Il suo nome resta legato a opere come L’Immoralista, I sotterranei del Vaticano, Corydon e il suo monumentale Diario, testi in cui esplorò con lucidità spietata i rapporti tra morale e desiderio, tra verità interiore e ipocrisia sociale. La sua scrittura, austera e rigorosa, fu un costante invito alla ricerca dell’autenticità, un’arma contro ogni convenzione imposta dall’esterno. Tuttavia, Gide non fu solo uno scrittore: fu un intellettuale militante, un uomo impegnato nella vita pubblica, un critico del suo tempo. La sua adesione al comunismo negli anni Trenta, seguita da una clamorosa disillusione dopo il viaggio in Unione Sovietica nel 1936, segnò uno dei momenti più discussi della sua carriera.
Ma se il suo lascito letterario è indiscutibile, altrettanto celebre – e quasi altrettanto affascinante – fu la sua faida con Jean Cocteau, un conflitto che durò più di quarant’anni e che infiammò i circoli intellettuali parigini come poche altre rivalità nella storia della letteratura. Quella tra Gide e Cocteau non fu una semplice divergenza di vedute o una competizione tra scrittori; fu un autentico duello, combattuto con le armi più affilate dell’intelligenza e della parola.
La loro guerra si giocò su più fronti: il personale, il letterario, il morale. Se Gide incarnava il rigore, la profondità della riflessione, la necessità di scendere nelle zone più oscure dell’animo umano per portarle alla luce, Cocteau rappresentava l’estro, la leggerezza, il genio proteiforme capace di reinventarsi continuamente. Gide era un moralista che predicava la libertà, Cocteau un libertino che flirtava con il sacro. Due poli opposti, destinati inevitabilmente a respingersi, ma anche ad attrarsi nella loro reciproca ossessione.
Ma da dove nacque questa rivalità? Per comprendere l’origine del conflitto bisogna risalire al 1917, quando un episodio apparentemente secondario innescò una tensione che sarebbe esplosa in una faida di decenni. Al centro della vicenda c’era un giovane, Marc Allégret, all’epoca diciassettenne, di straordinaria bellezza e intelligenza, che Gide aveva preso sotto la sua ala, considerandolo non solo un amante, ma un discepolo, un protégé, forse persino una proiezione ideale di sé stesso.
Tuttavia, una notte fatale, Allégret trascorse ore con Cocteau. Cosa accadde esattamente tra loro? Non è dato saperlo con certezza, ma per Gide il solo fatto che il ragazzo avesse scelto di passare la notte con il suo rivale fu un affronto imperdonabile. La sua reazione fu furiosa, sproporzionata, quasi tragica: confessò anni dopo che, in un accesso di rabbia e gelosia, aveva seriamente contemplato l’idea di uccidere Cocteau. Ma, fedele alla sua natura di scrittore e intellettuale, scelse un’altra arma: la parola, che a suo dire era più sanguinosa della spada.
Da quel momento, la loro relazione si trasformò in un campo di battaglia. Gide iniziò a screditare apertamente l’opera di Cocteau, dipingendolo come un dandy superficiale, un artista da salotto privo di vera profondità. Cocteau, da parte sua, rispose con sarcasmo e ironia, ridicolizzando il moralismo di Gide e la sua pretesa di ergersi a giudice supremo dell’integrità artistica. Ogni libro pubblicato da uno dei due diventava pretesto per un attacco da parte dell’altro. Gide stroncò senza pietà alcuni dei lavori più celebri di Cocteau, mentre Cocteau replicava con epigrammi velenosi, insinuando che Gide fosse prigioniero di un’ipocrisia intellettuale.
Eppure, dietro questa feroce rivalità si nascondeva qualcosa di più profondo di una semplice questione di ego o gelosia. Gide e Cocteau incarnavano due modi opposti di intendere l’arte e la vita. Gide cercava la verità interiore, la coerenza morale, anche a costo della solitudine e dell’inquietudine. Cocteau, invece, si muoveva con la grazia e l’incoscienza di un acrobata, trasformando l’esistenza in un teatro scintillante di invenzioni, illusioni e colpi di genio. Gide scavava nella coscienza, Cocteau giocava con le maschere.
Nel corso degli anni, la loro guerra non conobbe tregua. Anche quando la maturità avrebbe potuto portare a un ammorbidimento delle ostilità, nessuno dei due volle deporre le armi. Gide continuò a considerare Cocteau un impostore, un artista frivolo e privo di sostanza, mentre Cocteau non perse occasione per ridicolizzare l’austerità moralistica di Gide. Eppure, nonostante tutto, sembrava impossibile per loro ignorarsi davvero. Si attaccavano perché si temevano, si disprezzavano perché, in fondo, si riconoscevano come due facce della stessa medaglia.
Quando Gide morì nel 1951, lasciò dietro di sé un’eredità immensa: le sue opere, i suoi saggi, il suo Diario, testimonianza straordinaria di una vita vissuta nella costante ricerca della verità. Ma lasciò anche la memoria di questa rivalità che segnò un’epoca e che ancora oggi affascina chi studia la letteratura e la storia culturale del Novecento.
Cocteau, pur sopravvivendogli, non dimenticò mai del tutto quel nemico-amico con cui aveva combattuto per decenni. Forse, in un certo senso, la sua arte non sarebbe stata la stessa senza quell’avversario che lo aveva costretto a difendersi, a rispondere, a reinventarsi continuamente.
Le grandi faide letterarie hanno sempre esercitato un fascino irresistibile. Da Gore Vidal contro Truman Capote, alle battaglie intellettuali tra Verlaine e Rimbaud, fino agli insulti velenosi tra Mary McCarthy e Lillian Hellman, la storia della letteratura è piena di duelli combattuti con le armi della parola. Ma lo scontro tra Gide e Cocteau ha qualcosa di unico: non fu solo un gioco di potere intellettuale, ma una guerra tra due visioni opposte del mondo, tra profondità e leggerezza, tra rigore e incanto, tra l’ossessione per la verità e l’amore per la bellezza dell’illusione.
Forse Gide aveva ragione nel dire che la parola è più sanguinosa della spada. Ma forse Cocteau aveva ragione nel dimostrare che, a volte, è l’eleganza con cui si impugna quella spada a lasciare il segno più profondo.
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