"Salò o le 120 giornate di Sodoma" è attuale. Terribilmente attuale. E forse oggi lo è ancora di più di quanto non fosse nel 1975.
Quando Pier Paolo Pasolini scrive che «nulla è più anarchico del potere», non sta facendo una provocazione letteraria: sta descrivendo un meccanismo. Il potere non è ordine, non è gerarchia rassicurante, non è disciplina. È arbitrio. È la facoltà di sospendere la regola mentre si proclama difensore della regola. È la capacità di rendere “necessità economica” ciò che in realtà è pura volontà.
Ed è qui che il film incontra in modo spietato "Le 120 giornate di Sodoma" di Donatien-Alphonse-François de Sade. Non come semplice adattamento, ma come detonatore teorico.
Il castello di Silling è un laboratorio.
De Sade costruisce un esperimento chiuso, quasi clinico: quattro mesi senza morale, senza legge, senza esterno. Il potere assoluto esercitato da quattro figure che incarnano i pilastri della società — aristocrazia, economia, magistratura, religione — su corpi ridotti a materia disponibile. È un trattato sul dominio. Un manuale dell’arbitrio.
Quando Pasolini realizza "Salò o le 120 giornate di Sodoma", non trasporta semplicemente l’opera nella Repubblica Sociale Italiana. Fa qualcosa di più sottile e più feroce: usa Salò come dispositivo simbolico. Il fascismo storico diventa la maschera riconoscibile di un potere che nel 1975 ha già cambiato volto. Il nuovo fascismo, per Pasolini, è il consumismo. È la mercificazione totale dell’umano.
E qui sta l’attualità bruciante.
Perché oggi la riduzione dell’individuo a oggetto non avviene più in una villa isolata. Avviene nei mercati, negli algoritmi, nella pornografia del consenso, nella trasformazione di ogni desiderio in prodotto. Il regolamento minuzioso di De Sade — con le sue punizioni, le sue classificazioni, la sua burocrazia del sadismo — assomiglia inquietantemente alla nostra ossessione per le procedure, i protocolli, i termini di servizio che nessuno legge ma che disciplinano tutto.
Il film “sfiora” il libro. È vero. De Sade è infinitamente più estremo nella progressione narrativa. Il crescendo verso l’annientamento totale è più analitico, più sistematico. Pasolini invece struttura il film in gironi quasi danteschi: delle manie, della merda, del sangue. Una costruzione geometrica, glaciale.
Ma proprio questa sottrazione rende il film più politico.
De Sade indaga il libertinaggio come forza naturale, come espressione di una legge biologica che scardina la morale. Pasolini, invece, mostra la perversione come sistema. Non è l’istinto che esplode: è l’istituzione che organizza. Non è l’anarchia dei corpi: è la pianificazione del dominio.
E qui torniamo alla frase iniziale. Il potere è anarchico perché non risponde a nessuna legge superiore. Può decidere che l’umiliazione è intrattenimento. Che la sofferenza è spettacolo. Che il corpo è merce. E oggi questa dinamica non è confinata alla memoria del fascismo.
La villa di Salò è fredda, elegantemente arredata, attraversata dalla musica di Ennio Morricone. Non c’è caos. C’è ordine. Un ordine raffinato che convive con l’abiezione. Questa è la vera intuizione pasoliniana: la perversione non è il contrario della civiltà. Può essere la sua forma estrema.
Quanto al “testamento”: formalmente non lo è. Pasolini stava lavorando a "Porno-Teo-Kolossal", avrebbe continuato. Ma simbolicamente sì, lo è. Perché in “Salò” si condensa la sua disperazione antropologica, già esplosa negli “Scritti corsari”: la convinzione che il nuovo potere stesse distruggendo le culture popolari, uniformando i desideri, cancellando le differenze.
E oggi?
Oggi viviamo dentro una normalizzazione dell’estremo. La pornografia è mainstream, la violenza è intrattenimento seriale, la sorveglianza è accettata in cambio di comodità. Il potere non ha più bisogno della villa isolata. Siamo noi a portarcela in tasca.
Forse questa riflessione coglie un punto cruciale: l’apparente antinomia tra potere e anarchia. In realtà coincidono. Quando il potere è assoluto, diventa puro capriccio. E quando il capriccio si istituzionalizza, diventa sistema.
Ecco perché “Salò” continua a far male. Non perché mostra la coprofagia o le torture — De Sade è molto più esplicito — ma perché mostra la freddezza con cui tutto questo può essere organizzato, regolamentato, giustificato.
Non è un film sulla perversione sessuale. È un film sull’economia del dominio.
E purtroppo, sì: parla ancora di noi.
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