giovedì 20 marzo 2025

Il matrimonio del silenzio

Non c'era scampo, eppure, in qualche angolo nascosto della mia anima, sentivo che il destino di Ifigenia non avrebbe mai potuto essere sacrificato senza un prezzo. Era impossibile ignorare la sua giovinezza, la sua innocenza. Il suo sorriso, le sue risate leggere, le sue speranze, erano tutte destinate a essere soffocate sotto il peso di una tradizione che non aveva pietà. Come madre, avrei voluto difenderla da tutto ciò, ma la volontà di Agamennone, in quelle ore più oscure della nostra vita, non lasciava spazio a dubbi né a riflessioni personali. In quel momento, non ero più una madre, ma una pedina in un gioco che non avevo scelto e che non riuscivo più a comprendere.

La guerra di Agamennone non era fatta solo di soldati, ma anche di uomini e donne che avevano il loro posto in un grande schema che si dispiegava ben oltre il nostro orizzonte. Non c'era spazio per la pietà, e meno che mai per la compassione. La sua mente era acuta come una lama, e la sua forza non risiedeva solo nei suoi muscoli o nei suoi soldati, ma nel modo in cui sapeva manipolare ogni singolo aspetto della realtà che lo circondava, inclusi i suoi stessi familiari. Ogni membro della nostra famiglia era un tassello che doveva incastrarsi perfettamente in un quadro di potere che andava oltre le relazioni di sangue, oltre l’amore. E in quel quadro, Ifigenia, mia figlia, non era altro che una pedina necessaria per ottenere la legittimazione definitiva, per garantirsi che il suo regno, quando sarebbe tornato dalla guerra, sarebbe stato saldamente in mano sua.

Nonostante la crudezza di tutto ciò, non potevo fare a meno di pensare a quanto fosse simile a me, a quanto il suo destino fosse inestricabilmente legato a quello di tutti noi. Mi ritrovavo a pensare che forse, in fondo, Ifigenia avrebbe accettato quello che il destino aveva preparato per lei. Aveva sempre avuto una natura serena, ma c’era qualcosa di irragionevolmente tragico nel sapere che una giovane donna, con tutta la sua potenzialità, veniva ridotta a una carta da giocare in un gioco che non avrebbe mai scelto. Ma poi, pensavo anche alla forza che avrebbe dovuto tirare fuori da sé stessa per affrontare quel momento. Non poteva essere solo la figlia di Agamennone, o la promessa sposa di Achille, doveva diventare qualcos'altro, qualcosa di più grande. Doveva affrontare un destino che nessuno avrebbe scelto, ma che tutti avremmo dovuto accettare come inevitabile.

C’era una parte di me che capiva che non avrei mai potuto cambiare nulla, che la mia resistenza sarebbe stata vana, come il disperato tentativo di fermare un fiume che scorre inesorabile. Le parole di Agamennone erano legge, e noi, come sua famiglia, eravamo destinati a seguirla senza esitazione. "Preparatevi", ci aveva detto. "Preparate tutto come se fosse la più grande delle celebrazioni, come se fosse il momento più gioioso delle nostre vite". Ma io sapevo, in fondo, che nulla in quella cerimonia sarebbe stato festoso. Ogni sorriso che avremmo visto sui volti degli altri sarebbe stato il sorriso di chi ignora la tragedia che si nasconde sotto la superficie. Nessuno avrebbe mai potuto vedere la sofferenza che noi, come famiglia, avremmo dovuto affrontare.

L'immagine di Achille, il guerriero che avrebbe sposato mia figlia, mi tormentava. Lo sapevo: Achille era l’incarnazione della forza, della bellezza, del destino. Un uomo che, proprio come Agamennone, non sarebbe mai stato capace di fermarsi a guardare il dolore che le sue azioni avrebbero causato. Achille non aveva bisogno di amore per combattere, non aveva bisogno di affetto per vincere. Era il perfetto marito per una figlia come Ifigenia, che doveva diventare la regina di una terra dominata dalla guerra e dalla violenza. Achille avrebbe avuto il suo cuore indurito dalla battaglia, e Ifigenia avrebbe dovuto imparare ad accettarlo, a trovarvi un senso di protezione, anche se sotto quella corazza d'acciaio non c’era spazio per i sentimenti.

Ricordo bene quel giorno, mentre le sarte lavoravano febbrilmente per preparare i suoi abiti, il rumore dei telai che tessono, l’odore della stoffa, il fruscio dei fili che scivolano tra le dita esperte delle donne. Era come se ogni movimento fosse un atto di tradimento, un ulteriore passo verso un destino che non avrebbe mai potuto essere cambiato. I figlia mia, Ifigenia, non aveva nemmeno la possibilità di scegliere, di dire cosa sentisse davvero. Eppure, la sua bellezza brillava in modo struggente, come se volesse dire che anche in mezzo alla tragedia, c’era una luce che non poteva essere spenta.

Quando le ho parlato, non ho avuto il coraggio di dirle tutta la verità. Le ho raccontato di Achille, del suo coraggio, della sua bellezza, della sua forza. Ho provato a convincerla che sarebbe stato un grande onore per lei sposarlo, come se fosse un destino che doveva accettare senza domande, come se il suo cuore non avesse diritto a dire nulla in merito. Le ho parlato di lui come se fosse un dio, un eroe, un essere perfetto destinato a diventare suo marito. Ma dentro di me sapevo che non era vero. Sapevo che quel matrimonio non avrebbe portato nulla di buono. Non sarebbe stato amore, ma solo un altro passo verso una guerra che non avrebbe mai avuto fine. Un altro passo verso la morte che si avvicinava inesorabile.

Eppure, nonostante il peso di tutte le mie emozioni contraddittorie, dovevo seguire la strada che mi veniva indicata. Dovevo prepararla, come se nulla fosse cambiato, come se il mondo intorno a noi non fosse in frantumi. Dovevo sperare che la bellezza della cerimonia, il suo aspetto esteriore, potesse essere abbastanza per celare la verità del nostro destino, per dare a tutti l’illusione che la pace fosse possibile, che la grandezza di Agamennone fosse la via giusta da seguire. Ma, come madre, la consapevolezza di quello che stava accadendo mi faceva sentire sempre più lontana da tutto e da tutti.

Ogni passo che facevamo ci allontanava da una realtà che non avevamo scelto, ma che eravamo condannati ad accettare.