sabato 21 febbraio 2026

Pasolini e Sanguineti: anatomia di un conflitto sul destino della parola


Più che una polemica tra due poeti, quello tra Pier Paolo Pasolini ed Edoardo Sanguineti è stato un vero corpo a corpo teorico, una lotta senza esclusione di colpi che ha attraversato l’Italia del secondo Novecento come una crepa visibile sotto l’intonaco del boom economico. Non si trattava soltanto di differenze di gusto o di temperamento — e già lì le scintille non mancavano — ma di una divergenza strutturale, quasi antropologica, sul senso stesso della letteratura in un’epoca di trasformazione accelerata.

Per comprendere la portata di questo scontro occorre spostare lo sguardo dal piano aneddotico a quello ideologico. Da una parte Pasolini, poeta e narratore visceralmente legato alla memoria, alla tradizione, alla lingua come deposito vivente di una storia popolare e contadina che l’industrializzazione stava spazzando via. La sua idea di letteratura non era mai pura sperimentazione formale: era testimonianza, era denuncia, era perfino elegia. Scrivere significava assumersi una responsabilità morale, esporsi, pagare in prima persona. La lingua, per lui, doveva restare comunicativa, incarnata, capace di ferire e di farsi capire.

Dall’altra parte Sanguineti, figura centrale del Gruppo 63, interprete di una neoavanguardia che vedeva nella frattura linguistica uno strumento critico. Se il mondo borghese produceva un linguaggio falsamente naturale, la risposta non poteva essere un ritorno nostalgico a una presunta purezza originaria, ma una radicale operazione di smontaggio. La scrittura doveva diventare laboratorio, dispositivo di sabotaggio, macchina che rendesse visibili le contraddizioni del sistema. Non comunicare in modo trasparente, ma incrinare, disturbare, disarticolare.

È qui che la distanza tra i due si fa vertiginosa. Pasolini accusava l’avanguardia di complicità con il potere proprio nella sua pretesa di radicalità: una sperimentazione chiusa nel recinto dell’élite, incapace di parlare al popolo che dichiarava di voler emancipare. Sanguineti, al contrario, guardava con sospetto al realismo pasoliniano, scorgendovi il rischio di un’illusione regressiva, di una mitizzazione del sottoproletariato e di una lingua “naturale” che in realtà naturale non era più. La loro divergenza, dunque, non era solo formale: era politica, epistemologica, persino ontologica.

Nel fondo, si fronteggiavano due concezioni del tempo storico. Pasolini viveva la modernità come una perdita irreversibile, una mutazione antropologica che distruggeva culture millenarie sostituendole con un’omologazione consumistica. La letteratura, in questa prospettiva, diventava luogo di resistenza e di memoria, uno spazio in cui trattenere ciò che stava scomparendo. Sanguineti, invece, si muoveva dentro la modernità con spirito dialettico: non rimpiangeva un passato mitico, ma cercava strumenti per analizzare e scardinare il presente dall’interno, accettandone la complessità e la frammentazione.

Anche il ruolo dell’intellettuale si ridefiniva in modo opposto. Pasolini incarnava la figura del poeta civile che interviene direttamente nel dibattito pubblico, che polemizza sui giornali, che si espone fino allo scandalo. La sua voce era riconoscibile, personale, spesso provocatoria. Sanguineti privilegiava invece una postura più teorica, più collettiva, inserita in una rete di riflessioni critiche e di pratiche condivise. L’intellettuale, in questo caso, non era il profeta isolato ma il partecipante a un progetto culturale strutturato.

Ridurre tutto a una semplice antitesi — tradizione contro avanguardia, comunicazione contro sperimentazione — sarebbe però ingannevole. Entrambi, a modo loro, erano animati da una radicale esigenza di verità. Entrambi rifiutavano la letteratura come ornamento o come puro intrattenimento. Entrambi volevano smascherare l’ipocrisia della società italiana del dopoguerra. La loro differenza riguardava il metodo, la strategia, la fiducia o la sfiducia nella possibilità di una lingua condivisa.

Lo scontro tra Pasolini e Sanguineti non è un capitolo marginale della storia letteraria, ma una lente attraverso cui leggere le tensioni profonde del Novecento italiano: tra memoria e futuro, tra popolo e avanguardia, tra nostalgia e critica sistemica. In quel confronto si è giocata una partita decisiva sul destino della parola scritta in un paese attraversato da trasformazioni politiche, economiche e culturali senza precedenti. E forse, ancora oggi, le domande che si scambiavano — con durezza, con intelligenza, con reciproca diffidenza — continuano a interrogare chiunque creda che la letteratura non sia un salotto, ma un campo di battaglia.

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