martedì 24 febbraio 2026

ride la morte. (50 haiku)


  1. Morgue silente
    il vento solleva
    lenzuoli stanchi.

  2. Guardie di marmo
    cadono senza grido,
    il buio inghiotte.

  3. Nomea di guerra,
    i muri ne conservano
    l’eco spezzata.

  4. Le notti lunghe
    affondano in sentenze,
    ergastolane.

  5. Pelle si spezza,
    la luna osserva muta
    il suo collasso.

  6. Il farmaco ride,
    sghignazza tra le vene
    come veleno.

  7. Niente più accade,
    solo l’odore acre
    di fine e pianto.

  8. Vigili persi,
    cadono sopra i vetri
    delle sirene.

  9. Flebile luce,
    la morgue accoglie l’ombra
    di chi non torna.

  10. Lame di luna
    tagliano le ferite
    senza un perché.

  11. Gorgo infinito,
    il tempo si dissolve
    senza riposo.

  12. L’ergastolo è qui,
    è carne che si piega
    in lente notti.

  13. Gelo sul petto,
    il farmaco sorride
    con denti storti.

  14. Muri di ferro,
    il gorgo del passato
    non ha finestre.

  15. Gli occhi si chiudono,
    la guardia si confonde
    con l’aria spenta.

  16. Eco di passi,
    la guerra si dissolve
    in stanze vuote.

  17. Nulla succede,
    tranne la lenta morte
    del pomeriggio.

  18. La pelle grida,
    la notte la trascina
    senza parole.

  19. Sulle lenzuola
    la morte si rifrange
    come un rasoio.

  20. Guardie cadute,
    il mondo si sgretola
    senza clamore.

  21. Gelo d’asfalto,
    il sangue si coagula
    sotto le unghie.

  22. Il farmaco ride,
    deride la speranza
    con la sua eco.

  23. Niente accadeva,
    e nulla accadrà più,
    solo il silenzio.

  24. Fremono notti,
    si piegano in catene
    che non si spezzano.

  25. Guerra finita,
    ma resta il suo odore
    tra i corridoi.

  26. Pelle in rovina,
    la pioggia la percorre
    senza pietà.

  27. L’ombra si stende
    sopra il lenzuolo bianco,
    non ha contorni.

  28. Senza più tempo,
    solo un battito stanco
    resta a vegliare.

  29. Niente più accade,
    solo il respiro lento
    dell’abbandono.

  30. Un’eco sorda,
    le mura la ripetono
    come un singhiozzo.

  31. Il gorgo inghiotte
    nomi, volti, presagi—
    tutto scompare.

  32. La pelle cede,
    si squama nel ricordo
    di ciò che fu.

  33. Non resta nulla,
    solo passi perduti
    tra le corsie.

  34. Lame di luce,
    le ombre si contorcono
    in una danza.

  35. Guardie svanite,
    nel gorgo si dissolvono
    con la memoria.

  36. Guerra nei muri,
    la crepa sulla pietra
    è un vecchio grido.

  37. Le notti urlano,
    ma la pelle collassa
    senza risposta.

  38. Siringhe storte,
    il farmaco sussurra
    falsi miraggi.

  39. Le guardie crollano,
    nessuno le sostiene
    nel loro incubo.

  40. La morgue attende,
    ha il tempo necessario
    per ogni nome.

  41. Le medicine,
    piccole ironiche spie
    della sconfitta.

  42. Eco di guerra,
    nessuno la ricorda,
    eppure morde.

  43. Passi svaniti,
    il gorgo li trascina
    nella sua bocca.

  44. Nulla succede,
    eppure ogni cosa
    si sta spegnendo.

  45. Notti malate,
    trascinano nel vuoto
    il loro peso.

  46. La pelle cede,
    le unghie scavano vene
    senza più sangue.

  47. Niente rimane,
    solo il farmaco ride
    tra le macerie.

  48. Il tempo è fermo,
    la morgue ne conserva
    l’ultimo fiato.

  49. Le guardie svenute,
    un vento di paura
    dentro le ossa.

  50. Tutto si piega,
    eppure nella notte
    ride la morte.



Postfazione

Scrivere questi haiku è stato per me un atto necessario, un modo per stare nel mondo senza nascondermi, senza illudermi che esista una distanza sicura tra ciò che accade e ciò che sento. Non volevo narrare, non volevo raccontare una storia lineare: volevo lasciare che la realtà—o ciò che della realtà percepisco—entrasse nei versi così com’è: cruda, implacabile, silenziosa. La morgue, le lenzuola, le guardie, il sangue, il farmaco che ride, la pelle che cede, il vento che solleva ombre: tutto questo è qui perché mi ha attraversato, perché ho sentito la loro presenza e la loro eco, e ho dovuto nominarla. Scrivere questi versi è stato un modo per sopravvivere alla percezione di un tempo che si frange, di un corpo che collassa, di un mondo che continua a girare anche quando tutto sembra fermo.

Ogni haiku è un frammento, un frammento di carne, di ossa, di memoria, di tempo sospeso. Ho scelto il ritmo breve, asciutto, lapidario, perché il dolore vero non ha bisogno di spiegazioni né di abbellimenti: ogni parola in più rischierebbe di smorzarlo, di tradirlo. Ho scritto per fermare, anche solo per un battito, il flusso inesorabile del tempo, per imprimere sulla pagina il peso dell’aria immobile, il silenzio dei corridoi, il respiro che si fa lento, quasi impercettibile, nei luoghi in cui la vita sembra essersi ritirata.

C’è una concretezza ossessiva in questi haiku, perché il concreto salva dalla retorica e dall’astrazione sterile: il rasoio che rifrange la morte, il vento che solleva lenzuoli stanchi, il farmaco che sghignazza tra le vene, la pelle che si squama, i passi che svaniscono, i muri che conservano il ricordo di urla e battaglie. E insieme alla concretezza, c’è la sospensione: l’aria che resta immobile, il tempo che sembra piegarsi su se stesso, il vuoto che si allarga senza rumore, le ombre che si distendono come mani lente sopra tutto ciò che resta. Leggere questi haiku significa accettare di sostare in quello spazio sospeso, significa respirare la presenza del vuoto, sentire il respiro della memoria, misurare la resistenza dei corpi che cedono e la persistenza di ciò che è perduto.

Ho scritto questi haiku per questo mio momento, certo, per provare a contenere e comprendere l’esperienza di ciò che è fragile, transitorio, inevitabilmente destinato a dissolversi. Ma li offro anche al lettore perché possano restituire qualcosa di simile a ciò che mi ha attraversato: un fremito, un attimo di silenzio, una pausa nel flusso quotidiano che ci distrae dalla percezione del tempo che scivola via. Non cerco conforto per me né per chi legge: il conforto è estraneo a questi versi. C’è, invece, la verità del limite, il riconoscimento della caducità, la testimonianza di ciò che resta quando tutto sembra piegarsi e svanire. È un atto di testimonianza, un modo di dire che, anche nel crollo, nella morte e nella dissoluzione, c’è ancora qualcosa che può essere nominato, osservato, percepito.

Questi haiku sono costruiti sul respiro breve e sulla concentrazione estrema dell’immagine, perché credo che la poesia non debba spiegare ciò che è evidente a chi la sente, ma tradurre in linguaggio il peso dell’aria che ci circonda, la densità del silenzio, l’inquietudine della memoria. Ogni parola, ogni pausa, ogni interruzione di ritmo è pensata per rendere palpabile la lentezza della caduta, il peso del tempo, la fragilità dei corpi e delle cose. Ho cercato di restituire la sensazione di un mondo sospeso tra l’aria e il vuoto, tra la pelle e il silenzio, tra la memoria e l’oblio.

Il lettore troverà in questi haiku una doppia intensità: il dettaglio concreto, immediato, che colpisce e ferisce, e la sospensione meditativa, il vuoto che si allunga tra un verso e l’altro, che si piega come un corridoio senza fine. Non è un tentativo di spettacolarizzare il dolore né di rendere poetico l’orrore: è un gesto di rispetto verso ciò che è fragile, imperfetto, destinato a scomparire. La morte, il tempo, il silenzio non sono temi astratti: sono presenze fisiche, tangibili, che camminano tra le lenzuola, si aggirano nei corridoi, si rifrangono nei vetri, si insinuano sotto la pelle e tra le vene.

Leggere questi haiku significa mettersi in ascolto, stare fermi, respirare il vuoto e il peso insieme, sentire il battito lento del corpo e della memoria. Significa riconoscere che nulla resta immobile, che tutto si piega, si spezza, si dissolve, eppure qualcosa—la parola, la forma breve, il gesto poetico—resiste. La poesia qui non consola, non racconta, non spiega: testimonia. Testimonia la persistenza della percezione, della memoria, della presenza, anche quando tutto sembra cedere.

Ho scritto per fermare l’istante, per catturare ciò che svanisce, per dare forma a ciò che non può essere fermato. Ho scritto per sentire la realtà senza veli, per guardare la morte negli occhi senza distogliere lo sguardo, per provare a trattenere il silenzio e il respiro nello stesso gesto. Non è un conforto, non è un insegnamento: è un gesto necessario, fragile, diretto, crudele, essenziale.

Se questi haiku restano sulla pelle del lettore, anche per un solo attimo, se producono un fremito, un pensiero, un battito sospeso, allora avranno compiuto la loro funzione: lasciare traccia dell’invisibile, restituire un’eco, testimoniare la persistenza della percezione e del pensiero nel silenzio e nella caduta, nella memoria e nell’oblio. La poesia qui diventa respiro, gesto, testimonianza: ciò che resta quando tutto cede, quando tutto si piega, quando la notte ride con la morte.


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