Tra tutti i suoi libri, Riduzione di pena (Remise de peine, 1988; Lantana ed., 2011; trad. Maruzza Loria) è uno di quelli che più mi hanno colpito. Non solo perché è uno dei suoi lavori più autobiografici, ma perché in esso si cristallizza in modo straordinario la sua poetica: la tensione tra ciò che ricordiamo e ciò che dimentichiamo, tra ciò che viene detto e ciò che rimane inespresso, tra il desiderio di afferrare il passato e la sua irrimediabile fuga. È un libro breve, essenziale, eppure denso di significati, di allusioni, di risonanze sottili. Ogni frase sembra aprire un varco su un mondo più vasto, su una realtà che resta sempre un passo oltre la nostra comprensione.
Il romanzo racconta un episodio dell’infanzia di Modiano, un frammento di tempo vissuto nella Parigi degli anni Cinquanta, quando lui e il fratello Rudy vengono affidati dai genitori a un’amica di famiglia, in una casa che diventa una sorta di limbo, un universo chiuso in cui le regole del mondo adulto sembrano sospese o distorte. La narrazione non segue una progressione logica e razionale: i ricordi emergono a tratti, mescolati tra loro, sfumati come immagini viste attraverso un vetro appannato.
Ciò che rende il libro straordinario è il punto di vista scelto da Modiano: tutta la storia è raccontata attraverso gli occhi di Patoche, il soprannome affettuoso con cui veniva chiamato da bambino. Questo sguardo infantile conferisce alla narrazione una qualità particolare, una sorta di candore stupito che rende ancora più inquietanti le ombre che si muovono sullo sfondo. Patoche osserva, registra, raccoglie dettagli, ma non sempre comprende appieno quello che accade intorno a lui. E proprio questa distanza tra la percezione del bambino e la consapevolezza che il lettore può ricavare tra le righe rende la narrazione così densa di tensione e malinconia.
Modiano non interviene mai con spiegazioni, non rompe mai l’incanto dell’infanzia per inserire riflessioni da adulto. Lascia che il passato si esprima con la sua voce, senza sovrapporgli interpretazioni successive. Questo conferisce al libro una qualità ipnotica, un’aria di sospensione che avvolge il lettore e lo trascina in un mondo fatto di luci soffuse, di strade vuote al tramonto, di figure sfuggenti che sembrano sempre sul punto di dissolversi.
Man mano che il racconto procede, emerge un senso di precarietà sempre più forte. I due bambini si muovono in un universo incerto, circondati da adulti che nascondono qualcosa, da sussurri e mezze frasi che lasciano intuire una verità più grande e più cupa di quella che l’infanzia può comprendere. I personaggi adulti che ruotano attorno a Patoche e Rudy appaiono enigmatici, spesso sfuggenti. Non c’è mai un quadro chiaro della loro esistenza, solo impressioni fugaci, dettagli che emergono come fotogrammi di un film interrotto.
Poi arriva una frase che colpisce con la forza di un pugno:
"E noi, mio fratello e io, facevamo finta di giocare in giardino aspettando che qualcuno venisse a prenderci."
È una frase semplice, quasi innocua, ma racchiude in sé tutto il senso di smarrimento, di solitudine, di vulnerabilità che pervade il libro. Quel fare finta è il cuore della storia, perché contiene in sé un’ambiguità struggente: stavano fingendo per ingannare gli adulti, per non mostrare loro quanto avevano capito? Oppure stavano fingendo nel senso più profondo, cercando di restare ancora un po’ dentro il mondo dell’infanzia, un mondo in cui il dolore e l’abbandono potevano essere trasformati in gioco?
Mi ha fatto pensare alle riflessioni di Ernst Gombrich sull’hobby horse, quel cavalluccio di legno che per un bambino è allo stesso tempo un cavallo vero e un semplice bastone. Il gioco è sempre una forma di resistenza, un ponte tra la realtà e l’immaginazione, un modo per tenere a distanza il dolore. In questa frase di Modiano, il gioco diventa un ultimo, disperato tentativo di trattenere il tempo, di ritardare il momento in cui la realtà irromperà con tutta la sua durezza. Ma il lettore sa già che quel momento arriverà, e che sarà irreversibile.
E poi, come se non bastasse, arriva il colpo finale. Alla fine del libro, in un apparato extratestuale, compare una cronologia della vita di Modiano. Ed è lì, tra le date secche e impersonali, che compare per la prima volta il nome di suo fratello:
"1957. Gennaio: morte del fratello Rudy."
Fino a quel momento, Rudy era sempre stato presente nella narrazione, ma senza mai essere nominato direttamente. Questo silenzio pesa, diventa una presenza invisibile che avvolge tutto il libro. E quando finalmente il nome compare, è già troppo tardi: il lettore si rende conto che tutto il racconto è stato costruito attorno a un’assenza, attorno a un dolore che non può essere detto, solo evocato.
Ecco il vero talento di Modiano: la sua capacità di raccontare l’indicibile, di lasciare che sia il vuoto a parlare. La sua letteratura è fatta di ombre, di spazi bianchi, di parole non dette che pesano più di quelle scritte. Riduzione di pena è forse il suo libro più doloroso proprio per questo motivo: perché racconta un’infanzia che si dissolve senza clamore, senza grida, senza drammi espliciti, ma con una lenta, inesorabile dissolvenza.
Alla fine, rimane il silenzio. Il silenzio di due bambini che fanno finta di giocare, il silenzio di un fratello che non verrà mai più nominato, il silenzio di un passato che sfugge sempre un istante prima di poterlo afferrare. E forse è proprio in questo silenzio che si trova il vero significato di tutto il libro.
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