menu concordato in anticipo con il fornitore, non sanno più offrire.


Ricordo un vecchio vicino di casa, silenzioso e quasi trasparente, iscritto all'anagrafe condominiale più per obbligo fiscale che per reale presenza. Per anni nessuno nel palazzo lo salutava davvero: lo si vedeva soltanto scendere le scale con una busta di pane e sparire nel portone, come certi insetti che l'entomologo cataloga come "elusivi", mai visti che di sfuggita, mai in pieno giorno. Quando morì, scoprii che era stato un insegnante di lettere, appassionato di poesia latina, e che custodiva in un cassetto centinaia di traduzioni annotate con una calligrafia minuta, da miniatore medievale più che da pensionato. Non aveva mai pubblicato nulla, mai depositato un manoscritto presso alcun editore, mai chiesto un codice ISBN per la propria fatica. Eppure, leggendo quei fogli, mi resi conto che aveva abitato un mondo più vasto di quello dei nostri vicini rumorosi e tronfi, eterni vincitori di condominio, sempre pronti a citare in giudizio l'amministratore per una tabella millesimale contestata. Lui aveva perso, sì, secondo ogni criterio catastale, ma aveva perso con grazia, coltivando il lusso di una vita interiore che nessuna medaglia avrebbe potuto esibire né, tantomeno, tassare.


È questo che i vincitori non sanno: che perdere può essere un atto di libertà, nel senso tecnico-giuridico del termine, come la liberazione da un'ipoteca che grava su un bene. Quando non c'è più nulla da conquistare, ci si libera dall'ossessione di possedere, quell'accumulo patologico che l'antropologo definirebbe "sindrome da magazzino". È un esercizio che somiglia al togliersi i vestiti dopo una giornata pesante, strato dopo strato, come lo scorticatore rimuove la pelle dell'animale — paragone crudo, ma efficace: resti nudo, ma leggero. I perdenti conoscono il linguaggio dell'abbandono, lingua che non si insegna in nessun corso serale, e sanno riconoscere il momento in cui non ha più senso lottare per trattenere ciò che inevitabilmente sfugge, come acqua tra le dita di chi pretende di imbottigliare un fiume. In quella rinuncia c'è la possibilità di un'altra vittoria: discreta, interiore, non esibita, non depositata presso alcun registro pubblico.


Talvolta mi chiedo se non sia questa la vera forma di resistenza: non competere, disertare — termine militare che comporta, nel codice penale, pene severe, ma che io applico qui a una guerra di cui nessuno mi ha mai arruolato regolarmente. Scegliere di non misurarsi secondo i criteri imposti, non accettare le regole di un gioco il cui regolamento non ho mai firmato né controfirmato. Non è passività: è rifiuto attivo, sorta di obiezione di coscienza rivolta non contro le armi, ma contro le classifiche. Laddove gli altri marciano a passo militare, i perdenti scelgono un sentiero laterale, inciampano, si fermano a guardare un filo d'erba o a raccogliere un sasso di forma curiosa, con l'attenzione del mineralogista dilettante. E in quel gesto, apparentemente insignificante, c'è una dichiarazione di indipendenza che nessun trattato internazionale ha mai avuto bisogno di ratificare.


Il paradosso è che i vincitori, con tutta la loro pretesa di potere, dipendono dal riconoscimento altrui come il pianeta dipende dal sole per non precipitare nel buio, secondo quella legge di gravitazione che Newton formulò osservando, si racconta, una mela cadere — mela che i vincitori, va detto, avrebbero subito fotografato e postato prima ancora di raccoglierla. Se li privi dello sguardo, si sgretolano. I perdenti no: la loro forza nasce proprio dal silenzio, dall'ombra, dalla capacità di vivere senza spettatori. È lì che si annida una bellezza sottile, che non tutti sanno vedere, e che il critico d'arte, abituato alle grandi tele, spesso liquida come "minore", senza accorgersi che il minore, in musica, non è affatto inferiore al maggiore: è solo un'altra tonalità, più incline al dubbio.


Io mi riconcilio con quel silenzio, con quella lentezza, con quella piccola patria invisibile che nessuna carta d'identità certifica. Il mio "sacro poco" non è rassegnazione, ma altare intimo, su cui deposito ogni giorno ciò che resta: un gesto gentile, un sorriso inaspettato, una parola non detta ma compresa comunque, per una specie di telegrafia senza fili dell'affetto. Ed è così che continuo, a perdere senza rimpianto, a vincere senza bisogno di comunicati stampa.


Ogni tanto assisto al teatro dei vincitori — lo chiamo teatro con piena cognizione del termine tecnico, comprensivo di quinte, macchinisti, e di quel "controscena" che gli attori chiamano il momento in cui, fuori campo, si tolgono la maschera. Cene di gala, premiazioni, inaugurazioni, conferenze con relatori che parlano di sé come profeti scesi apposta per illuminarci. Ci vado di rado, con la curiosità dello zoologo che osserva una specie rara ma non particolarmente simpatica, e ogni volta mi sorprende la perfezione della messa in scena: luci calibrate al lumen, sorrisi ortodonticamente impeccabili, frasi pronte da social network, già formattate come un modulo prestampato, applausi che scattano puntuali come un meccanismo a orologeria svizzero. Eppure, dietro quella patina, avverto il vuoto: un silenzio che urla sotto la musica di sottofondo, una fragilità sepolta sotto strati di cipria e narrazione costruita a tavolino da un consulente d'immagine, mestiere che, se esistesse un albo professionale, avrebbe come motto "vendere il nulla con garanzia".


Una volta osservai un uomo premiato per "la sua carriera straordinaria", formula liturgica ripetuta identica edizione dopo edizione come una giaculatoria recitata a memoria. Aveva un discorso pronto, ringraziamenti distribuiti con cura diplomatica, aneddoti lucidati come argenteria di famiglia tirata fuori solo per le grandi occasioni. Ma bastò che la telecamera smettesse di inquadrarlo, che la spia rossa si spegnesse, perché il suo volto crollasse: lo vidi spogliarsi in un attimo di quella sicurezza artificiale, come un sommozzatore che risale in superficie e si toglie la muta, mostrando un'ombra di stanchezza e persino di paura. Mi colpì la rapidità del cambiamento. E pensai: ecco il pedaggio che i vincitori pagano al casello, pedaggio che non compare mai sul bilancio ufficiale. Non possono mai smettere di recitare, perché senza pubblico si dissolvono come sale nell'acqua di cottura.


I perdenti, invece, non hanno bisogno di palcoscenico. Li incontri nei bar di periferia, quelli con il bancone di formica e il calendario dell'anno prima ancora appeso, seduti davanti a un caffè che dura ore, ormai freddo, a parlare con un vecchio amico o con nessuno in particolare. Li riconosci dal modo in cui camminano, senza fretta, come chi ha fatto pace con l'orologio — pace separata, verrebbe da dire, usando il lessico diplomatico dei trattati che pongono fine alle ostilità senza risolvere le cause. Non inseguono treni con la valigia che sbatte contro le ginocchia, non bussano a porte importanti col cuore in gola. La loro lentezza è una forma di libertà, non sancita da alcuna costituzione ma praticata quotidianamente come un diritto consuetudinario.


Ricordo una donna che incontravo spesso in biblioteca, tra gli scaffali polverosi della sezione meno frequentata, quella dove il bibliotecario stesso fatica a orientarsi. Non era giovane, non era elegante secondo i canoni correnti, non aveva fretta di apparire. Si sedeva in un angolo con pile di libri accatastati come mattoni di una costruzione mai finita, e prendeva appunti con pazienza da amanuense. Un giorno mi disse, con la naturalezza di chi confida un segreto da tempo maturato, che da anni stava scrivendo un romanzo che forse non avrebbe mai finito, scritto solo per sé, per avere compagnia nelle sere solitarie. "Non lo leggerà nessuno" disse sorridendo, "ma non importa. Mi fa vivere meglio." Quel sorriso valeva più di mille presentazioni ufficiali col buffet e il microfono che fischia. Era un sorriso che non chiedeva nulla, che non pretendeva recensioni né tirature. Ecco il volto dei perdenti che amo: la serenità di chi si è emancipato dalla gabbia del consenso, evaso senza che nessuna guardia se ne accorgesse.


Forse i vincitori temono soprattutto questo, nell'insonnia dorata delle loro notti: che esista un mondo dove la loro gloria non ha valore di scambio, dove i trofei restano soprammobili impolverati, dove le medaglie non aprono porte, nemmeno quelle di servizio. Quel mondo io lo abito ogni giorno, con la naturalezza di chi vi è nato, ed è fatto di gesti minimi: leggere una poesia sottovoce, quasi in confidenza col testo, guardare il cielo di sera finché il primo lampione non lo cancella, condividere il silenzio con qualcuno che non ha bisogno di parlare per farsi capire. È un mondo piccolo, ma è proprio nel suo essere minuscolo che rivela un senso, come i dettagli di un affresco visti da vicino, con la lente dell'esperto che cerca la pennellata sotto lo strato di vernice più recente.


C'è chi direbbe che questa è una forma di sconfitta, e le statistiche, se interpellate, darebbero loro ragione. Io la considero una scelta: quella di non combattere guerre altrui, ingaggiate da generali che non pagheranno mai di persona, di non prestarmi alla competizione sterile, di non sacrificare la mia quiete sull'altare della visibilità — altare che pretende sacrifici quotidiani e non concede mai remissione, come certi culti antichi di cui i mitologi ci hanno tramandato solo la crudeltà, non la fede. È una rivoluzione sommessa che non fa rumore ma lascia tracce durature, come l'acqua che scava la roccia calcarea, lentamente, per infiltrazione, senza mai una piena rovinosa.


Perché, in fondo, la vera ricchezza dei perdenti è la memoria. Non quella ufficiale, scritta nei libri di storia con caratteri cubitali e note a piè di pagina redatte da specialisti, ma quella discreta che si trasmette nei racconti, negli sguardi, nelle parole dette piano, come si tramandano le ricette di famiglia senza mai scriverle, per timore che la scrittura le tradisca. È una memoria che non occupa spazio sugli scaffali, che non pretende targa commemorativa, ma continua a vibrare sotto traccia, come un basso continuo che accompagna ogni giornata anche quando non ce ne accorgiamo, distratti dal rumore delle voci soliste.


E io, in quella musica lieve, riconosco la mia voce, ne distinguo il timbro tra mille altri, come l'ornitologo distingue il canto di una specie dal coro indistinto del bosco all'alba.


Ci sono sere in cui, camminando tra le strade deserte della città — deserte come solo sanno esserlo dopo una certa ora, quando anche i bar abbassano le saracinesche con quel rumore metallico che segna, più di ogni orologio, la fine della giornata —, penso a quanto sia fragile il mito della vittoria, di cartapesta, di gesso dipinto a imitare il marmo, come certe scenografie che da vicino, dietro le quinte, rivelano la corda e il legno grezzo. Le vetrine spente, le piazze vuote, i manifesti che annunciano eventi già trascorsi, stinti dalla pioggia come un annuncio funebre lasciato troppo a lungo affisso: tutto appare improvvisamente ridicolo, patetico, come un sipario caduto su una commedia recitata male da attori di provincia. Lì, in quell'ora sospesa tra il cane e il lupo, i vincitori scompaiono: i loro nomi non risuonano più negli altoparlanti, le loro immagini non seducono più dai cartelloni, le loro parole evaporano come fiato sul vetro d'inverno. Rimane soltanto il rumore dei miei passi sull'acciottolato e, attorno, l'invisibile corteo dei perdenti che mi accompagna da sempre.


Ho sempre pensato che la vera compagnia non fosse fatta di applausi scanditi a comando, ma di presenze silenziose, capaci di starti accanto senza pretendere nulla, come certi alberi che crescono accanto ad altri alberi per decenni senza mai reclamare la luce del vicino. I perdenti non hanno bisogno di farsi notare: ti camminano accanto come ombre discrete, ti sorreggono senza farti pesare il gesto, senza presentare il conto a fine mese. Ho imparato più da loro che da tutti i maestri riconosciuti, quelli con la cattedra e il nome inciso sulla targa d'ottone all'ingresso, perché la loro lezione è semplice, quasi disarmante: vivere senza pretendere di dominare, respirare senza dover competere per ogni boccata d'aria, accettare senza vergogna il limite, quel confine che ci definisce più di ogni conquista, come il bordo di una moneta ne definisce il valore tanto quanto l'effigie al centro.


Una volta, in un viaggio in treno di quelli lenti, con molte fermate e poca gente, conobbi un uomo che lavorava in una stazione ferroviaria secondaria, di quelle dimenticate dagli orari principali e frequentate solo da pendolari fedeli. Passava le giornate a dare informazioni a passeggeri distratti, a indicare binari con un gesto stanco della mano, a ripetere gli stessi annunci con la stessa cadenza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, come un liturgista che non si stanca mai della formula perché la formula, per lui, è ancora viva. Quando gli chiesi se non si annoiasse, mi rispose, senza esitazione, che non aveva bisogno di emozioni forti per sentirsi vivo. "Mi basta vedere partire i treni" disse, con lo sguardo rivolto ai binari che luccicavano sotto il sole del pomeriggio, "e immaginare le vite che trasportano. Io resto, e questo mi fa sentire parte di un mondo più grande." Rimasi colpito dalla serenità priva di ogni retorica consolatoria: non c'era rammarico nella sua voce, non c'era invidia per chi partiva, solo la quieta consapevolezza di un ruolo che ai più sarebbe parso irrilevante, degno al massimo di un trafiletto sulla gazzetta locale. Ma non era irrilevante per lui, e in quella differenza di prospettiva stava tutta la dignità del suo "fallimento", che fallimento non era affatto, se non nel registro catastale della pubblica opinione.


La società odierna ha paura dei perdenti, paura antica quanto il villaggio che caccia lo storpio fuori dalle mura per timore del contagio, benché nessun medico abbia mai dimostrato che la sconfitta sia trasmissibile per via aerea. Li nasconde, li emargina, li traveste da problema sociale o da patologia da curare con protocolli e farmaci, li cataloga in statistiche che poi nessuno legge fino in fondo, fermandosi all'abstract. Eppure, sono loro a custodire l'equilibrio segreto delle cose, il contrappeso invisibile che tiene ferma la bilancia, come certi pesi antichi, dimenticati in fondo a un cassetto, che pure servivano a garantire l'onestà del mercante. Senza di loro, i vincitori non saprebbero neppure definire la propria identità, essendo quest'ultima puramente differenziale, come una nota musicale che ha senso solo in rapporto alle altre: hanno bisogno del confronto, della scala sociale, della piramide su cui collocarsi con l'etichetta del proprio piano. Ma se guardi bene, quella piramide è di sabbia, edificata sulla battigia da mani di bambino, e basta un'onda un po' più alta delle altre perché crolli in un ammasso informe. I perdenti, invece, stanno sparsi ovunque, senza ordine apparente, come semi dispersi dal vento su un campo arato: e proprio per questo, per la loro dispersione stessa, resistono, germogliano dove meno te lo aspetti, negli interstizi dell'asfalto.


A volte penso che il futuro appartenga a loro, ai perdenti, ai dimenticati, ai secondi e terzi classificati di ogni gara mai bandita ufficialmente. Non ai vincitori effimeri, con la data di scadenza scritta in caratteri invisibili sulla fronte come su certi prodotti alimentari, ma a coloro che sanno vivere senza pretendere di essere eterni. È un futuro senza bandiere issate sui pennoni, senza inni gridati a squarciagola, senza celebrazioni ufficiali col taglio del nastro e le forbici dorate consegnate su un cuscino di velluto: sarà fatto di gesti quotidiani, di piccole cure prestate senza clamore, di fedeltà invisibili che nessun contratto obbliga a rispettare. Sarà il futuro del "sacro poco", di chi ha imparato a fare spazio dentro di sé, sgomberando gli scaffali interiori dal superfluo con la stessa cura con cui l'archivista scarta le pratiche esaurite, a rinunciare alla bulimia del possesso, quella fame mai sazia che ingozza senza nutrire, a coltivare il silenzio come un giardino segreto, innaffiato ogni giorno con la pazienza del monaco ortolano che non aspetta il raccolto per giustificare la semina.


Il mio poco è sacro perché è fragile, perché non si lascia assicurare da nessuna polizza, non rientra in nessun massimale. Non ha pretese di monumentalità, non reclama diritti di precedenza nelle liste d'attesa dell'eternità. È una tazza di tè bevuta da solo, col vapore che sale e si disperde senza lasciare traccia nel registro delle cose accadute, una parola che resta in gola, non pronunciata ma non per questo meno vera, un libro aperto a metà, col segnalibro che aspetta pazientemente il ritorno, una passeggiata senza meta, senza tappe da spuntare su una lista. Sono le cose che nessun vincitore potrà mai comprare con le sue ricchezze, per quanto ingenti, perché non figurano in nessun listino, non sono negoziabili in nessuna borsa valori, non hanno quotazione. Sono resti, avanzi, briciole raccolte con le dita dalla tovaglia dopo il pasto: eppure custodiscono un'interezza che le vittorie apparenti, con tutto il loro sfarzo, non conoscono e forse non conosceranno mai, essendo l'interezza, per definizione, incompatibile con lo sfarzo.


Quando il rumore del mondo si spegne, quando anche l'ultimo clacson tace, mi accorgo che la vera vittoria non consiste nell'avere, nell'accumulare, nel mettere a magazzino secondo la logica del deposito franco, ma nel non aver bisogno, nel poter fare a meno. È allora, in quel momento di sospensione quasi liturgica, che mi riconcilio con me stesso, e con quella comunità silenziosa di cui sento di far parte, senza tessera né quota associativa da versare: i perdenti, i dimenticati, i mai arrivati alla linea del traguardo perché non l'hanno mai cercata, avendo smarrito per strada, felicemente, la mappa della gara. Insieme, continuiamo a vivere fuori dal grande teatro, nel retropalco, in una piccola ma fertile oscurità che nessun riflettore riuscirà mai a colonizzare del tutto.


C'è un momento, nel cuore della notte, in cui i vincitori dormono, cullati dal proprio successo come da una ninna nanna registrata e trasmessa in loop. È allora che il mondo si libera del loro clamore, delle loro pose plastiche, dei loro proclami da conferenza stampa convocata per nulla. Restano solo i rumori sommessi della città addormentata: un autobus che passa vuoto, coi finestrini illuminati come un acquario galleggiante trascinato per le vie deserte, un cane che abbaia in lontananza a chissà cosa, il fruscio di una finestra che si chiude dopo l'ultimo sguardo alla strada. In quell'ora sospesa, franca da ogni obbligo come una zona doganale speciale, i perdenti si risvegliano, o forse continuano semplicemente a vegliare, non essendo mai stati davvero addormentati. Non che siano nottambuli per costituzione biologica: è che la notte offre loro un tempo che non è di nessuno, uno spazio esente da dazio, che non può essere comprato né affittato né ipotecato presso alcun istituto di credito. Lì, tra le ombre morbide dei lampioni, si riuniscono in silenzio, senza convocazione ufficiale, senza ordine del giorno. È una comunità invisibile che mi accompagna, che sento respirare insieme a me, all'unisono, come in un coro senza direttore che pure non sbaglia mai l'attacco.


I vincitori amano le luci, i riflettori, i fari puntati, perché senza illuminazione non esistono, si spengono come lampadine staccate dalla corrente in un blackout improvviso. I perdenti amano il buio, la penombra, il chiaroscuro che il pittore fiammingo sapeva rendere più veritiero di qualsiasi luce piena, perché lì trovano finalmente la loro misura, il loro passo giusto. Non hanno bisogno di specchi che rimandino un'immagine rassicurante, non cercano conferme allo sportello. Il loro volto è ciò che è, senza trucco e senza filtro, senza ritocco. Ed è in quella nudità, in quella esposizione senza artifici, che risiede la loro forza segreta: nessuno può togliergli ciò che non hanno mai preteso di possedere, non essendoci nulla da confiscare a chi già ha rinunciato al possesso presso il curatore fallimentare della propria vanità.


Ho sempre pensato che l'arte di perdere fosse un'arte sovversiva, clandestina, tramandata senza manuali né scuole ufficiali, come certi saperi artigiani che si trasmettono solo per osservazione diretta, di bottega in bottega. Non la celebrazione della sconfitta come valore in sé, ma la capacità di sottrarsi alla logica del successo, di sfilarsi dalla morsa senza far rumore, come il prigioniero che lima le sbarre di notte, un poco ogni giorno, senza fretta perché il tempo, per lui, non è mai stato un avversario. È un linguaggio che si impara a fatica, controcorrente, perché tutto intorno invita a competere, a salire, a primeggiare, dai cartelloni pubblicitari ai manuali di crescita personale venduti negli aeroporti. Ma una volta appreso, questo linguaggio diventa irreversibile, come una lingua madre che non si disimpara nemmeno dopo decenni di esilio: non riesci più a guardare il mondo con gli occhi dei vincitori, non riesci più a credere alle loro promesse di gloria, ti accorgi anzi del trucco dietro la promessa, come il prestigiatore che, una volta scoperto il meccanismo, non ti stupisce più. Ti accorgi che la vita non ha bisogno di trofei per essere degna di essere vissuta.


Ho incontrato perdenti in ogni angolo del mio cammino, disseminati come pietre miliari senza iscrizione, di quelle che segnano una distanza che nessuno più misura. Un vecchio pittore che non aveva mai venduto un quadro, nemmeno per pochi spiccioli, e che continuava a dipingere tramonti su cartoni trovati per strada, recuperati dai cassonetti con la dignità di chi non si vergogna della propria miseria materiale. Una coppia di amanti che viveva nascosta, lontano da sguardi giudicanti, in un appartamento senza campanello col nome, e che pure irradiava una felicità che nessun matrimonio celebrato in pompa magna, con confetti e riso lanciato all'uscita, avrebbe potuto garantire o anche solo simulare. Un giovane musicista che suonava nei sottopassi, ignorato dai passanti frettolosi diretti alla metropolitana, e che nei suoi accordi, imperfetti e vibranti, metteva una dolcezza che nessun palco illuminato avrebbe saputo contenere nel suo cono di luce troppo netto. Tutti loro, agli occhi del mondo che pesa e misura, erano falliti, iscritti d'ufficio nel registro dei mancati. Per me, erano i veri custodi di un sapere essenziale, quasi sacerdotale: quello di esistere senza clamore, di donarsi senza aspettarsi ritorni, senza tenere il conto della doppia entrata.


Perdere, ho capito con il tempo e non senza fatica, non significa rinunciare a vivere, ammainare bandiera al primo colpo di cannone. Significa vivere in un altro modo, secondo un'altra grammatica, un'altra sintassi dell'esistenza, con verbi che coniugano soprattutto al modo condizionale. Significa non piegarsi alle regole scritte da chi misura tutto in termini di utilità e di prestigio, da chi tiene il bilancio in ordine anche dei sentimenti, con tanto di storno e conguaglio. È un cammino più lento, zoppicante a tratti, e a volte più doloroso, pieno di sassi e salite non segnalate sulla cartina turistica: ma è anche un cammino più vero, perché non ha bisogno di inganni, di scorciatoie, di trucchi di prestigio. I perdenti non fingono di essere altro da sé: non devono costruire personaggi da esibire ai piani alti, non devono alimentare maschere che poi pesano come piombo sul volto. Sono fragili e lo sanno, senza vergognarsene, sono limitati e non lo negano, anzi ne fanno quasi un vanto sommesso, come l'artigiano che rivendica l'imperfezione del pezzo fatto a mano contro la perfezione sterile della serie industriale. Ed è in questa sincerità, in questa nudità senza infingimenti, che trovano la loro dignità più grande, la sola che non si scrosta col tempo né con le intemperie.


Il mio "sacro poco" nasce qui, in questa terra franca dell'essenziale, dove nessun dazio si applica perché nulla vi transita se non ciò che già mi appartiene. Non è un altare di grandezza, edificato per impressionare i visitatori con l'oro e il marmo, ma un rifugio di essenzialità, spoglio, quasi monacale, con le pareti nude di certi conventi che non hanno bisogno di affreschi per predicare la povertà. Ogni giorno deposito su di esso i resti che altri scartano nella loro fretta di banchettare: un pensiero non detto, custodito come un seme in un cassetto asciutto, un ricordo che riaffiora all'improvviso, senza preavviso, come certe piante che fioriscono fuori stagione per un capriccio del clima, una piccola gioia che non chiede testimoni né conferme. È un rituale silenzioso, ripetuto senza stanchezza, che mi riconcilia con il tempo, che mi permette di abitare la vita senza il terrore di doverla conquistare palmo a palmo, come una fortezza assediata da un nemico che, in fondo, non esiste se non nella mia immaginazione.


Se penso al futuro, non lo immagino come un trionfo, come un arco sotto cui sfilare in parata con le bandiere al vento e la banda che suona. Lo vedo piuttosto come una continuità discreta: un filo sottile, quasi invisibile, che lega le vite di chi ha perso, ma non si è arreso, che ha continuato a camminare pur senza medaglie al petto né encomi solenni. Sarà un futuro di ombre luminose — ossimoro che mi pare l'unico adeguato a descriverlo —, di comunità senza clamore, di memorie custodite nel segreto come reliquie senza culto ufficiale, senza teca né pellegrinaggio. Non ci saranno parate coi carri allegorici, ma ci sarà un respiro comune, sincronizzato senza bisogno di metronomo né direttore d'orchestra. Non ci saranno statue equestri né busti nei giardini pubblici a beccare piccioni, ma ci saranno gesti che sopravvivono nell'invisibile, tramandati di mano in mano come un segreto di famiglia che nessun notaio ha mai messo per iscritto.


E forse, un giorno, chissà, anche i vincitori dovranno arrendersi a questa verità elementare e definitiva: che tutto passa, che ogni trionfo si sgretola come intonaco vecchio sotto la pioggia insistente, che ogni potere è effimero quanto la moda di una stagione destinata al saldo di fine collezione. Allora, forse, capiranno — con quel ritardo che è proprio di chi ha sempre avuto fretta di arrivare prima — ciò che i perdenti hanno sempre saputo fin dall'inizio, per istinto o per necessità: che la vita non è una gara con cronometro e nastro d'arrivo, ma un dono fragile da accogliere a mani aperte, senza pretendere di trattenerlo oltre il tempo che gli è dato.


Io, intanto, resto qui, dalla parte di chi perde, senza rimpianti né nostalgie della fila dei vincitori, di cui non ho mai frequentato l'anticamera. Continuo a esercitarmi in questa arte silenziosa, quotidiana, senza esami né diplomi da esibire, a imparare la misura del poco, che è poi la misura giusta delle cose, a custodire ciò che non ha prezzo e proprio per questo non si svaluta mai, in nessuna crisi di mercato. E più perdo, più mi sento libero, alleggerito, come chi ha finalmente posato un bagaglio troppo pesante trascinato per anni da una stazione all'altra, senza mai chiedersi se ne valesse davvero la pena. Perché la mia sconfitta non è la fine di nulla, non è un punto e a capo definitivo scritto con inchiostro indelebile: è soltanto l'inizio di un altro modo di esistere, di un'altra sintassi da imparare a poco a poco, senza fretta, senza l'ansia di dover concludere il periodo prima che cali il sipario.

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