Il diavolo, consunto dal peso dei secoli e dall’usura della sua stessa astuzia, si arrestò su una vetta immaginaria, da cui poteva contemplare l’infinita distesa delle miserie umane. I suoi occhi, rossi come il sangue rappreso, riflettevano il caos di un mondo che non aveva più bisogno di lui. Lo spettacolo che si dispiegava dinanzi era un mosaico di crudeltà e ingegno, un’opera maestosa di cui non era più l’autore. "Ah, uomini," pensò, "siete creature terribili e magnifiche, architetti di un inferno che supera ogni mio sogno più audace. Vi ho dato i miei strumenti, ma voi li avete usati per costruire una cattedrale della perdizione che neppure io avrei saputo concepire."
Dall’alto, il panorama era sconvolgente: città che si sgretolavano sotto il peso del progresso, foreste che si dissolvevano come ricordi troppo antichi, oceani anneriti da una coltre di veleno, dove il riflesso delle stelle sembrava scomparire per sempre. Gli uomini avevano preso i semi del peccato che lui aveva piantato e li avevano coltivati con una devozione quasi religiosa. Avevano reso l’inganno una scienza, il vizio una virtù, il potere una divinità. E ciò che più lo colpiva era la loro capacità di mentire non solo agli altri, ma a sé stessi, con una grazia che sfiorava il sublime.
"Non c’è più posto per me in questo regno," mormorò il diavolo, con un tono che oscillava tra il sarcasmo e la malinconia. Sedendosi su una roccia annerita, un frammento dimenticato di qualche antico vulcano, si accese un sigaro, lasciando che il fumo si arrampicasse verso un cielo velato di rosso, come il sipario di un teatro ormai deserto. "Un tempo ero il maestro del caos," continuò tra sé, "ma ora sono diventato un semplice spettatore. Gli uomini hanno imparato a danzare sulle macerie della loro stessa innocenza, creando melodie di distruzione che non avrei mai immaginato di poter dirigere."
Eppure, non era rabbia ciò che provava. Vi era, piuttosto, una forma distorta di orgoglio, una soddisfazione perversa nel vedere come i suoi insegnamenti avessero preso vita propria. Le sue antiche armi—l’avidità, l’invidia, la lussuria—erano state raffinate, elevate al rango di arte. Le guerre non si combattevano più solo con le spade, ma con parole avvelenate, economie manipolate, silenzi che valevano più di mille urla. Gli uomini non avevano bisogno di essere sedotti: si precipitavano volontariamente verso l’abisso, con un sorriso sulle labbra e il cuore colmo di vuoto.
"Che ironia," rifletté il diavolo, con un ghigno che rivelava i suoi denti affilati come promesse infrante. "Io, il principe della menzogna, sormontato dalla sincerità del vostro male." Per secoli aveva sussurrato nei loro orecchi, guidando le loro mani, piegando le loro volontà, ma ora il suo tocco era superfluo. Gli uomini erano diventati creatori e vittime del loro stesso inferno, una spirale di distruzione che non necessitava più della sua spinta iniziale.
Con un lungo sospiro, il diavolo si alzò, gettando il mozzicone del sigaro tra le rocce. Il fumo svanì nell’aria, come i suoi ultimi pensieri di gloria. Dove poteva andare, ora? Quale luogo nel creato avrebbe accolto un diavolo obsoleto? Si guardò intorno, cercando una risposta nell’orizzonte infuocato. "Forse c’è un’altra umanità, altrove," si disse, "un mondo ancora ingenuo, dove le anime possono essere plasmate, dove il mio tocco può ancora lasciare un’impronta."
E mentre rifletteva, la sua mente vagava verso le ultime sacche di purezza che ancora resistevano nel cuore umano, quelle scintille di luce che si ostinavano a non spegnersi. Non erano molti, ma c’erano ancora uomini e donne che credevano nella bontà, che si aggrappavano a ideali dimenticati, che lottavano contro l’inevitabile. Forse era lì che avrebbe trovato il suo nuovo ruolo: non come seduttore, ma come spettatore del loro fallimento, un testimone muto della loro lotta contro il buio che li circondava.
Con passo lento e misurato, il diavolo si incamminò verso un orizzonte indefinito, portando con sé il peso della sua inutilità e il ricordo di un’epoca in cui il male aveva ancora bisogno di una guida. Dietro di lui, il mondo continuava a bruciare, ma non per sua volontà. Le fiamme erano interamente umane, alimentate dai sogni infranti, dai desideri corrotti, dalle speranze svanite. Erano il monumento vivente al potere distruttivo dell’umanità, una cattedrale di fuoco che brillava come un sole decadente nel crepuscolo eterno.