venerdì 27 febbraio 2026

[sulla mia nuova versione di "Poemi saturnini e altri versi" di Paul Verlaine]


Una breve introduzione: le traduzioni “invecchiano” quanto i traduttori; e, come le persone, talvolta si affaticano, talvolta si ripiegano su sé stesse, rivelando crepe e splendori che prima non si vedevano. Parrebbe che, con il continuo mutare degli orizzonti culturali e delle modalità stesse di percezione del linguaggio, la ritraduzione dei classici sia non solo auspicabile ma addirittura necessaria: un gesto di riappropriazione, un modo di rimettere in circolo ciò che sembrava acquisito per sempre, sottraendolo all’illusoria immobilità delle versioni canoniche, alla loro compostezza imbalsamata, a quell’aura di sacralità che spesso impedisce alla voce di un testo di vibrare di nuovo.
Eppure ritradurre non è mai un’operazione neutra: ogni parola sostituita, ogni ritmo alterato, ogni pausa inventata comporta una presa di posizione, un atto di fede o di ribellione. Così tanto più problematico, per me, fu ritradurre un autore già classico da sempre come Paul Verlaine — un poeta che pareva appartenere non solo alla storia della lingua francese, ma alla stessa idea di poesia. Ritradurre Verlaine significava toccare il cuore stesso del canone, sfiorare l’azzardo di un gesto insieme sacrilego e devoto. In lui, il sentimento della malinconia, il languore del suono, la torsione delle sillabe e il respiro del verso diventano il punto più alto, ma anche più fragile, della poesia ottocentesca.
La traduzione, attività incessante e misteriosa, è per me la vera molla di quel procedere a strappi, a balzi, a scoppi e sbandamenti che incarna esattamente il movimento del pensiero: il tentativo di rifare il cammino di un altro dentro la propria lingua, dentro il proprio corpo mentale. Tradurre è un atto di reincarnazione. È l’infedeltà bene acquisita, consapevole, quasi amorosa, di chi sa che ogni eco o barlume di similitudine si trasforma immediatamente in testo, in suono, in presenza viva. E nel momento stesso in cui si scrive — o si riscrive — un verso, la pagina diventa mappa della coscienza, strato di memoria, apparizione di un passato che tenta di diventare futuro.
Così la coscienza, in cammino, si fa linguaggio, e il linguaggio diviene lo specchio del suo stesso cammino.

Chiamai quella prova semplicemente “una versione”. Non mi sentivo traduttore. Non allora. E tuttavia mi “autorizzai”, in un gesto di fiducia ingenua e necessaria, a tentare il salto. La mia Melancholia uscì nel 1992 presso le edizioni L’Obliquo di Brescia, per le cure di Giorgio Bertelli — editore finissimo, custode di silenzi, collezionista di dettagli. Pubblicò il testo in forma di plaquette, come si fa con le cose fragili e preziose, come con un piccolo dono affidato alla carta.
Quel poema giovanile del poeta amato da Rimbaud mi appariva allora come una gemma dimenticata, superlativa per qualità e arditezza, ma inspiegabilmente poco conosciuta al nostro orecchio. Lo tradussi con il desiderio di restituirle ascolto, di toglierla dalla vetrina delle note a piè pagina e riportarla nel respiro della voce. Veniva ad affiancarsi a poche altre versioni — poche e lontane, allora — di chi mi aveva preceduto. Io non pretendevo d’inventare nulla: volevo solo rendere nuovamente disponibile quel battito, quella vibrazione che aveva contagiato i miei vent’anni.
Lo feci anche per una ragione che oggi riconosco più chiaramente: per un bisogno di condivisione. La traduzione mi appariva già allora come un gesto politico — non nel senso ideologico, ma in quello comunitario, di comunicazione e offerta. Restituire un testo a un orecchio collettivo era, per me, un modo per dire che la poesia non appartiene a nessuno, che va rimessa in circolo come un bene comune. E sì, anche per questo, nel cuore del mio Verlaine si muoveva un desiderio di libertà, di democrazia, di tolleranza, qualcosa di comunardo. La condivisione di un sapere, di una lingua che non si chiude ma si moltiplica.
Quel libriccino temo si trovi oggi a fatica. Mi piace pensare di renderlo nuovamente visibile per una sorta di rivendicazione affettuosa, una piccola battaglia per il diritto alla visibilità — suo e mio.

Tradurre Verlaine era, lo capii subito, un gioco impossibile. Ma proprio per questo, forse, andava tentato. Ogni impossibilità che ci affascina chiede solo di essere attraversata. Compresi presto che ogni traduzione è un gesto immerso nella propria storia personale, che ogni parola scelta riflette una stagione della vita e un suo modo di sentire. Tradurre è commentare con la carne. Nel mio caso, era un atto di dialogo e di lotta, un corpo a corpo con l’autore che, prima ancora che maestro, diventava interlocutore intimo. Non credevo, né allora né oggi, che le varie traduzioni di uno stesso testo debbano soppiantarsi a vicenda. Non c’è competizione, ma metamorfosi. Ogni traduzione è una delle infinite vite possibili di un’opera.
Per me fu una prova di stile, una forma di disciplina, ma anche una dichiarazione d’amore.
E, a sorpresa, quell’impresa minuta — condotta nella solitudine di un inverno e nella febbre della giovinezza — trovò ascolto. Fu accolta, discussa, forse perfino capita. Piccolo evento, certo. Ma evento.

Era un momento particolare, quello: la poesia, in Italia, attraversava una stagione di curiosità e ascolto, e alcuni si accorsero che la mia Melancholia cercava non la letteralità, ma la risonanza. Che voleva rieseguire le armoniche del testo non traducendole, ma rivivendole, facendole vibrare in un’altra lingua — la mia. E se a porvi mano era stato un poeta giovane, con un’idea forse più musicale che filologica della traduzione, era naturale che ne scaturisse una presenza fisica, una sorta di reincarnazione.

Oggi, dopo molti anni di oblio discreto, mi piace riproporre quel lavoro. Lo faccio con qualche lieve aggiustamento, senza pentimento, con la stessa curiosità di allora. È un testo che mostra subito ciò che non è e non vuole essere: una traduzione perfetta, un esercizio di fedeltà. No, è un gesto di libertà, un modo di esporre la parola alla prova della voce.
Le prime pagine scorrono come un fiume parlato, una lingua che si ascolta da dentro. Mi abbandonai all’immaginazione sonora: mosse impreviste di voce, pause estatiche, scarti improvvisi, trapassi e impuntature, apparizioni e sdrucciolii. Non volevo “capire tutto”, né “far capire tutto”: volevo che tutto ciò che è umano, mobile, disordinato potesse affiorare con la grazia casuale di ciò che vive.
Eseguendo la partitura di Verlaine, ne inventai una mia: un ventaglio di parole talvolta inedite, a volte inventate, e perciò non paragonabili ad alcuna altra versione. Cercavo un’extralingua, una foga deformante, una gioia che deformasse per amore. Anche il ritmo lo rimisi in gioco: il battito del verso, il suo respiro, il suo inciampo. Tutto doveva cambiare e restare, nello stesso tempo. La fedeltà era nella metamorfosi.

Credo che la vera traduzione sia quella che suscita nel lettore — anche lui traduttore, anche lui visionario e farneticante immaginatore — l’esperienza di quel potere liberatorio che nasce prima di tutto dal suono. Quando un verso ti risuona nella testa e non sai più se è tuo o altrui, ecco: lì si è compiuto il miracolo.

Durò un intero inverno quel lavoro: un inverno di ascolto e riscrittura, di febbre e silenzio. L’ascolto di Melancholia diventò un esercizio di reinvenzione, un modo di plasmare la lingua finché non aderisse a una mia musica interiore. E forse, in fondo, fu solo questo: la ricerca di un passo mentale personale, di una voce eccentrica, fuori ordinanza, estranea alla prassi della traduzione “di mercato”, che si pretende trasparente, incolore, asettica.

A spingermi non fu un’idea teorica, ma un pensiero concreto: il corpo della parola. Il suo peso, il suo sapore teatrale. Volevo che la traduzione fosse un gesto fisico, un furto col sorriso, una mano che affonda nelle cadenze, nei gerghi, nelle sonorità dell’italiano latente, di un idioma che si scopre nel tradurre.
La Melancholia di Verlaine diventò, per me, una polveriera: un linguaggio in bilico tra il ricercato e il popolare, tra l’ironia e la reticenza. Lì dentro coltivavo la parodia del sublime, la tenerezza dell’amore deriso, il gusto di far brillare le parole nei loro stessi eccessi. Era un nodo di allusioni e di eco, una piccola officina acustica dove iniziavo, senza saperlo, le mie prime prove sonore.

Inseguii in quel testo la qualità incantatoria della parola: la sua musicalità essenziale, la capacità di significare anche quando smette di “dire”. Mi affascinava la possibilità che la lingua, sforzandosi di toccare l’ineffabile, potesse liberarsi del proprio peso, farsi pura vibrazione. E in quella vibrazione si apriva lo spazio del mistero: il luogo dove la parola e il suono si confondono.
Per me, tradurre Melancholia significava smontare il diaframma tra materia e simbolo, lasciare che la lingua precipitasse nel suo spaesamento, in una deriva che non è più traduzione ma rêverie.
Fu un’esperienza di caos e di ordine, di abbandono e lucidità: la corrente che trascina e la mente che osserva, che sveglia connessioni inaspettate tra realtà lontane. E così nacque un nuovo abito percettivo, un modo diverso di ascoltare la lingua.

Celebravo, in fondo, la meraviglia di un inverno come tanti — l’eroismo normale dell’essere umani, le astuzie, i crolli, la dolcezza e l’ironia. E tutto questo non rimase confinato in un’idea di letteratura, ma si dilatò come un respiro.
Le parole, i ricorsi, i rimandi si intrecciavano in un flusso che dava quasi l’impressione di autogenerarsi, come se il testo si scrivesse da sé, nel continuo scambio tra mondo individuale e mondo condiviso, tra dentro e fuori, tra mente e realtà.
Era un’elaborazione non sofferta, ma vitale: fatta di sbandamenti e ritorni, di emergenze e giunture. Di suggestioni personali che prendevano piede sul dato acquisito, come erbe selvatiche cresciute tra le pietre di un monumento.

Così la traduzione divenne, per me, una virtù trasformativa: un modo di riscrivere i libri non per correggerli, ma per respirarne la vita. Fedeltà di pensamento, non di parola. Energia, colore, tonalità. Gioia di condivisione. Senza dover rendere conto alla dittatura del letterale o del consenso.
Divenne una posizione — mia, irriducibilmente parziale e personale — come accade per ogni vera posizione poetica. E la porto avanti ancora oggi, con la stessa fede quieta e un po’ ostinata con cui, molti anni fa, un ragazzo si permise di ritradurre Verlaine e di chiamare quella sfida “una versione”.

Ecco allora la necessità , per me, di una riscrittura d’autore più contemporanea rispetto alle mie di allora, come se Verlaine scrivesse oggi, mantenendo la visione epica e malinconica del testo ma con un linguaggio vivo, fluido, intriso di inquietudine moderna.
Ho immaginato una voce poetica che parla dal presente, in un mondo dove la Morte passa ancora “in rete” e “nei cieli digitali”, ma resta l’antica mietitrice che nessun genio — nemmeno Verlaine — può fermare.



PRIMI VERSI

La morte

A Victor Hugo

Come un mietitore, la cui falce cieca
abbatte il fiordaliso e insieme il cardo duro,
come piombo crudele che brilla mentre corre,
sibila e taglia l’aria, inesorabile, per colpirti;

così la morte orrenda si staglia sopra il drago,
passando tra gli uomini come un tuono,
rovesciando e folgorando tutto ciò che incontra,
impugnando la falce tra mani livide.

Ricco, vecchio, giovane, povero: al suo lugubre regno
tutti obbediscono; nel cuore dei mortali
il mostro affonda, ahimè, unghie di vampiro!
E sui bambini imperversa come sui criminali.

O aquila fiera e serena, dall’alto dei tuoi cieli,
vedi planare sull’universo quell’avvoltoio nero:
non provi disprezzo (più che collera, vero?),
o magnanimo genio, nel tuo cuore?

Eppure, pur sdegnando la morte e i suoi allarmi,
Hugo, tu sai avere pietà per i vinti;
sai, quando occorre, spargere qualche lacrima,
qualche lacrima d’amore per chi non vive più.

1858


Aspirazione

Ali! Ali!
(Rückert)

Questa valle è triste e grigia,
una fredda nebbia la opprime;
come fronte di vecchio l’orizzonte è rugoso.
Uccello, gazzella, prestatemi il volo!
Lampo, portami via, presto!
Verso i prati del cielo dove regna la primavera,
dove invita alla festa eterna, allo splendido concerto
che sempre vibra, la cui eco lontana
turba la fibra del mio cuore ansimante.

Là, sotto gli occhi di Dio benedicente, raggiano
strani fiori, alberi dove, come nido, gorgheggiano
migliaia d’angeli;
là ogni suono sognato, ogni splendore inaccessibile
forma cori inenarrabili!

Vascelli dai cordami di fuoco fendono le onde
di un lago di diamante dove il cielo blu e i mondi
sono dipinti;
nell’aria incantata volteggiano odori ammalianti,
inebriando cervello e cuore con carezze.

Vergini dalla carne fosforescente, occhi che racchiudono
l’immensità siderale dei cieli e del mistero,
baciano castamente, come si addice ai defunti,
il santo poeta che scorge turbinare legioni di spiriti
sulla sua testa.

L’anima, in questo Eden, beve a lunghi sorsi l’ideale,
torrente splendido che scende da alti luoghi
e svolge il suo cristallo senza una ruga.

Ah! per trasportarmi in quel settimo cielo,
me, povero diavolo, fragile figlio di Adamo,
lontano dalla terra, da questo mondo impuro
dove ogni giorno il fatto distrugge il sogno,
dove l’oro sostituisce tutto: bellezza, arte, amore,
lontano dagli infami, dalle donne, dagli uomini,
aquila, apri la tua ala al sognatore ardito!
Lampo, portami via! Uccello, gazzella, prestatemi il volo!

10 maggio 1861


Inezie

Degnate sopportare che alle vostre ginocchia, Signora,
il mio povero cuore dichiari la sua fiamma.

Vi adoro quanto Dio, anzi di più,
e nulla mai spegnerà questo fuoco.

Il vostro sguardo, profondo e pieno d’ombra,
mi fa felice se splende, triste se no.

Quando passate, bacio la terra,
e voi tenete il mio cuore nella vostra mano.

Sola, nel suo nido, piange la tortorella.
Stanco, io sono solo e come lei piango.

L’alba resuscita i fiori,
e vedervi placa ogni dolore.

Se scomparite, più non crescono i fiori,
e voi lontana dominate la tristezza.

Se apparite, la verzura e i fiori
nei prati, nei boschi, dispiegano i colori.

Se voi voleste, Signora e mia diletta,
andarcene a braccetto sotto le verdi fronde,
Dio! che baci! e che discorsi folli!

E invece no! Sempre fate l’arcigna,
e intanto io brucio e m’inaridisco,
perché il desiderio m’incalza e mi morde,
perché io vi amo, Signora Morte!

21 luglio 1861


Gli dèi

Vinti ma non domati, esiliati ma vivi,
e malgrado editti dell’uomo e minacce,
non hanno abdicato, serrando mani tenaci
su tronconi di scettro, correndo nei venti.

Le nuvole veloci dai capricci mobili
sono polvere ai piedi di questi spettri rapaci,
e la folgore urlante nello spazio
è solo eco lontana dei loro duri olifanti.

Essi suonano la rivolta contro l’Uomo,
vincitore stupefatto e malridotto
dopo tale lotta con nemici simili.

Dal Corano, dai Veda e dal Deuteronomio,
da ogni dogma, pieni di rabbia, tutti gli dèi
sono usciti in guerra: Allerta! Occhi aperti!


A Don Chisciotte

Don Chisciotte, vecchio paladino, gran vagabondo,
invano la folla vile ride di te:
la tua morte fu martirio e la tua vita poema,
e i mulini a vento avevano torto, mio re!

Va’, non fermarti, va’, protetto dalla fede,
sul destriero fantastico che amo,
va’, spigolatore sublime! Gli oblii della legge
sono più numerosi, più grandi, di un tempo.

Hurrah! Noi ti seguiamo, poeti santi,
con capelli cinti di follia e verbena,
guidaci all’assalto delle grandi fantasie!

E presto, nonostante i tradimenti,
sventolerà l’alato stendardo delle Poesie
sul cranio canuto dell’inetta ragione!

Marzo 1861


Una sera d’ottobre

L’autunno e il sole al tramonto! Sono felice!
Sangue sopra marciume!
L’incendio allo zenith! La morte nella natura!
L’acqua stagnante, l’uomo febbrile!

Oh! è questa la tua ora e stagione, poeta
dal cuore vuoto d’illusioni,
rosicchiato dai denti di topo delle passioni,
che bello specchio, che festa!

Altri, pedanti o pazzi, ammirino primavera e alba;
io amo te, aspro autunno, ti preferisco
a tutti i visini innocenti, angelici,
cortigiana crudele dalle pupille strane.

10 ottobre 1862


L’Apollo di Pont-Audemer

Che fusto! Diciott’anni: grandi braccia;
mani da strapparvi la testa dalle spalle;
fronte bassa e dura, capelli rossi, corti.
Poi, perbacco, a ballare ci sa fare!

Crescono fitti i figli a quelle che raggira,
nella pubertà fiera e selvaggia il bel ragazzo va,
come re nella porpora che sa la propria parte,
parla con voce austera e avanza a grandi passi.

Più tardi, che il destino lo risparmi o colpisca,
lo si vedrà, buon vecchio, barba bianca, occhio opaco,
spegnersi dolcemente come un giorno alla fine,

oppure, umile eroe, martire del dovere,
rotolare sul fondo di trincea oscura
o fossato, cranio aperto da scheggia di granata.

9 settembre 1864


Versi aurei

L’arte non vuole lacrime e non transige:
ecco in due parole la mia poetica:
grande disprezzo per l’uomo e lotte
contro l’amore stridulo e la stupida noia.

So che bisogna penare per salire la vetta,
la salita è ripida vista dal basso.
So anche che molti poeti
hanno spalle strette e polmoni fiacchi.

Così sono grandi coloro che, a dispetto dell’invidia,
avendo vinto la vita nell’aspra battaglia,
ed ormai liberi dal giogo delle passioni,
si raccolgono in un egoismo di marmo
mentre le nazioni si agitano come ammasso lamentoso.

1866



POESIE SATURNINE

I Saggi d’altri tempi…

I Saggi d’altri tempi, che valevano quelli di oggi,
credevano, e la questione resta poco chiara,
di leggere nel cielo le sorti e i disastri,
e che ogni anima fosse legata a un astro.

(Si è riso molto di questa spiegazione del mistero notturno,
senza pensare che il riso è spesso ridicolo
oltre che ingannevole.)

Ora, i nati sotto il segno di Saturno,
fulvo pianeta caro ai negromanti,
hanno tra tutti, secondo antiche formule,
una buona dose di sventura e di bile.

Inquieta e debole, l’Immaginazione in loro
rende vano lo sforzo della Ragione.
Sottile come veleno, ardente come lava,
e raro, il sangue scorre nelle loro vene
riducendo in cenere il triste Ideale.

Così devono soffrire i Saturnini,
così morire – ammesso che siamo mortali –
poiché il corso della loro vita è disegnato,
linea per linea, dalla logica di un influsso maligno.


Melancholia

A Ernest Boutier

Iº Rassegnazione

Da bambino sognavo Ko-Hinnor,
sfarzo persiano e papale,
Eliogabalo e Sardanapalo!

Sotto tetti d’oro, tra profumi,
al suono della musica, il mio desiderio
creava harem infiniti, paradisi fisici!

Oggi, più calmo ma non meno ardente,
sapendo che nella vita bisogna piegarsi,
ho dovuto frenare la mia follia,
eppure senza troppo rassegnarmi.

E sia! Il grandioso mi sfugge,
ma via da me il lezioso, al diavolo la feccia!
E ancora detesto la donna vezzosa,
la rima assonante e l’amico prudente.


IIº Nevermore

Ricordo, ricordo, ma cosa vuoi da me?
L’autunno faceva librare il tordo nell’aria àtona,
e il sole dardeggiava un monotono raggio
sul bosco ingiallito dove la bora esplode.

Eravamo soli, lei e io, camminando,
sognanti, al vento capelli e pensieri.
A un tratto, volgendo lo sguardo commovente:
“Qual è stato il tuo giorno più bello?” disse
con voce d’oro vivo, dolce e sonora,
dal fresco timbro angelico.

Un sorriso discreto fu la mia risposta,
e le baciai devoto la bianca mano.

Ah! I primi fiori, come sono profumati!
E come vibra con mormorio incantevole
il primo sì che esce dalle labbra adorate!


IIIº Dopo tre anni

Spinta la porta vacillante,
ho passeggiato nel piccolo giardino
appena rischiarato dal sole del mattino,
che gemmava ogni fiore di scintilla umida.

Niente è cambiato. Ho rivisto tutto:
l’umile pergola di vite selvatica con le sedie di vimini,
ancora la fontana che mormora argento,
e il vecchio pioppo col suo lamento eterno.

Come allora palpitano le rose;
come allora i gigli orgogliosi dondolano al vento.
Ogni allodola che va e viene, la conosco.

Perfino ho ritrovato in piedi la Vèleda
il cui gesso si sfalda in fondo al viale,
gracile, nell’insipido odore di réséda.


IVº Voto

Ah! i convegni amorosi, le prime amanti!
L’oro dei capelli, l’azzurro degli occhi, il fiore delle carni,
e poi, nell’odore dei corpi giovani e cari,
la timida spontaneità delle carezze!

Come sono lontane tutte quelle allegrie
e quei candori! Ahimè, tutti fuggirono
in una primavera di rimorsi i neri inverni
delle mie noie, dei miei disgusti, delle mie tristezze!

Eccomi solo, tetro e disperato,
più gelido di un vecchio,
come povero orfano senza sorella maggiore.

Oh, la donna dall’amore tenero e ardente,
dolce, pensosa, bruna, mai stupita,
che a volte vi bacia in fronte come un bimbo!


Vº Stanchezza
A batallas de amor campo de pluma. (Góngora)

Dolcezza, dolcezza, della dolcezza!
Calma i tuoi slanci febbrili, tesoro.
Anche nell’impeto del piacere, vedi,
talvolta l’amante deve avere
il calmo abbandono di una sorella.

Sii languida, fammi addormentare sotto le tue carezze,
ritmati sospiri e lo sguardo che culla.
La stretta gelosa e lo spasmo ossessivo
non valgono un lungo bacio, anche mendace.

Ma nel tuo cuore d’oro, mi dici, ragazza mia,
la passione selvaggia suona l’olifante!
E lasciala suonare quanto vuole, l’accattona!

Appoggia la fronte sulla mia, la mano nella mia,
fammi giuramenti che romperai domani,
e fino all’alba piangiamo, o piccola focosa!


VIº Il mio sogno familiare

Faccio spesso un sogno strano e penetrante,
di donna sconosciuta che amo e che mi ama,
ogni volta non è proprio la stessa,
ma neppure un’altra, e mi comprende.

Sì, mi comprende, e il mio cuore, trasparente a lei,
solo per lei, ahimè! non è più un problema,
e lei sola, piangendo, sa rinfrescare
i sudori della mia fronte livida.

È bruna, bionda o rossa? Lo ignoro.
Il suo nome? Dolce e sonoro
come i nomi dei nostri cari esiliati dalla Vita.

Ha uno sguardo simile a quello delle statue,
la voce, lontana e calma, grave,
con inflessione delle voci amate ora taciute.


VIIº A una donna

A voi questi versi, per la grazia consolatrice
dei vostri grandi occhi dove ride e piange un dolce sogno,
per la vostra anima pura e così onesta, a voi
questi versi dal fondo del mio sconforto.

Perché, ahimè! l’incubo che mi tormenta
non mi dà tregua e infuria, folle e geloso,
come branco di lupi si moltiplica
e si accanisce sul mio destino insanguinato.

Oh! Io soffro, soffro terribilmente, così tanto
che il primo gemito dell’uomo scacciato dall’Eden
è un’eco lieve a confronto.

E gli affanni che voi potete provare
sono rondini in cielo pomeridiano,
mio caro, intiepidito da bel giorno di settembre.


VIIIº L’angoscia

Niente di te, Natura, mi commuove,
né campi generosi, né eco vermiglia delle pastorali,
né sfarzi aurorali, né solennità dei tramonti.

Rido dell’Arte, rido dell’Uomo, dei canti,
dei versi, dei templi greci, delle torri a spirale
che innalzano cattedrali nel cielo vuoto,
e osservo con identico sguardo buoni e cattivi.

Non credo in Dio, aborro e rinnego ogni pensiero,
e quanto all’Amore, vorrei non sentirne più parlare.

Stanca di vivere, paurosa della morte,
simile a vascello perduto prigioniero
di flusso e riflusso, l’anima mia
salpa per orrendi naufragi.



ACQUEFORTI

A François Coppée

Iº Schizzo parigino

La luna spargeva colori di zinco
agli angoli ottusi della città.
Fili di fumo, a forma di cinque,
uscivano densi e neri dagli alti tetti aguzzi.

Il cielo era grigio, piangeva la tramontana
come un contrabbasso in solitudine.
Lontano, un gatto freddoloso e discreto
miagolava sottile, in modo strano.

Io camminavo, pensando al divino Platone
e a Fidia,
a Salamina e Maratona,
sotto l’occhio ammiccante dei becchi blu del gas.


IIº Incubo

Ho visto passare nel sogno
– come uragano sulla spiaggia –
la spada in una mano,
nell’altra una clessidra,
quel cavaliere delle ballate di Germania

che attraversa città e campagne,
dal fiume alla montagna,
dalle foreste alla valle,
con uno stallone rosso-fiamma e nero-ebano,
senza briglia, né morso, né redini,
trascina tra sordi rantoli,
sempre, sempre!

Un gran cappello con lunga piuma
ombreggiava l’occhio che brillava e si spegneva.
Così, nella bruma,
s’accende e muore l’azzurro lampo
di un’arma da fuoco.

Come l’ala di un’ossifraga
atterrita da tempesta improvvisa,
nell’aria screziata di neve,
si gonfiava il suo mantello
e sbatteva nel vento,
mostrando trionfante un torso d’ombra e d’avorio,
e nella notte nera luccicavano
trentadue denti in grida stridenti.


IIIº Marina

L’oceano sonoro palpita
sotto l’occhio della luna in lutto,
palpita ancora, mentre un lampo
brutale e sinistro fende il cielo di bistro
con lungo zig-zag chiaro.

Ogni onda, con balzi convulsi,
lungo i frangenti va e viene,
brilla e grida.
E nel firmamento dove corre l’uragano
ruggisce il tuono formidabilmente.


IVº Effetto notturno

Notte. Pioggia. Un cielo sbiadito
ritaglia di guglie e torri traforate
il profilo di una città gotica perduta.

Pianura. Un patibolo carico di impiccati;
scossi dall’avido becco delle cornacchie,
danzano nell’aria nera gighe ineguagliabili,
e intanto i piedi sono pasto dei lupi.

Qua e là cespugli di rovi e agrifoglio
drizzano l’orrido fogliame
sull’oscuro guazzabuglio di uno sfondo abbozzato.

Intorno a tre lividi prigionieri
che vanno a piedi nudi,
un drappello di armigeri marcia:
le loro lance dritte, come ferri d’erpice,
brillano in senso contrario alle lance della pioggia.


Vº Grotteschi

Solo gambe per cavalcatura,
sola ricchezza l’oro degli sguardi,
lungo il sentiero delle avventure
vanno cenciosi e tetri.

Indignato, il saggio li rimbrotta;
lo sciocco compiange i pazzi furiosi;
mostran loro la lingua i bambini,
le ragazze li prendono in giro.

Odiosi e ridicoli,
veramente malefici,
nei crepuscoli hanno l’aspetto
di un brutto sogno;

torcendo la mano destra sulle chitarre stridule,
intonano canti bizzarri, nostalgici e ribelli;
nei loro occhi ride e piange – fastidioso –
l’amore delle cose eterne,
dei vecchi morti e degli antichi dèi!

Andate dunque, vagabondi senza sosta,
errate, funesti e maledetti,
lungo abissi e greti,
sotto l’occhio chiuso dei paradisi!

La natura all’uomo si allea
nel punire la malinconia orgogliosa
che vi fa camminare a fronte alta,
e su voi vendicando la bestemmia
delle grandi speranze veementi,
vi dilania la fronte con colpi rudi degli elementi.

Il giugno vi arde, il dicembre vi gela fino alle ossa,
e la febbre invade le membra
scorticate nei canneti.

Tutto vi respinge, tutto vi strazia,
e quando verrà la morte, magra e fredda,
il vostro cadavere sarà disdegnato dai lupi!


PAESAGGI TRISTI

A Catulle Mendès

Iº Tramonti

Un’alba estenuata
sparge per i campi
la malinconia dei soli morenti.

La malinconia culla con dolci canti
il mio cuore in oblio
nei soli morenti.

E strani sogni, simili a soli
che muoiono sui greti,
fantasmi vermigli,
sfilano senza tregua,
sfilano come grandi soli
che muoiono sui greti.


IIº Crepuscolo della sera mistica

Il Ricordo con il Crepuscolo
rosseggia e trema sull’orizzonte ardente
della Speranza in fiamme che indietreggia
e s’ingrandisce come un recinto misterioso

dove più di una fioritura – dalia, giglio, tulipano e ranuncolo –
si slancia su un pergolato e circola
tra la malsana esalazione di odori grevi e caldi,
il cui veleno, dalia, giglio, tulipano e ranuncolo,
annegandomi i sensi, anima e ragione,
mescola in un deliquio immenso
il Ricordo con il Crepuscolo.


IIIº Passeggiata sentimentale

Il tramonto dardeggiava i suoi ultimi raggi,
il vento cullava le pallide ninfee;
le grandi ninfee tra i canneti
rilucevano tristi sulle acque calme.

Io me ne andavo solo, portando la mia piaga
lungo lo stagno, tra i salici,
dove la bruma vaga evocava un fantasma
grande, lattiginoso, disperato,
piangente con la voce delle alzàvole
che si chiamavano battendo le ali,

tra i salici dove solo io erravo
portando la mia piaga;
e la spessa coltre di tenebre
sommergeva gli ultimi raggi del sole
nelle sue onde smorte,
e le ninfee, tra i canneti,
le grandi ninfee sulle acque calme.


IVº Notte di Valpurga classica

È più il sabba del secondo Faust che l’altro.
Un sabba ritmico, ritmico, estremamente ritmico.

Immaginate un giardino di Lenôtre,
corretto, ridicolo e incantevole.
Rotonde; in mezzo, getti d’acqua; viali ben dritti;
silvani di marmo; divinità marine di bronzo;
qua e là Veneri denudate; alberi a scacchiera, prati verdi;
castagni; tappeti di fiori a dune;
qui, roseti nani affilati con sapienza;
più in là, tassi potati a triangolo.

Su tutto, la luna di una sera d’estate.
Mezzanotte rintocca, e nell’aulico parco risveglia
aria malinconica, sordo, lento e dolce suono di caccia,
dolce, lento, sordo e malinconico
come l’aria di caccia del Tannhäuser.

Canti velati di corni lontani,
dove la tenerezza dei sensi stringe la paura dell’anima
in accordi armoniosamente dissonanti,
ed ecco che al richiamo dei corni
s’intrecciano d’un tratto forme candide, diafane,
che il chiaro di luna rende opaline nell’ombra verde dei rami,

un Watteau sognato da Raffet!
S’intrecciano con languido gesto, disperato, profondamente,
poi, intorno a cespugli, bronzi e marmi,
danzano in tondo molto lentamente.

Questi spettri agitati sono il pensiero del poeta ebbro?
O il suo rimpianto, il suo rimorso?
O sono solo morti?
Che importa! Eccoli ancora, febbrili fantasmi,
in ampio girotondo, sussultano tristi
come atomi dentro un raggio di luce.




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