Sono nato a Vigevano nel 1961 e da allora, quasi senza che me ne accorgessi, la parola scritta si è fatta strada come compagna necessaria, presenza costante, luogo di interrogazione e di costruzione di identità. La scrittura, per me, non è mai stata un semplice esercizio estetico, né tantomeno un ornamento: è stata piuttosto un modo di abitare il mondo, di misurare la distanza tra esperienza e linguaggio, di tradurre in voce ciò che la vita consegna spesso in frammenti, in discontinuità. Negli anni Ottanta, quando mi trovai a collaborare con la rivista Poesia di Crocetti Editore, entrai per la prima volta in un laboratorio vivo in cui la letteratura si mostrava come confronto, come attrito tra forme e visioni. Quell’esperienza, seguita dalla mia attività di redattore esterno per il gruppo Elemond, ha inciso profondamente nel mio modo di pensare la scrittura. Non fu solo un apprendistato tecnico, ma un vero e proprio momento formativo: imparai a riconoscere la densità del testo poetico, la sua irriducibilità alle semplificazioni, e al tempo stesso a comprendere i meccanismi editoriali, i processi che trasformano un’opera da gesto individuale a bene condiviso.
Questa duplice prospettiva – da un lato l’intimità della scrittura, dall’altro l’orizzonte collettivo dell’editoria – ha segnato tutta la mia traiettoria successiva. Posso dire che la mia produzione si articola in due registri complementari. Da un lato, come Fabio Galli, ho coltivato la poesia, la traduzione e la critica letteraria, in una linea che potrei definire più “classica”, sebbene non tradizionalista. Dall’altro, con lo pseudonimo Bo Summer’s, ho sviluppato una voce parallela, capace di sperimentare con i linguaggi digitali, con le forme ibride, con tecniche di scrittura che si nutrono di rottura e ricomposizione.
La scelta di uno pseudonimo non fu casuale: non si trattò mai di un gioco identitario, ma di un’operazione teorica, di una dichiarazione di poetica. Diventare Bo Summer’s significava aprire una seconda soggettività, un secondo registro stilistico che mi consentisse di esplorare territori difficili da affrontare sotto il nome anagrafico. In un certo senso, è stato il mio modo di interrogare la nozione stessa di autore, problematizzandola, dislocandola. Non più un “io” monolitico, ma un campo di forze, una pluralità di voci in dialogo.
Con questo nome collaboro oggi con il quotidiano digitale gaiaitalia.com, presso il quale curo la rubrica Zio Bo, situata all’interno della sezione cultura. Quella rubrica rappresenta per me un vero e proprio laboratorio, una sorta di officina permanente in cui la scrittura si misura con la rapidità del contemporaneo e con la necessità di non smettere mai di interrogarsi. È lì che continuo a sperimentare, a scrivere testi che oscillano tra la riflessione critica, la narrativa breve, la meditazione sul linguaggio.
Sempre come Bo Summer’s ho pubblicato in formato e-book due opere significative. La prima è Storie, scritta insieme a Soufiane El Khayat, raccolta di racconti che si regge sull’intreccio tra due sensibilità diverse, sulla tensione tra due universi narrativi che però trovano punti di contatto e di fecondazione reciproca. La seconda è il romanzo #ElHorno (link diretto), cui ho lavorato per dieci anni: non si tratta di un testo nel senso tradizionale, ma di un dispositivo linguistico che mette alla prova la resistenza del lettore. La tecnica del cut-up, che lo attraversa, non è stata per me un mero esercizio di stile: mi sono accostato a essa con la convinzione che nella frammentazione e nella giustapposizione possano emergere nuove costellazioni di senso. Tristan Tzara e William Burroughs, da cui ho mutuato questo metodo, rappresentano in questo senso non tanto modelli quanto interlocutori ideali, figure con cui dialogare per spingere la scrittura oltre i confini del discorso lineare.
Sempre sotto questa firma è nato anche il racconto Orgasmica, pubblicato sul periodico Il foglio clandestino (n. 86/87), un esempio di scrittura breve in cui ho cercato di lasciare che il corpo, l’eccesso, la trasgressione diventassero materia linguistica, elementi capaci di scardinare i confini tra alto e basso, tra serio e ludico.
La mia produzione sotto il nome anagrafico, invece, segue un’altra direzione. Nel 1985 entrai nell’antologia Trame della parola (a cura di Antonio Spagnuolo, edizioni Tracce), che rappresentò il mio primo ingresso nel panorama editoriale. L’anno successivo uscì la raccolta Impura (Tracce, collana “I campi magnetici”), titolo già indicativo di una poetica che non cerca la purezza formale, ma la contaminazione, l’apertura, la frizione tra linguaggio e realtà. Nel 1988 pubblicai il saggio Di una lettura di The Waste Land, apparso sulla rivista Post Scriptum e oggi riproposto in versione digitale da gaiaitalia.com. Quel breve testo nacque da un’urgenza critica: comprendere Eliot significava per me confrontarmi con una tradizione di frattura, con il modernismo come momento in cui la poesia europea si fece carico della crisi della modernità.
Nel 1992 pubblicai Caròla (Crocetti Editore), che considero uno dei vertici della mia produzione. Nello stesso anno, per L’Obliquo, uscì la mia versione di Melancholia di Paul Verlaine, con serigrafia fuori testo di Bonomo Faita: un lavoro di traduzione che per me fu anche un esercizio di fedeltà e di tradimento, un tentativo di restituire la musicalità di Verlaine senza rinunciare a introdurre nel testo la mia voce di traduttore. Questa traduzione è stata poi riproposta da gaiaitalia.com con una mia introduzione teorica, nella quale rifletto sul tradurre come atto creativo e critico.
Seguì Balli e canti (Pulcinoelefante, 1993), testo che si colloca all’incrocio tra poesia e libro d’artista, testimonianza di come la parola possa diventare anche oggetto visivo, esperienza tattile. Nel 1995 pubblicai Prima, nella storia, ancora (Bandecchi e Vivaldi), che rappresenta un dialogo tra poesia e memoria, un tentativo di tenere insieme l’orizzonte storico e quello intimo. Nel 2000 partecipai al quaderno collettivo A Marino per Moretti (Casa Moretti), esperienza corale che mi permise di inserirmi in un contesto memoriale e letterario condiviso.
Guardando oggi al mio percorso, riconosco che le due linee – Fabio Galli e Bo Summer’s – non sono in conflitto, ma si completano. La prima custodisce la dimensione poetica e critica, con attenzione al testo, alla tradizione, al dialogo con i classici. La seconda spinge la scrittura nel territorio del digitale, della contaminazione, dell’instabilità identitaria. Una non esisterebbe senza l’altra: l’una offre radicamento, l’altra movimento.
In termini accademici, potrei dire che la mia opera si colloca in una zona liminare: da un lato la fedeltà alla parola poetica e alla tradizione letteraria, dall’altro la necessità di tradurre quella fedeltà in gesti di rottura, in atti di sperimentazione. È questa tensione che mi interessa esplorare, perché è lì che il linguaggio si mostra nella sua vitalità. Credo che la scrittura, oggi più che mai, debba farsi luogo di attraversamento, spazio in cui convivono la memoria e la discontinuità, il canone e la sua messa in crisi.
Per questo motivo, mi riconosco in una doppia traiettoria: quella che porta il mio nome e che dialoga con Eliot, Verlaine, la poesia del Novecento; e quella che porta il nome di Bo Summer’s, che guarda a Tzara, a Burroughs, e che si lascia contaminare dal digitale. Due linee che corrono parallele e che continuamente si intrecciano, come fili di una stessa trama, quella della mia ricerca sulla scrittura.
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