giovedì 24 settembre 2026

Giustappunto! Il grande trucco della destra italiana

Il circo della destra italiana, quello che da anni monta e smonta il proprio tendone senza mai cambiare davvero spettacolo, vive di un pubblico relativamente stabile, di una decina di milioni di spettatori affezionati che hanno già scelto il proprio posto in platea e che, per una ragione o per l'altra, sembrano avere trovato nella rappresentazione permanente della destra una forma di appartenenza ormai difficilmente reversibile, un pubblico composto in buona parte da persone che nella vita reale hanno saputo collocarsi assai bene, spesso per merito, certamente, ma anche per quelle fortunate coincidenze sociali, economiche, familiari e professionali che la retorica della meritocrazia preferisce non vedere; attorno a questi clienti abituali del circo ruota ogni volta una quantità variabile di spettatori occasionali, qualche altro milioncino di elettori che possono essere convinti, a seconda della stagione, che la soluzione ai problemi del Paese consista nel togliere le accise, diminuire le tasse, distribuire bonus, mandare via gli stranieri, mettere finalmente «gli italiani prima» e, possibilmente, risolvere con una formula pronunciata dal palco questioni economiche e sociali che richiederebbero invece anni di politiche pubbliche, investimenti, competenze e soprattutto una dose di realtà che nel circo, per definizione, non è mai stata particolarmente richiesta.

Il problema è che anche il pubblico più fedele, dopo avere assistito per anni agli stessi numeri, prima o poi comincia a riconoscere il trucco, perché l'illusionista che continua a estrarre dallo stesso cilindro le medesime promesse finisce inevitabilmente per mostrare il fondo del cappello, mentre il prestigiatore che per anni ha fatto sparire le responsabilità dietro la presenza di un nemico esterno — un immigrato, un'Europa cattiva, una tassa, un governo precedente, qualche categoria sociale facilmente trasformabile in bersaglio — rischia prima o poi di essere scoperto proprio dal pubblico al quale aveva promesso che tutto sarebbe cambiato, e quando la realtà insiste nel presentare il conto mentre le promesse continuano a moltiplicarsi sul palcoscenico, la macchina dello spettacolo deve inventare qualcosa di nuovo, o almeno qualcosa che sembri abbastanza nuovo da consentire agli spettatori di dimenticare per qualche tempo di avere già visto quel numero.

È allora che il circo cambia illusionista, raramente perché il precedente sia diventato improvvisamente incapace e molto più spesso perché il suo volto è diventato troppo riconoscibile e i suoi trucchi troppo facilmente decifrabili, e questa sostituzione del prestigiatore, presentata ogni volta come l'arrivo di una nuova stagione politica, costituisce forse uno dei meccanismi più interessanti della politica italiana contemporanea, perché consente di produrre l'impressione del cambiamento senza modificare necessariamente il pubblico, il repertorio o persino la struttura del tendone. Nel 2013, dopo la lunga stagione berlusconiana e la sua progressiva perdita di centralità, lo spazio lasciato scoperto venne occupato da nuove forme di populismo e di protesta che finirono per ridisegnare gli equilibri della destra e del centrodestra; nel 2022, con il crollo della Lega rispetto al risultato delle politiche precedenti e l'ascesa di Fratelli d'Italia, il meccanismo tornò a mostrarsi con particolare evidenza, perché una parte consistente del patrimonio elettorale dello stesso campo politico si spostò da un palco all'altro, portandosi dietro le proprie paure, le proprie rabbie, le proprie aspettative e soprattutto la propria disponibilità a credere che questa volta, finalmente, il miracolo sarebbe stato quello vero.

Il nuovo spettacolo ha però bisogno di una condizione essenziale, perché mettere un nuovo illusionista sotto i riflettori non basta se il pubblico non accetta di riconoscerlo come tale, ed è per questo che bisogna creare immediatamente l'idea dell'evento, trasformare l'avvicendamento in una svolta storica, costruire attorno al nuovo arrivato una narrazione di forza, di consenso, di inevitabilità, di grande exploit imminente, perché nella politica contemporanea la percezione del consenso finisce spesso per diventare parte del consenso stesso, e in quella distanza tra ciò che una forza politica raccoglie realmente e ciò che riesce a far credere di poter raccogliere si apre uno dei territori più fertili della propaganda, dove una previsione diventa una notizia, una notizia diventa una tendenza, una tendenza diventa una certezza e una certezza, ripetuta abbastanza volte, finisce per essere percepita come un fatto già avvenuto.

Il pubblico, naturalmente, deve pagare il biglietto, perché nessun circo politico può funzionare senza una platea organizzata, e quel biglietto oggi consiste tanto nella scheda elettorale depositata nell'urna quanto nella tessera, nella fedeltà, nella partecipazione digitale, nella condivisione quotidiana dello slogan, nella difesa preventiva del proprio beniamino, nell'indignazione pronta all'uso contro chiunque osi mettere in discussione la nuova narrazione, in quella disponibilità, insomma, a trasformare il politico in una figura quasi spettacolare che permette al sostenitore di sentirsi parte dello spettacolo prima ancora che lo spettacolo abbia prodotto qualcosa di concreto. Un pubblico che ha già investito emotivamente nella propria appartenenza non ha bisogno di molte sollecitazioni per comprare un altro biglietto, perché la fedeltà precedente diventa la giustificazione per rinnovare la propria fiducia, anche quando la promessa precedente è rimasta largamente incompiuta e la realtà continua a essere molto meno spettacolare del manifesto che la annunciava.

Qui sta uno dei grandi equivoci della politica italiana, perché continuiamo a parlare del corpo elettorale come se fosse una massa omogenea pronta a muoversi tutta insieme, mentre le elezioni si decidono concretamente attraverso coloro che scelgono di partecipare e, soprattutto, attraverso la capacità dei partiti di mobilitare i propri elettori, convincere una parte degli indecisi e intercettare quella quota di cittadini che non ha ancora deciso se entrare nel tendone oppure restarsene fuori. Gli astenuti, proprio perché non esprimono un voto valido per una lista o per un candidato, non possono essere sommati ai consensi ottenuti dai partiti, per quanto l'astensione costituisca un fenomeno politicamente enorme e decisivo nel descrivere la distanza tra il Paese reale e la rappresentanza parlamentare; sicché una forza politica può ottenere una percentuale assai consistente dei voti validi senza avere conquistato una porzione altrettanto ampia dell'intero corpo elettorale, e proprio questa differenza contribuisce a produrre l'illusione ottica di una forza molto più vasta di quanto non sia nella realtà complessiva del Paese.

È questa la parte dello spettacolo che raramente viene mostrata al pubblico, perché sul palco è molto più efficace annunciare un trionfo che spiegare la matematica del consenso, molto più facile parlare di «onda», di «boom», di «sorpasso», di «esplosione» e di «nuovo protagonista» che ricordare come una parte consistente degli elettori non voti, come una parte di quelli che votano cambi semplicemente collocazione all'interno dello stesso campo politico e come il trasferimento di voti da un partito all'altro non equivalga automaticamente alla conquista di nuovi elettori, perché spostare dieci persone da una fila all'altra non significa avere trovato dieci nuovi spettatori, anche se dal palco, con le luci opportunamente orientate e la musica abbastanza alta, può sembrare che il tendone si sia improvvisamente riempito.

Ed è proprio qui che bisogna guardare quando Lega e Forza Italia mostrano i segni della stanchezza e il vecchio equilibrio della destra comincia a perdere qualche pezzo, perché una parte di quei voti può effettivamente essere intercettata dal nuovo protagonista, senza che questo implichi automaticamente la nascita di un nuovo blocco elettorale o un'espansione equivalente dell'intero campo, dato che il sistema politico italiano ha dimostrato più volte una straordinaria capacità di redistribuire il medesimo consenso sotto insegne differenti, lasciando agli osservatori l'impressione di assistere alla nascita di qualcosa mentre, sotto il tendone, gli spettatori sono in larga misura gli stessi e stanno semplicemente cambiando posto, e proprio la capacità di trasformare una migrazione interna in un'apparente conquista esterna rappresenta uno dei trucchi più efficaci della comunicazione politica.

Il vero numero di magia, dunque, consiste soprattutto nel far apparire come nuovo consenso ciò che potrebbe essere in buona parte consenso già esistente, perché se il pubblico abituale rimane compatto, se una parte dei voti degli alleati viene trasferita al nuovo protagonista e se una quota di elettori occasionali viene convinta dalla promessa dell'ennesimo miracolo, allora il risultato può essere raccontato come un grande successo anche quando il bacino complessivo non è cresciuto nella stessa proporzione con cui cresce la visibilità del nuovo illusionista. Il nuovo protagonista può così essere presentato come colui che ha trasformato il panorama politico, mentre potrebbe avere semplicemente raccolto le schegge di un consenso già presente, ricomponendole sotto un'insegna più fresca, più aggressiva e soprattutto più adatta a intercettare il bisogno di novità di un pubblico che si è stancato dei vecchi numeri senza avere necessariamente cambiato idea sulle vecchie ossessioni.

Per questo ogni previsione di un nuovo grande exploit andrebbe guardata con una certa diffidenza, non perché sia impossibile che un nuovo protagonista conquisti davvero milioni di voti, ma perché nella politica spettacolarizzata la prima cosa che viene gonfiata è l'aspettativa del risultato, prima ancora del risultato stesso, e quando l'aspettativa cresce abbastanza qualunque esito può essere reinterpretato come una conferma, perché se il nuovo arrivato ottiene molto viene celebrato come il fenomeno annunciato, se ottiene meno viene comunque raccontato come la sorpresa capace di sconvolgere gli equilibri futuri e se semplicemente sottrae consensi agli alleati si parlerà di successo personale anche quando, guardando l'intero campo elettorale, il numero complessivo degli spettatori rimane sostanzialmente quello di prima.

Il circo, intanto, continua a lavorare, perché il suo mestiere consiste nel tenere il pubblico dentro il tendone, alimentare l'attesa del numero successivo, cambiare le scenografie quando quelle precedenti hanno perso efficacia, sostituire l'illusionista quando il pubblico ha imparato a riconoscere il trucco e soprattutto convincere gli spettatori che questa volta assisteranno finalmente a qualcosa che non hanno mai visto, mentre sotto il palco gli stessi interessi, le stesse convenienze, gli stessi gruppi di potere e una parte consistente dello stesso elettorato aspettano semplicemente di capire quale sarà il prossimo numero, e nel grande spettacolo della destra italiana la vera novità finisce così per essere spesso la capacità di far sembrare nuovo ciò che il pubblico ha già visto molte volte.

E allora lasciamoli pure accendere le luci, gonfiare i manifesti, annunciare l'exploit, preparare il nuovo numero e raccontare che il tendone è ormai troppo piccolo per contenere la folla, perché alla fine, quando arriverà il momento di contare davvero i biglietti, non saranno le urla del pubblico, i sondaggi trasformati in profezie, le previsioni degli opinionisti o la quantità di applausi sui social a stabilire quante persone siano entrate davvero, ma le schede depositate nell'urna, e sarà allora che potremo finalmente scoprire se abbiamo assistito alla nascita di un nuovo spettacolo oppure, molto più semplicemente, all'ennesimo cambio d'abito dello stesso illusionista, mentre il circo continuerà ad avere bisogno di nuovi volti proprio perché il pubblico, prima o poi, comincia sempre a riconoscere il trucco.

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