lunedì 23 dicembre 2024

"fare" poesia

La poesia è, da sempre, una delle forme più alte e misteriose dell’esperienza umana. È un atto di creazione che, pur avendo le parole come strumento, sfugge alle logiche ordinariamente legate al linguaggio. Non è solo espressione del pensiero o dei sentimenti: è un fare che attraversa l’anima e la realtà, trasformandole entrambe. La poesia è, al contempo, lavoro e ispirazione, artigianato e miracolo. La parola poetica non è mai soltanto un suono o un segno: è materia viva che si carica di significati molteplici, di risonanze segrete che raggiungono il lettore là dove il linguaggio comune fallisce. Il poeta è colui che si fa tramite di questo misterioso fare, che ascolta il silenzio e, come uno scultore, dà forma a ciò che non ha ancora voce. Ma cosa significa, realmente, questo fare? Non è semplice produrre versi: la poesia non è mai frutto della superficialità, della fretta o della casualità. È un cammino lungo e faticoso, un esercizio spirituale e umano, un rito con cui si scava nella realtà e nell’interiorità fino a portare alla luce qualcosa che non può essere detto altrimenti. Scrivere poesia è, in questo senso, un gesto sacro, un atto che va oltre il semplice comunicare: è un incontro con l’invisibile, una danza con ciò che sfugge alla presa della razionalità e si concede solo nell’intuizione, nel simbolo, nell’immagine.

Quando si parla della poesia come di un “fare spirituale”, ci si riferisce a questa dimensione profonda del linguaggio, a un lavoro che tocca non solo la mente, ma l’anima stessa. Il poeta, nel suo scrivere, non si limita a descrivere o a interpretare il mondo: lo ricrea, lo trasfigura, lo rivela in una luce nuova. Ogni parola diventa un’offerta, un ponte verso una realtà più vasta, un modo per abitare la vita con una consapevolezza più alta. La poesia è un rito di presenza, una forma di contemplazione attiva in cui l’uomo si mette in ascolto e in dialogo con ciò che è oltre di lui. La parola poetica è, dunque, il risultato di un processo che coinvolge l’interezza dell’essere umano: non è solo un gioco di immagini, ma una pratica di conoscenza, di verità, di rivelazione. In questo senso, il poeta diventa simile a un sacerdote: uno che celebra, con le parole, il mistero della vita e del mondo, e lo fa attraverso un fare consapevole, attento, disciplinato. Come nel lavoro del monaco, che costruisce pazientemente il tempio della propria interiorità attraverso la preghiera e il silenzio, così il poeta costruisce, con il linguaggio, un tempio di parole. Questo tempio non è uno spazio fisico, ma è il luogo in cui si compie l’incontro tra l’uomo e il sacro, tra il visibile e l’invisibile.

Il verbo “contemplare”, in questa prospettiva, assume un significato più vasto e profondo. Derivato dal latino templum, indica non solo l’atto del guardare, ma anche quello dell’abitare il sacro. Il templum, nell’antica Roma, era uno spazio sacro ritagliato nel cielo o nel terreno, un luogo separato dalla dimensione profana, in cui l’uomo poteva mettersi in relazione con le divinità. Contemplare, dunque, significa guardare col tempio, e guardare col tempio vuol dire esercitare uno sguardo capace di cogliere la realtà nella sua dimensione più alta, più profonda, più simbolica. Questo sguardo è un esercizio spirituale: richiede disciplina, silenzio, capacità di ascolto. Non è un vedere distratto o superficiale, ma un fermarsi davanti alle cose e lasciarle parlare, permettendo loro di rivelarsi per ciò che sono realmente. La poesia nasce proprio da questo sguardo: il poeta contempla il mondo con uno sguardo sacro, lo guarda attraverso il tempio interiore che ha costruito attraverso il suo fare. È uno sguardo che purifica e trasfigura, che coglie il mistero e la bellezza nascosta nelle pieghe del reale.

Guardare col tempio è, in questo senso, un esercizio di presenza e di amore: significa riconoscere la sacralità del mondo, la sua verità profonda e irriducibile. Ogni cosa, attraverso lo sguardo contemplativo, diventa simbolo, segno, manifestazione di qualcosa che va oltre. La realtà non è più solo oggetto di uso o di possesso, ma diventa parte di un rito, di una celebrazione continua. Il poeta, attraverso il suo lavoro, ci invita a questa visione: ci chiede di fermarci, di contemplare, di guardare la vita con occhi nuovi. La poesia è, dunque, un tempio: uno spazio che il poeta costruisce per sé e per gli altri, un luogo in cui la parola smette di essere strumento e torna a essere sacra, portatrice di verità e di bellezza.

Per questo motivo la poesia può essere definita sacra scrittura. Come i testi antichi, come le parole incise su pietra o trascritte su pergamena, la poesia custodisce un sapere che non è soltanto intellettuale, ma spirituale e simbolico. Ogni verso è un segno, una traccia lasciata nel tempo, una preghiera che si eleva dall’umano verso il divino. La poesia sacralizza il linguaggio, lo rende veicolo di una conoscenza che non può essere ridotta a concetti o spiegazioni razionali. È, al contempo, rivelazione e nascondimento: rivela ciò che non può essere detto altrimenti e, nello stesso tempo, lascia spazio al mistero, all’inespresso, a ciò che resta oltre la parola. Come la scrittura sacra, la poesia richiede un lettore capace di ascoltare, di fermarsi, di entrare nel tempio delle parole con rispetto e con attenzione. Non si può leggere poesia con fretta o superficialità: è necessario un atteggiamento di devozione, di apertura, di silenzio.

Chi scrive poesia compie un gesto di fede: fede nella parola, nella sua capacità di trasformare, di rivelare, di unire il visibile all’invisibile. Ogni verso è un’offerta, un dono che il poeta fa a chi legge e a se stesso. Ma chi legge poesia compie, a sua volta, un rito: entra in un tempio invisibile, si lascia guidare dalla parola e partecipa a una liturgia segreta che lo conduce a una verità più profonda. La poesia, in quanto sacra scrittura, ci invita a ritrovare il senso del sacro nella nostra vita quotidiana, a riconoscere la bellezza e il mistero che si celano dietro le cose più semplici. Ogni parola poetica è un invito a fermarsi, a contemplare, a vivere con una consapevolezza nuova. È un richiamo alla sacralità della vita stessa, alla sua dignità e alla sua bellezza irriducibile.

In conclusione, la poesia è un fare che ci riconduce a noi stessi, che ci mette in contatto con ciò che è essenziale e autentico. È un esercizio di contemplazione, un rito di verità e di bellezza, un tempio di parole in cui possiamo riscoprire il senso del nostro essere al mondo. Il poeta, con il suo lavoro paziente e devoto, ci mostra che il linguaggio può ancora essere sacro, che la parola può ancora salvarci dall’oblio, dalla banalità, dalla dimenticanza di ciò che conta davvero. La poesia è un atto di resistenza e di speranza: è un modo per dire che la vita è sacra, che il mondo è ancora capace di meraviglia, che il mistero è ancora possibile. Scrivere e leggere poesia significa, in fondo, ritrovare il tempio dentro di noi, abitare lo spazio del silenzio e della verità, e riconoscere, nelle parole del poeta, la voce di qualcosa che va oltre, che ci chiama e ci trascende.