mercoledì 25 febbraio 2026

La scalinata dipinta del Kunsthistorisches Museum: il giovane Klimt tra realismo e simbolismo


All’interno del Kunsthistorisches Museum di Vienna – monumentale macchina celebrativa inaugurata nel 1891 come tempio laico dell’Impero asburgico – la grande scalinata di rappresentanza non è soltanto un dispositivo architettonico di impressionante teatralità, ma un vero e proprio spazio ideologico. È qui che l’arte viene messa in scena come potere, come genealogia, come legittimazione culturale di una dinastia che desidera presentarsi quale erede diretta dell’antichità classica e del Rinascimento. Salire quei gradini significa entrare in una coreografia del sapere, pensata per elevare simbolicamente il visitatore prima ancora che egli incontri le opere custodite nelle sale superiori.

La scalinata, con le sue arcate, le colonne, i marmi policromi e la luce che filtra dall’alto, costruisce un ambiente in cui architettura e pittura dialogano in modo serrato. Ma è fondamentale chiarire un punto: il ciclo decorativo che la orna non è opera di un unico artista. Non siamo di fronte a un’impresa solitaria, bensì al lavoro coordinato della cosiddetta Künstler-Compagnie, il collettivo formato da Gustav Klimt, dal fratello Ernst Klimt e da Franz Matsch. L’attribuzione esclusiva a Gustav Klimt, ancora oggi diffusa nella divulgazione, è dunque storicamente imprecisa. Klimt ebbe un ruolo determinante e realizzò personalmente diverse parti, ma il progetto fu condiviso e concepito come impresa collettiva.

Le decorazioni furono eseguite tra il 1890 e il 1891, in perfetta coerenza con l’inaugurazione del museo. Siamo ancora nel pieno dello storicismo accademico, in un clima culturale in cui la pittura murale pubblica è chiamata a celebrare la continuità della civiltà occidentale. Il programma iconografico della scalinata è complesso e articolato: non si tratta di tredici figure isolate, come talvolta si afferma, bensì di un sistema ampio e strutturato che comprende quaranta pennacchi con allegorie di epoche e civiltà artistiche, sedici lunette con figure simboliche e ulteriori scene inserite negli intercolumni. L’insieme costituisce una mappa ideale della storia dell’arte, dalle culture antiche fino all’età moderna, presentata come un percorso lineare e culminante nella Vienna imperiale.

Il visitatore che sale la scalinata è dunque accompagnato da una costellazione di presenze allegoriche: personificazioni dell’Egitto, della Grecia, di Roma, del Rinascimento, della pittura veneziana, dell’arte fiamminga. Ogni figura è costruita con solida padronanza anatomica, con un illusionismo che simula nicchie e aperture nello spazio architettonico. Le pose sono misurate, le espressioni concentrate, i panneggi calibrati con perizia accademica. Nulla è lasciato al caso: ogni dettaglio contribuisce a una narrazione che presenta l’arte come accumulazione ordinata di sapere.

In questo contesto, il giovane Gustav Klimt appare ancora pienamente inserito nei codici della pittura ufficiale. È importante sottolinearlo con chiarezza: il Klimt della scalinata non è ancora l’artista della svolta secessionista. La fondazione della Secessione Viennese avverrà solo nel 1897, sei anni più tardi. Le celebri superfici dorate, le astrazioni ornamentali, le figure femminili immerse in campi decorativi bidimensionali appartengono alla maturità successiva. Nel 1890-91 Klimt lavora entro un linguaggio storicista, illusionistico, perfettamente integrato nella retorica celebrativa dell’Impero.

Eppure, osservando con attenzione, si possono cogliere sottili tensioni. In alcune figure femminili dipinte da Klimt si avverte una concentrazione psicologica più intensa rispetto alla compostezza accademica dominante. Gli sguardi non sono semplicemente descrittivi: sembrano trattenere un’ombra di interiorità, una vibrazione che incrina appena la superficie celebrativa. È in questi dettagli, più che in evidenti rotture stilistiche, che si può riconoscere un germe della futura evoluzione.

La resa anatomica è impeccabile, ma non fredda. La modellazione luministica conferisce ai corpi una presenza quasi tattile. Il colore, pur entro una gamma ancora controllata, vibra con una sensibilità che anticipa sviluppi ulteriori. Non si tratta ancora dell’oro sfavillante di “Il bacio”, né dell’erotismo frontale e perturbante di “Giuditta I”, ma alcune fisionomie femminili possiedono già quella qualità enigmatica che diventerà cifra distintiva dell’artista.

È tuttavia necessario evitare letture retrospettive troppo enfatiche. La scalinata del Kunsthistorisches Museum non nasce come manifesto modernista, né come dichiarazione di rottura. È un progetto pienamente inserito nell’apparato culturale asburgico, concepito per esaltare la continuità storica e l’autorità imperiale. Parlare di “opera d’arte totale” in senso secessionista sarebbe anacronistico. Qui siamo ancora nel dominio della sintesi celebrativa tra architettura, pittura e ideologia, non nella rivendicazione programmatica di un’estetica nuova.

Eppure l’effetto complessivo resta di grande suggestione. La scalinata funziona come preludio drammaturgico: prepara lo sguardo, lo educa, lo orienta. Prima ancora di incontrare Tiziano o Bruegel nelle sale superiori, il visitatore attraversa una rappresentazione simbolica della storia dell’arte. È un’esperienza di progressiva elevazione, in cui il corpo che sale i gradini diventa metafora di un’ascesa intellettuale.

In questo spazio si manifesta una Vienna ancora imperiale, sicura della propria missione culturale, inconsapevole delle fratture che di lì a poco attraverseranno l’Europa fin de siècle. Klimt, insieme a Ernst Klimt e Franz Matsch, contribuisce a costruire questa scenografia del sapere con disciplina e maestria. Solo qualche anno più tardi, lo stesso artista metterà in discussione quell’ordine, rompendo con l’accademia e inaugurando una stagione nuova.

Attraversare oggi la scalinata del Kunsthistorisches Museum significa dunque sostare in una soglia storica: da un lato la solidità della tradizione, dall’altro l’imminenza della modernità. Le figure allegoriche non sono semplici ornamenti, ma attori di un grande teatro simbolico che racconta la fede ottocentesca nel progresso culturale. In esse si intrecciano celebrazione e premonizione, continuità e trasformazione.

E forse è proprio questa tensione – più che qualsiasi anticipazione stilistica evidente – a rendere il ciclo così affascinante: il fatto che, dietro la compostezza accademica, si avverta già il respiro di un’epoca sul punto di cambiare pelle. Vienna, 1891: l’Impero splende nei marmi e nelle allegorie, mentre sotto la superficie comincia a vibrare quella inquietudine che porterà, pochi anni dopo, alla rivoluzione silenziosa della Secessione.

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