La nascita miracolosa e il rifiuto di Tebe
Dioniso nacque dall’unione tra Zeus e Semele, una mortale, e già questo fatto lo poneva in una condizione liminare tra il divino e l’umano, tra il cielo e la terra. Zeus, re degli dèi, si era invaghito della giovane tebana e, con le sue solite arti seduttive, l’aveva conquistata, promettendole tutto ciò che il suo cuore desiderava. Ma l’amore degli dèi è sempre pericoloso, e l’ombra di Era, la gelosa consorte di Zeus, si abbatté su Semele con tutta la sua perfidia.
Assumendo le sembianze di una vecchia donna, Era insinuò nella mente di Semele il dubbio: era davvero Zeus il padre del bambino che portava in grembo? Oppure l’uomo che le si era presentato come il signore dell’Olimpo non era altro che un impostore, un amante mortale che aveva usato il nome del dio per sedurla? Il veleno del sospetto si insediò nel cuore della fanciulla, che, ingenua e ambiziosa, chiese a Zeus di mostrarsi a lei nella sua vera forma divina, come aveva fatto con Era e gli altri dèi dell’Olimpo.
Zeus, sebbene consapevole del destino a cui sarebbe andata incontro, non poté rifiutarsi, poiché aveva giurato sulle acque dello Stige di esaudire ogni desiderio della sua amata. Così, si manifestò in tutto il suo splendore, avvolto da folgori e fiamme celesti. Ma il corpo mortale di Semele non poté sopportare una tale potenza: la giovane fu incenerita sul colpo, lasciando il suo bambino ancora non nato.
In un ultimo atto d’amore, Zeus riuscì a salvare il figlio, strappandolo dal grembo della madre e cucendolo nella propria coscia, affinché completasse la gestazione in un grembo divino. Dopo il tempo necessario, il dio aprì la carne e fece nascere Dioniso, che venne così detto “due volte nato”: prima da una donna e poi da un dio.
Ma la sua nascita non fu accolta con giubilo e onori. Le sorelle di Semele, invidiose e maligne, rifiutarono di credere alla storia della paternità divina di Dioniso. Diffusero la voce che il bambino non era altro che il frutto di una relazione illecita tra Semele e un uomo mortale, e che la giovane, incapace di sostenere la vergogna, aveva inventato la menzogna di Zeus come padre.
Col tempo, questa diceria divenne la verità accettata a Tebe. Dioniso non fu mai riconosciuto come figlio di Zeus, né come divinità. Anzi, la sua stessa esistenza fu considerata una minaccia all’ordine sociale. E così, quando egli tornò nella città natale per reclamare il proprio posto tra gli dèi, si scontrò con il più ostinato dei suoi oppositori: Penteo, re di Tebe.
Lo scontro tra Dioniso e Penteo
Penteo, nipote di Semele, era un sovrano giovane e orgoglioso, devoto alla razionalità e all’ordine. Non tollerava nulla che potesse sovvertire la stabilità del suo regno, e il culto di Dioniso rappresentava per lui la più grande delle minacce.
Dioniso, infatti, non portava con sé solo il vino e l’ebbrezza, ma anche una trasformazione profonda e incontrollabile. Il suo culto era selvaggio, passionale, privo di gerarchie e di freni. Donne e uomini si abbandonavano alla danza, alla musica, alla trance mistica, rompendo le catene delle convenzioni sociali e riscoprendo la libertà più primitiva.
Questo era inaccettabile per Penteo, che vedeva in Dioniso non un dio, ma un demone, un ciarlatano che corrompeva le menti deboli e spingeva le donne alla dissolutezza. Per questo, decise di opporsi con ogni mezzo possibile.
Ma Dioniso non è un dio che accetta il rifiuto. Per dimostrare la sua potenza, scatenò una follia collettiva tra le donne di Tebe, che fuggirono sul monte Citerone per celebrare i suoi riti. Trasformate in Baccanti, esse abbandonarono i loro doveri domestici e si abbandonarono al delirio sacro, ballando senza sosta, urlando invocazioni e compiendo miracoli. Si diceva che, dove esse poggiavano i piedi, sgorgassero latte e miele, che il vino nascesse spontaneamente dalle rocce. Ma la loro devozione non si fermava ai prodigi: in un impeto di furore mistico, si avventarono su una mandria di mucche, squartandole a mani nude e divorandone la carne cruda.
Tali racconti terrorizzavano la città, ma Penteo rimaneva irremovibile. Fece arrestare Dioniso, credendo di poterlo sottomettere con la forza. Ma le catene non potevano trattenere un dio: con un semplice battito di ciglia, Dioniso scatenò un terremoto che abbatté le mura della prigione e si liberò senza sforzo.
Poi, con la sua astuzia divina, decise di punire Penteo in modo sottile e crudele. Con voce suadente, lo convinse a travestirsi da donna per spiare le Baccanti senza essere scoperto. Il re, accecato dalla curiosità e dall’arroganza, accettò, non rendendosi conto di essere caduto nella trappola del dio.
Sul monte Citerone, le Baccanti, guidate dalla madre di Penteo, Agave, lo scambiarono per un leone e si scagliarono su di lui con ferocia. Lo fecero a pezzi con le mani, strappandogli arti e testa, nella frenesia del loro delirio dionisiaco. Solo quando l’estasi svanì, Agave si rese conto con orrore di aver massacrato il proprio figlio.
Il trionfo di Dioniso
Con la morte di Penteo, Dioniso aveva dimostrato la sua potenza e fatto pagare il prezzo della sua negazione. Tebe era stata costretta a riconoscerlo come dio, e la sua vendetta si era compiuta.
Ma il suo trionfo non era solo un atto di punizione. Dioniso rappresentava qualcosa di più profondo: la forza inarrestabile della natura, l’impulso primordiale che l’uomo cerca di reprimere, ma che inevitabilmente torna a reclamare il proprio spazio.
E così, il culto di Dioniso continuò a diffondersi, inarrestabile come il vino che scorre nelle coppe, come la musica che risuona nelle notti di festa, come la follia che si insinua nella mente degli uomini, ricordando a tutti che la libertà, il desiderio e l’estasi sono parte della loro stessa essenza.
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