Ah, caro sventurato che osi anelare alla gloria in questa valle di dense ombre e cime vertiginose, dove persino il vento sembra portare incisi nei suoi refoli i nomi di coloro che ti hanno preceduto, come se l’aria fosse un archivio invisibile e spietato! Tu ti affacci con l’ardore ingenuo e insieme febbrile di chi crede ancora possibile l’ascesa, ma ogni tuo passo affonda in una terra già solcata da impronte monumentali. È un suolo saturo di memoria, compatto come argilla antica, dove la freschezza dell’orma nuova viene immediatamente confrontata con la profondità di quelle precedenti. Ogni parola che pronunci vibra in una camera d’eco millenaria; ogni gesto che compi sembra riflettersi in uno specchio dove altri, prima di te, hanno già provato tutte le pose.
In un’epoca gremita di giganti – o, forse ancor più gravemente, nella lunga ombra del ricordo dei loro corpi smisurati – ogni aspirante immortale si dibatte come un insetto imprudente nel miele denso della tradizione. Quel miele, dorato e solenne, profuma di consacrazione e insieme di trappola. È viscoso di citazioni, intriso di rimandi, appiccicoso di canoni. Non è dolcezza, ma conservazione. Non è nutrimento, ma immobilità. È l’ambra che trattiene le ali ancora tremanti di chi avrebbe voluto sollevarsi verso un cielo che, però, è già stato mappato, descritto, celebrato da altri. E più ti sforzi di liberarti, più il miele ti avvolge, rendendo ogni tuo tentativo parte integrante della sostanza che ti imprigiona.
Ogni gesto, ogni parola, ogni sussurro sembra già stato pronunciato con voce più ferma, scolpito con mano più sicura, consacrato da un’autorità remota e quasi sacrale. Le biblioteche non sono solo edifici: sono muraglie. I nomi non sono solo nomi: sono montagne. L’aria è satura di ingegno altrui, come una serra opulenta in cui fioriscono piante coltivate da giardinieri defunti, sotto vetri antichi che filtrano la luce secondo criteri stabiliti molto prima della tua nascita. Ti aggiri tra quelle fronde con un misto di reverenza e frustrazione, consapevole che ogni tua foglia sarà confrontata con alberi secolari.
L’individuo contemporaneo, aspirante Titano in un’era che ha già consumato i suoi Titani, appare allora come un sarto inquieto intento a cucire il proprio mantello con pezzi di stoffa già logori, già sacri, già consunti. Ogni toppa è un frammento di passato: un’epopea strappata, un verso isolato, un’idea smangiata dal tempo. Eppure egli cuce con ostinazione, con la speranza che la combinazione, l’assemblaggio, la giustapposizione possano generare qualcosa di inatteso. Ma il risultato, spesso, è un mosaico di reliquie, un mantello che pesa più per la sua eredità che per la sua leggerezza.
Nasce così una tensione sotterranea: il desiderio di originalità si trasforma in ansia, l’aspirazione in inquietudine cronica. Si tenta la via dello scandalo, della rottura, dell’eccesso. Si urla per distinguersi, si deforma il linguaggio, si spezzano le sintassi nella speranza di aprire una breccia. Ma anche la ribellione, ironicamente, ha una genealogia. Anche lo strappo è stato già strappato, la provocazione già catalogata, l’avanguardia già musealizzata. La trasgressione diventa citazione di trasgressioni precedenti, e l’iconoclasta finisce per essere un restauratore inconsapevole di antiche rovine.
Così la gloria, in tempi di sovrabbondanza, assume i contorni di un miraggio crudele. Non è l’altezza a mancare, ma lo spazio per distinguerla. Non è l’ardore, ma il cielo libero in cui ardere. Ogni vetta è già stata battezzata, ogni orizzonte già celebrato in un inno definitivo. L’aspirante immortale cammina tra targhe commemorative e lapidi incise, tra statue che fissano l’eternità con sguardi di marmo, e sente che il proprio nome, se mai verrà inciso, sarà scritto in caratteri minori, in un margine polveroso della storia.
Eppure, come in ogni ciclo umano, arriva il tempo della crepa. Il mondo, saturo di grandezza e di memoria, inizia a incrinarsi. L’ordine che reggeva le grandi imprese si sbriciola come vecchio stucco sotto le mani grasse della corruzione e dell’incuria. Le istituzioni che custodivano il canone vacillano; le accademie diventano teatri di lotte sterili; le certezze si sfaldano come intonaco umido. Non c’è più un centro saldo, ma una costellazione di frammenti. E in questa frantumazione si apre un panorama diverso, non meno disperato ma infinitamente più permissivo.
Nella decomposizione dell’universo sociale, come nelle fogne dove si mescolano i liquami del vivere quotidiano, tutto diventa fertilissimo per l’insignificante. Ciò che prima sarebbe stato scartato come mediocre ora trova spazio, eco, talvolta applauso. L’assenza di criteri stabili genera un terreno dove ogni germoglio, per quanto gracile, può ergersi senza confronto. È una democrazia dell’ombra: non trionfa il migliore, ma il sopravvissuto.
Quando le colonne del tempio crollano una dopo l’altra, non servono più i giganti a sostenerle. Basta un uomo qualsiasi, anche goffo, anche incerto, purché il suo gesto sembri rivolto al cielo. Non importa se il cielo sia vuoto o indifferente; ciò che conta è l’apparenza della verticalità. Nel fragore del crollo, chiunque osi alzare la voce viene scambiato per guida. Nel silenzio delle macerie, anche un colpo di tosse può sembrare un proclama fondativo.
È nell’abisso che si rivela il paradosso più sottile della gloria. Quando ogni cattedrale è ridotta a un cumulo di pietre e polvere, quando gli altari sono crepati e le navate ospitano soltanto vento e detriti, l’ombra più piccola diventa un faro. Il pensiero più banale, se pronunciato con sufficiente sicurezza, si trasforma in rivelazione. Non è il merito a splendere, ma il vuoto circostante che lo amplifica. Come un lume tremolante in una notte senza stelle, la luce minima appare smisurata proprio perché non esiste altra luce a contrastarla.
Così l’uomo che eccelle lo fa per contrasto, per pura differenza rispetto al nulla. Non è un sole tra soli, ma una candela in una caverna. La sua fiamma, fragile e oscillante, proietta ombre gigantesche sulle pareti irregolari, creando l’illusione di forme titaniche. Gli spettatori, assetati di senso, si aggrappano a quelle ombre come a epifanie. La sproporzione diventa grandezza; la solitudine diventa maestà.
E allora l’individuo si erge, non come un dio armonioso su un monte consacrato, ma come una figura sghemba, un fantoccio dal volto di cera che, nel deserto della dissoluzione, si incorona con polvere e detriti. Il suo passo incerto diventa marcia trionfale perché nessun altro avanza. Il suo respiro affannoso diventa soffio del destino perché nessun altro osa respirare a pieno petto. Attorno a lui, il mondo in decomposizione intona un elogio stanco, non per amore, non per autentica ammirazione, ma per necessità psicologica: bisogna pur credere in qualcosa, anche se quel qualcosa è una fragile silhouette contro il tramonto.
Il crepuscolo, del resto, è il grande illusionista. Nella luce obliqua che precede la notte, le proporzioni si alterano. Le ombre si allungano, i contorni si sfumano, le piccole cose acquistano un’aura inaspettata. In quel chiaroscuro ambiguo, anche l’ombra di un insetto può apparire titanica. E noi, spettatori inquieti, finiamo per applaudire quella sagoma ingrandita dalla luce morente, scambiando la deformazione per grandezza, la sopravvivenza per eroismo, l’esserci ancora per una forma di eternità.
Così si chiude il cerchio con un’ironia amara. L’epoca dei giganti, che sembrava aver saturato ogni spazio e ogni possibilità, lascia il posto a un regno diverso, popolato da creature resilienti ma minuscole. Non più colossi che sollevano mondi, ma presenze che occupano fessure. E tuttavia, nel buio che avanza, anche queste presenze assumono contorni leggendari. Non perché siano cresciute, ma perché tutto il resto è scomparso.
E forse il dramma più profondo non è la caduta dei giganti né l’ascesa degli scarafaggi, ma il nostro sguardo, sempre pronto a trasformare l’assenza in valore, il contrasto in eccellenza, il vuoto in piedistallo. La gloria, allora, non è una qualità intrinseca, ma una relazione. Non è una fiamma assoluta, ma un effetto ottico. E in questa consapevolezza, amara e lucida, si cela l’ultima vertigine: capire che il Titano e l’insetto, alla fine, condividono lo stesso palcoscenico, illuminati non dalla propria luce, ma dal buio che li circonda.
Nessun commento:
Posta un commento