La storia non scompare mai davvero. Anche quando sembra ridotta a polvere d’archivio, a eco lontana, a immagine scolorita nei manuali o nei notiziari di ieri, continua a respirare. Inspira ed espira nei corpi, nelle città, nelle lingue, nelle ferite che non hanno ancora trovato parola. È da questa intuizione radicale – più che da un’idea, da un respiro profondo e inquieto – che nasce BREATHE DISSOLVE RETURN, il cine-concerto di William Kentridge presentato al MAXXI, in un dispositivo scenico che è al tempo stesso prologo, dittico, partitura visiva e meditazione politica.
Entrare in questa mostra significa accettare di attraversare un territorio instabile, dove nulla resta fisso abbastanza da diventare rassicurante. Kentridge non concede allo spettatore la comodità della distanza storica né l’illusione di una narrazione lineare. La sua opera, da sempre, si muove in una zona di attrito tra memoria e oblio, tra il gesto che cancella e quello che insiste, tra la figura che emerge dal carbone e quella che subito si sfalda sotto lo stesso tratto che l’ha generata. In BREATHE DISSOLVE RETURN questa tensione si fa struttura portante: respirare, dissolversi, tornare non sono soltanto tre verbi, ma tre stati dell’essere storico, tre modalità attraverso cui il tempo agisce sugli individui e sulle collettività.
Il formato del cine-concerto non è una scelta formale neutra. È, piuttosto, un atto di presa di posizione. Kentridge lavora da decenni sulla frizione tra immagine e suono, tra disegno e voce, tra cinema e teatro. Qui, con le musiche di Philip Miller – collaboratore storico, complice sensibile e rigoroso – questa frizione diventa un campo di forze in cui l’immagine non illustra il suono né il suono accompagna l’immagine: i due elementi si inseguono, si disturbano, si rispondono come due memorie che non coincidono mai del tutto. La musica non consola, non guida emotivamente; semmai amplifica l’instabilità, costringe a restare dentro il movimento, dentro l’inquietudine.
Il prologo introduce subito il tema centrale: il corpo come archivio, come luogo in cui la storia si deposita e da cui riemerge. Nei lavori di Kentridge il corpo umano non è mai un’entità neutra o puramente biologica; è un corpo politico, segnato da rapporti di potere, da migrazioni forzate, da violenze strutturali. Il respiro, qui, non è soltanto un atto vitale, ma una misura del tempo: respirare significa essere ancora presenti, ma anche sentire il peso di ciò che è stato. Ogni inspirazione sembra trattenere frammenti di passato, ogni espirazione li restituisce trasformati, deformati, a volte irriconoscibili.
Nelle due parti che compongono il cuore dell’opera, il gesto tipico di Kentridge – il disegno che nasce e si cancella davanti ai nostri occhi – assume una dimensione quasi rituale. Le figure appaiono come presenze provvisorie, sagome che emergono dal nero del carbone per poi essere erose, smontate, riscritte. Non c’è nostalgia in questo continuo dissolversi, ma nemmeno cinismo. C’è, piuttosto, la consapevolezza che la storia non procede per accumulo ordinato, bensì per stratificazioni instabili, per ritorni improvvisi, per rimozioni violente. Dissolversi non equivale a sparire: significa cambiare stato, passare altrove, preparare un ritorno che non sarà mai identico a ciò che era prima.
Il titolo stesso dell’opera suggerisce un movimento circolare, ma non pacificato. Il ritorno non è una redenzione. Quando la storia ritorna, lo fa spesso sotto forma di fantasma, di sintomo, di trauma non elaborato. In questo senso BREATHE DISSOLVE RETURN dialoga profondamente con il nostro presente, con un tempo storico che sembra ossessivamente condannato a ripetere le proprie violenze: colonialismi mai risolti, disuguaglianze strutturali, conflitti che cambiano nome ma non sostanza. Kentridge, artista sudafricano cresciuto all’ombra dell’apartheid, non parla mai “in generale”. La sua riflessione sulla storia è sempre incarnata, situata, attraversata da una responsabilità etica che rifiuta tanto la retorica quanto l’estetizzazione del dolore.
Il MAXXI, in questa occasione, non è soltanto un contenitore espositivo, ma un vero e proprio spazio di risonanza. Le architetture di Zaha Hadid, con le loro curve e le loro discontinuità, amplificano il senso di movimento perpetuo che attraversa l’opera. Il visitatore non assiste passivamente: è chiamato a orientarsi, a trovare un proprio ritmo, a fare i conti con la propria posizione nello spazio e nel tempo. La mostra non chiede di essere “capita” una volta per tutte, ma abitata, attraversata, respirata.
La curatela di Oscar Pizzo e Franco Laera accompagna questo processo senza ingabbiarlo. Piuttosto che spiegare o tradurre l’opera, la curatela costruisce le condizioni perché l’esperienza possa accadere, perché il dialogo tra immagini, suoni e spazio resti aperto, non risolto. È una scelta che rispetta profondamente la natura del lavoro di Kentridge, da sempre refrattario a ogni forma di chiusura interpretativa. Qui la curatela non si sovrappone all’opera, ma ne segue il respiro, ne accetta le pause, le dissonanze, le zone d’ombra.
Il coinvolgimento diretto del William Kentridge Studio e la coproduzione con Change Performing Arts sottolineano ulteriormente la dimensione collettiva di questo progetto. Anche se la firma è quella di un artista riconosciuto a livello internazionale, BREATHE DISSOLVE RETURN è il risultato di un lavoro corale, di una pratica che intreccia competenze diverse e che concepisce l’arte come un processo condiviso, non come un atto solitario di genio. In questo senso, l’opera parla anche del fare arte oggi, in un tempo in cui l’autorialità è costantemente messa in discussione e ridefinita.
C’è, infine, un aspetto profondamente poetico – e insieme profondamente politico – in questa mostra: l’idea che la storia non possa essere definitivamente archiviata, né definitivamente superata. Respirare, dissolversi, tornare sono gesti che appartengono tanto alla vita biologica quanto alla vita collettiva. Kentridge ci ricorda che ogni tentativo di cancellazione totale è destinato a fallire, ma anche che ogni ritorno porta con sé una responsabilità. Guardare queste immagini, ascoltare questi suoni, significa accettare di essere coinvolti, di non restare innocenti.
BREATHE DISSOLVE RETURN non offre consolazioni né soluzioni. Offre, piuttosto, uno spazio di attenzione radicale, un tempo sospeso in cui è possibile sentire il peso e la fragilità della storia, il suo continuo lavorare sotto la superficie del presente. È una mostra che chiede tempo, disponibilità, ascolto. E in cambio restituisce qualcosa di raro: la possibilità di pensare la storia non come un racconto concluso, ma come un organismo vivo, inquieto, che continua a respirare dentro di noi.
William Kentridge — BREATHE DISSOLVE RETURN al MAXXI di Roma, fino al 6 aprile 2026
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