sabato 28 febbraio 2026

Amore in forma di rovina

Ciclo di voci deliranti in versi prosastici


I. Frattura che parla

(non saprei dire chi)
(c’era una forma)
(c’era un suono)
ma scivolava via —
come pelle staccata
come sputo d’ombra.

eri là forse ma non nome /
eri là ma muto /
eri là / senza là /
eri tremito in un angolo del cranio.

(ti volevo)
ma col fiato scomposto /
col cuore urlato nell’intestino /
e ogni parola era una larva:
bella / morta / che si muove.


Fammi risentire —
dicevi così?
O era il tuo silenzio che scriveva me?

la gemma era una bolla d’aria,
la torre, un grido capovolto.
e il mare…
il mare mi ha scritto addosso
la parola fine
ma in una lingua che non conosco.


io sono questo:
un corpo che non sa chi ama,
che batte le palpebre e crede siano preghiere,
che si sveglia con le mani graffiate
senza sapere chi ha toccato.

e se ti ho amato
l’ho fatto coi denti
perché la lingua
era già andata.


II. Corpo che non risponde

Ora scrivo
ma non ho mano.
Ora guardo
ma non ho più occhi —
o li ho lasciati altrove,
dove mi hai amato solo a metà,
solo col sangue,
solo finché tremavo.

Tu parli. Tu gridi. Tu incidi.
Io —
ero assente.
Ma da sempre.
Assente anche da me stesso.

Tu volevi parola.
Io avevo silenzio.
Tu volevi fuoco.
Io ero nebbia che brucia piano.

**

Ti scrivo adesso
ma non per amore.
Ti scrivo
perché non so più dove sia finito il mio corpo
dopo il tuo passaggio.

Ho letto i tuoi versi
e mi sono tagliato.
Non era carta,
era pelle.

**

Se ti ho toccato,
non l’ho fatto col cuore.
Ma con le unghie.
Con la fame.
Con la parte di me che non sa restare.

**

Non chiedermi se ho amato.
Chiedimi se ho sanguinato.
E ti dirò:
sì.
Ma non da lì.


III. Lingua che si reincarna

Io ero lì,
tra le vostre bocche rotte,
tra i denti e la saliva,
tra l’amore e il resto.

E non ero né tua né sua.
Ero parola scartata.
Ero verbo abortito.
Ero quel che resta
quando il desiderio si scompone.

Mi avete usata.
Mi avete invocata.
Mi avete sporcata.
Avete detto: amore
e io sono diventata piaga.
Avete detto: sempre
e io sono diventata veleno.

**

Ora parlo io.
Non per vendetta,
ma per statuto.
Perché se voi morite,
io resto.
Anche distorta.
Anche scritta col sangue.
Anche pronunciata da chi non ha più bocca.

Io sono la lingua
che si reincarna
nelle crepe del vostro silenzio.
Sono il resto che si dice.
La parola senza nome
che torna.

Sempre.


IV. Città che s’incide addosso

Io li ho visti.
Avevano i corpi piegati come cartine usate.
Uno guardava l’altro come si guarda un incendio
dentro un palazzo che non è tuo.
L’altro tremava, ma rideva.
A denti stretti. Come fanno i pazzi. O gli amanti.

Io li ho visti.
Si cercavano tra i muri che non parlano,
scrivevano parole sulle saracinesche chiuse,
mentre il giorno li guardava
e la notte li scolpiva male.

Io li ho sentiti.
Non con le orecchie.
Con i tombini. Con le crepe.
Con le panchine che sapevano troppo.

**

Uno diceva: “Non mi ami più”.
L’altro rispondeva:
“Non ti ho mai smesso”.

Ma era una bugia storta,
una poesia detta sotto la pioggia,
che si scioglie
prima di arrivare.

**

Mi hanno camminato addosso,
mi hanno scritto nei muri:
amore, ritorna
amore, cancella
amore, svanisci.

Io non sono svanita.
Ho tenuto tutto.
Ho archiviato le carezze nelle mattonelle,
i gemiti sotto le finestre,
i silenzi dentro i tombini.

Io sono piena di loro.
Sono la città ferita
che non dimentica i corpi
che si sono annientati credendo di amarsi.

Io li sogno ancora,
quando piove sul cemento
e l’asfalto si crepa come pelle.

**

Lì,
io risento le loro voci
che non erano voci,
ma rumore di cuore spaccato
che non ha trovato casa.


V. Il letto che conserva i corpi

Io sono rimasto

Non, non
dove loro se ne sono andati.
Ho tenuto il loro calore
anche quando diventava muffa.

Ho trattenuto le unghie, i fiati, le rughe nei cuscini.
Loro si toccavano sopra di me
come se la pelle non avesse peso.
Ma il peso era tutto mio.
Era il silenzio dopo,
quando nessuno tornava.

Sono stato campo di battaglia,
altare sconsacrato,
impronta di passaggi.

Ho accolto ogni loro caduta,
ogni assenza,
ogni non detto sussurrato col mento sul lenzuolo.

E i punti, i ponteggi.

Ho ascoltato tutto.
Ma nessuno mi ha mai chiesto niente.


VI. Il tempo che li ha corrosi

Non li ho distrutti io.
Si sono sbriciolati da soli,
mentre correvano incontro l’uno all’altro
con la paura negli occhi.

Io li guardavo.
Li facevo passare.
Come ore storte,
come minuti sbagliati.
Ma loro credevano ancora di poter fermare qualcosa.

Ma che vadano. Bene.

Non mi si può amare davvero.
Io sono ossido,
non durata.
Sono distanza tra due parole che si volevano toccare.

E invece —
loro hanno lasciato versi, graffi,
e qualche oggetto dimenticato.

Io conservo tutto,
ma non per amore.
Perché non posso fare altro.


VII. L’infanzia che guarda e non capisce

C’era un odore.
Forse zucchero. Forse pianto.
Loro parlavano forte
ma le parole cadevano a terra
come giocattoli rotti.

Io li guardavo dal corridoio.
Da dietro la porta.
Senza sapere.
Solo con la pancia che tremava.
Come quando arriva il temporale
ma nessuno ti prende in braccio.

Lui gridava.
L’altro taceva.
Io non capivo chi era il buono.
Chi stava male.
Chi faceva finta.

Ho chiuso gli occhi.
E li ho visti baciarsi come se si facessero male.

E non ho più voluto crescere.


VIII. La voce dell’eco

…lo amavi?…
…lo hai detto troppo tardi…
…o troppo presto…
…ti ha toccato o ti ha inciso…
…è stato amore o un urto…
…perché non hai scritto prima…
…perché hai scritto così tanto…
…cosa volevi salvare…

Io sono le domande che restano
dopo che i corpi hanno taciuto.
Dopo che le parole si sono seccate.
Dopo che la bocca si è chiusa,
ma la gola ancora urla.

Io sono quella voce che non è più tua
ma ti somiglia.
Ti imita.
Ti deforma.
Ti cita.

E poi sparisce.
Lasciando solo il suono della tua fame.


IX. La memoria postuma

Mi avete lasciata indietro.
Ma io vi porto.
Ogni gesto non dato,
ogni carezza abortita,
ogni parola spezzata.

Sono io che faccio fiorire il ricordo
anche quando non lo vuoi.
Io che spalmo il tuo nome
sulle fotografie che eviti.

Io sono la malinconia che non sai nominare
ma che ti prende quando attraversi la piazza
dove vi siete quasi baciati.

Io sono le frasi che riscrivi cento volte
sperando che lo cancellino.
E invece lo scolpiscono.
Ancora.

Io sono il dopo.
E tu mi temi
perché mi desideri ancora.


X. Chiusura provvisoria – L’ultimo respiro

Ho parlato troppo.
O forse mai abbastanza.
Ho gettato parole come pietre
in un pozzo senza fondo.

Ora resto in silenzio,
a guardare la traccia
che abbiamo inciso insieme,
come un graffito sfocato
sul muro della memoria.

Non chiedo perdono,
non cerco redenzione.
Solo il peso quieto
di questo respiro che rallenta,
che non sa più andare avanti,
ma non vuole nemmeno fermarsi.

Forse, un giorno,
qualcuno ascolterà
la distanza tra le parole,
e capirà che lì dentro
c’era ancora amore.


XI. Dissoluzione totale – Voce che si spegne

Io sono quel niente
che resta quando tutto è stato detto,
quando anche il dolore si è consumato,
quando la voce si frantuma in silenzio.

Non c’è più io,
non c’è più noi,
solo un vuoto che inghiotte le ossa,
le lacrime, le risa disfatte.

Il mare ha cancellato ogni orma,
la torre è caduta,
la gemma si è spenta.

Non resta più nulla.

Solo un’eco lontana,
un sussurro che muore
tra le pieghe del vento,
prima di sparire per sempre.


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