giovedì 19 febbraio 2026

I pensieri si intrecciano

I pensieri si intrecciano, si moltiplicano, si accavallano con una fertilità quasi spaventosa, come se la mente fosse un giardino lasciato crescere senza potature, dove ogni ramo reclama il proprio spazio e nessuna foglia accetta di restare nell’ombra. Non esiste un ordine che li governi davvero: si presentano come visitatori improvvisi, bussano con insistenza, entrano senza chiedere permesso e si siedono al centro della stanza interiore, pretendendo ascolto. Alcuni sono sussurri, altri grida trattenute; alcuni hanno il volto della memoria, altri quello di un futuro ancora informe. Tutti, però, portano con sé una promessa incompiuta, un desiderio che pulsa sottopelle, una frase iniziata e mai portata a termine.

Questa proliferazione non è innocente. Ogni pensiero genera un’eco, e ogni eco ne richiama un altro, in una catena che sembra non avere origine né fine. È come assistere a una danza senza coreografia, in cui i movimenti si sovrappongono fino a creare un vortice. Le ombre che si agitano nella stanza chiusa della coscienza non cercano soltanto luce: cercano riconoscimento, una forma stabile, un nome che le trattenga. Ma il nome, spesso, tarda ad arrivare. E nell’attesa, l’inquietudine cresce.

Si insinuano nella mente con la pazienza delle radici che non hanno fretta. Scavano, sondano, si fanno strada tra le zolle compatte dell’esperienza. Cercano acqua, nutrimento, senso. Talvolta trovano soltanto pietra; altre volte incontrano falde profonde che le fanno espandere ancora di più. Questa sete di significato è inesauribile. Ogni risposta, quando arriva, non placa del tutto: apre nuove fenditure, nuovi interrogativi. È una fame che si alimenta di ciò che consuma.

Così il silenzio, che dovrebbe essere riposo, diventa uno spazio affollato. Non è un vuoto pacificato, ma una piazza brulicante di presenze invisibili. C’è una tensione costante che attraversa il corpo come una corrente elettrica sottile. Un braccio teso verso l’ignoto, sì, ma anche un piede che esita sul bordo di ciò che conosce. Il cuore sembra incapace di restare nel proprio ritmo naturale: accelera, rallenta, si tende come una corda pronta a spezzarsi. Non conosce la quiete come stato definitivo; al massimo la sfiora, per poi tornare a vibrare.

L’invisibile, in questo scenario, acquista una consistenza quasi tangibile. Non è più un’astrazione: è una presenza che incombe, che chiama, che promette. È l’altrove che si insinua nel qui, la possibilità che scardina la certezza. Vivere diventa stare continuamente in bilico, come se ogni gesto fosse preludio a qualcosa che deve ancora compiersi. Eppure questo compimento sembra sempre differito, sempre un passo oltre. Si rimane sospesi, funamboli senza rete, con lo sguardo fisso su un punto che arretra man mano che ci avviciniamo.

In questa sospensione, il desiderio assume una forma quasi metafisica. Non è più rivolto a un oggetto preciso, ma a una pienezza indistinta. È nostalgia di qualcosa che forse non è mai stato posseduto. E questa nostalgia non si lascia facilmente consolare. Si trasforma in attesa, in tensione, in febbre leggera ma persistente. L’anima si tende all’infinito come una pianta verso la luce, anche quando la luce è solo intuizione.

È allora che il sogno si affaccia come possibilità altra. Non come semplice evasione, ma come dimensione alternativa dell’essere. Una porta che non scricchiola, che si apre senza rumore, conducendo verso una realtà in cui il peso si attenua e la gravità morale delle cose si dissolve. Abbandonarsi al sonno diventa un gesto carico di significato: non fuga vigliacca, ma fiducia radicale. È consegnarsi a un ritmo che non controlliamo, accettare di non essere sempre vigili, sempre tesi, sempre in lotta.

Nel sonno, la mente si allenta come un pugno che finalmente si apre. Le onde che la attraversano sono lente, profonde, antiche. Hanno il ritmo delle maree che obbediscono a leggi invisibili. I contorni netti della realtà si sfumano; le categorie si sciolgono. Ciò che nella veglia era rigido diventa fluido. Le paure si trasformano in immagini, i desideri in simboli, i conflitti in narrazioni misteriose. Non c’è più un io compatto che governa: c’è un campo aperto in cui le figure appaiono e scompaiono senza chiedere coerenza.

In quel territorio senza orologi, il tempo perde la sua tirannia. Non esiste il prima né il dopo; esiste solo un presente dilatato che contiene tutto. Anche il dolore, che nella veglia punge con precisione chirurgica, cambia consistenza. Non scompare del tutto, ma si fa meno affilato. È come se venisse tradotto in una lingua più antica, meno crudele. La mente, cullata, accetta di non comprendere. E in questa rinuncia alla comprensione nasce una forma particolare di pace.

Dormire, allora, è un atto ontologico: è sperimentare la propria dissoluzione temporanea senza terrore. È farsi nulla per riscoprirsi altro al risveglio. È accettare che l’identità non sia una fortezza, ma una tenda che può essere smontata e rimontata. In quell’abisso silenzioso non c’è annientamento, ma sospensione. Una tregua dalle pretese, dalle ambizioni, dalle domande incessanti. L’oblio non è negazione, ma intervallo. E nell’intervallo si deposita una quiete che non deriva da risposte ottenute, ma dalla temporanea sospensione delle domande.

E poi il risveglio riporta tutto alla superficie. I pensieri tornano, forse meno aggressivi, forse rinnovati. E insieme a loro ritorna il futuro, con la sua inesorabile avanzata. Ciò che deve accadere accade. Non perché lo abbiamo invocato o temuto, ma perché il tempo non conosce interruzioni. Avanza come una marea che non si cura delle dighe interiori che costruiamo. Scivola verso di noi con passo regolare, senza clamore, ma con una determinazione che non ammette repliche.

Il futuro non è soltanto minaccia o promessa: è compimento di possibilità già inscritte nel presente. Arriva con il suo peso, certo, ma anche con una leggerezza inattesa. Perché quando un evento si realizza, perde l’aura di indefinitezza che lo rendeva temibile. Diventa fatto, realtà, materia. E nella sua concretezza c’è qualcosa di rassicurante. Anche ciò che ci spaventa, una volta accaduto, entra nell’ordine del narrabile.

Eppure ogni compimento lascia dietro di sé un vuoto nuovo. Ciò che era attesa diventa memoria. Ciò che era desiderio si trasforma in esperienza. E l’esperienza, per quanto intensa, non esaurisce la fame di senso. Si apre così un altro ciclo: nuova tensione, nuova attesa, nuova marea. Il tempo fluisce senza chiedere consenso. Non si lascia arrestare né accelerare dalla nostra volontà. È un fiume che attraversa la nostra esistenza, modellandola senza mai fermarsi.

La vita, dentro questo flusso, si consuma e si rigenera continuamente. Ogni giorno qualcosa muore e qualcosa nasce: un’illusione, una speranza, una certezza. Noi stessi cambiamo senza accorgercene, come rive erose lentamente dall’acqua. E tuttavia, in mezzo a questa trasformazione incessante, permane una strana continuità. Un filo sottile che ci permette di dire “io” anche quando tutto sembra mutato.

Forse siamo davvero soltanto questo: un breve galleggiamento in un oceano senza fondo. Un’apparizione temporanea sulla superficie di un movimento più vasto. Le correnti ci attraversano, ci spingono, talvolta ci sommergono. Ma finché restiamo a galla, possiamo percepire il ritmo di questo mare. Possiamo sentire il suo respiro che si confonde con il nostro.

E allora la certezza non è nella meta, né nel controllo, né nella comprensione totale. È nel fluire stesso. Nel riconoscere che siamo parte di un ciclo che ci precede e ci supera. Veglia e sonno, desiderio e oblio, attesa e compimento: tutto si intreccia in una trama che non possiamo dominare, ma che possiamo abitare. E forse abitare consapevolmente questo flusso, accettarne la vertigine senza pretendere di arrestarla, è l’unica forma di pace che ci è concessa. Una pace dinamica, mai definitiva, ma sufficiente a farci restare, ancora per un poco, in questo misterioso e inesauribile movimento dell’essere.

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