giovedì 13 marzo 2025

"Le lacrime amare di Petra von Kant": il melodramma crudele di Fassbinder


Nel 1972, Rainer Werner Fassbinder realizza Le lacrime amare di Petra von Kant, un film che si insinua come un coltello nelle dinamiche del desiderio, del potere e della sottomissione. Tratto da una sua pièce teatrale scritta l’anno precedente, il film trasforma la claustrofobia scenica in una prigione emotiva, esplorando con spietata lucidità i rapporti di dominio che si instaurano nelle relazioni amorose, in particolare quelle tra donne.

Girato interamente in un’unica stanza, Le lacrime amare di Petra von Kant è una prova di forza stilistica e narrativa, che porta alle estreme conseguenze il linguaggio cinematografico del regista tedesco. Fassbinder, grande ammiratore del melodramma classico di Douglas Sirk, prende la struttura del genere e la sovverte completamente: al posto di un amore romantico e tormentato, troviamo un legame tossico e soffocante; al posto di una catarsi, un finale che lascia solo il vuoto e la solitudine.

Il film è dominato dalla figura di Petra von Kant (interpretata magistralmente da Margit Carstensen), una stilista affermata, sicura di sé, che vive in un ambiente sontuoso e dominato dall’estetica. È una donna che sembra avere tutto sotto controllo: la sua carriera, la sua assistente devota e silenziosa, la sua sicurezza nel dominare le persone intorno a sé. Ma la sua corazza si incrina nel momento in cui entra nella sua vita Karin (Hanna Schygulla), una giovane donna bella e ambiziosa, che Petra cerca di trasformare in sua creatura, amante e protetta.

Quella che inizia come una relazione basata sull’attrazione e sulla promessa di successo si trasforma rapidamente in una spirale di dolore e umiliazione. Petra, abituata a detenere il controllo, si ritrova progressivamente schiava del proprio sentimento, mentre Karin rimane impassibile, distante, incapace di ricambiare la stessa intensità emotiva. La perdita del potere diventa per Petra un’esperienza devastante, portandola a una crisi autodistruttiva che culmina in un’implosione totale della sua identità.

Ma il film non si ferma a questo gioco di dominazione tra Petra e Karin. A fare da testimone silenziosa c’è Marlene (Irm Hermann), l’assistente di Petra, una presenza inquietante e muta, che accetta ogni umiliazione senza ribellarsi, lavorando instancabilmente, servendo Petra con una devozione quasi masochistica. Tuttavia, il suo silenzio è carico di tensione: non è l’atteggiamento di chi accetta passivamente, ma di chi osserva e giudica. La sua vendetta arriverà alla fine, con un semplice gesto: l’andarsene, lasciando Petra sola con il peso delle proprie macerie emotive.

Un film teatrale e claustrofobico: lo spazio come metafora

Uno degli elementi più radicali del film è la sua scelta di ambientazione: tutto si svolge all’interno dell’appartamento di Petra, un luogo che diventa il riflesso della sua psiche. Fassbinder sfrutta lo spazio in modo magistrale, trasformando ogni angolo della stanza in un frammento della personalità della protagonista.

L’arredamento è sontuoso, barocco, carico di simbolismi: i manichini sparsi per la stanza rappresentano il tema della manipolazione e della trasformazione; i giganteschi dipinti di donne classiche richiamano un ideale estetico irraggiungibile e soffocante; il letto a baldacchino, posizionato quasi come un trono al centro della scena, diventa il simbolo del potere di Petra, ma anche della sua prigionia.

La regia di Fassbinder enfatizza questa chiusura dello spazio attraverso movimenti di macchina misurati e inquadrature statiche che intrappolano i personaggi. L’uso dei colori è altrettanto significativo: il rosso, il dorato e il nero dominano la scena, creando un contrasto visivo tra il lusso e il dolore che si consuma all’interno di quelle mura. La luce è soffusa, creando un’atmosfera quasi onirica, in cui il tempo sembra sospeso.

Ma più di tutto, è la disposizione dei corpi nello spazio a raccontare il dramma. All’inizio del film, Petra è al centro della scena, troneggia, dà ordini, domina visivamente e psicologicamente. Man mano che la sua relazione con Karin si sgretola, la sua posizione cambia: la vediamo inginocchiarsi, rannicchiarsi, cercare disperatamente un contatto che le viene negato. Il corpo di Petra diventa il segno visibile del suo declino, e Fassbinder lo mette in scena con un’intensità devastante.

Petra von Kant: l’illusione del potere e la caduta nell’abisso

Petra è un personaggio affascinante e tragico. All’inizio la vediamo come una donna sicura di sé, abituata a essere obbedita e venerata. Ha un’aura di superiorità che sembra inattaccabile, e la sua relazione con Marlene ce lo conferma: tratta la sua assistente come un oggetto, con un misto di freddezza e indifferenza. Petra si sente onnipotente, capace di creare e distruggere a suo piacimento.

Ma dietro questa facciata si nasconde una profonda insicurezza, che viene rivelata non appena incontra Karin. Per la prima volta, Petra si trova di fronte a qualcuno che non può controllare, qualcuno che non gioca secondo le sue regole. Karin è affascinante, enigmatica, e soprattutto sfuggente. Petra si innamora perdutamente, ma il suo amore è ossessivo, soffocante. Crede di poter possedere Karin, di poterla modellare come un manichino, ma si sbaglia.

Quando Karin si allontana, Petra perde completamente il controllo. La vediamo passare dalla superbia alla disperazione, dalla freddezza al delirio. Le sue crisi isteriche sono esplosioni di dolore puro, in cui l’orgoglio crolla e lascia spazio a un’umanità fragile e vulnerabile. La donna che un tempo si vantava della sua indipendenza si ritrova a supplicare amore, a piangere, a distruggere sé stessa.

Margit Carstensen offre una performance straordinaria, incarnando ogni sfumatura di Petra con una precisione impressionante. Il suo volto si trasforma continuamente: da maschera glaciale a maschera tragica, da sguardo di sfida a espressione di totale disfatta. Il suo corpo si piega, si contorce, si dissolve in un’agonia che diventa quasi insopportabile da guardare.

Karin: il desiderio irraggiungibile

Karin è la perfetta incarnazione dell’oggetto del desiderio: bella, giovane, spensierata, ma anche distante e inaccessibile. Non è una femme fatale nel senso classico del termine, perché non è crudele o manipolatrice in modo consapevole. Semplicemente, non prova per Petra quello che Petra prova per lei.

La sua indifferenza è ciò che distrugge Petra. Quando Karin ride, esce di casa, vive la sua vita senza preoccuparsi delle sofferenze della sua amante, sta compiendo l’atto più devastante possibile: sta negando a Petra l’illusione dell’amore reciproco.

Marlene: la serva silenziosa che diventa carnefice

Se Petra è la dominatrice caduta e Karin è la tentazione inafferrabile, Marlene è la figura più enigmatica del film. Non dice una parola, eppure è il personaggio che ha l’ultima mossa. Alla fine, quando Petra ha distrutto tutto, Marlene se ne va, lasciandola sola con i suoi rimpianti. È la vendetta più perfetta: un abbandono silenzioso e definitivo.

DETTAGLI TECNICI E STILISTICI 

Analizziamo Le lacrime amare di Petra von Kant attraverso una lente tecnica e stilistica, esplorando la regia, la fotografia, la scenografia, il montaggio, l’uso del suono e delle interpretazioni attoriali, senza tralasciare il contesto produttivo e le influenze cinematografiche che hanno modellato l’opera.


LA REGIA DI FASSBINDER: UNA PRIGIONE EMOTIVA IN UN SOLO AMBIENTE

Fassbinder concepisce Le lacrime amare di Petra von Kant come un esperimento di rigore formale e claustrofobia psicologica. Girato interamente in un’unica stanza, il film sfrutta al massimo la limitazione spaziale per trasformare l’appartamento della protagonista in una sorta di teatro chiuso, un ring in cui si consuma la distruzione emotiva della protagonista.

L’uso della macchina da presa è deliberatamente studiato per accentuare la progressiva perdita di controllo di Petra. Se all’inizio del film le inquadrature sono più composte e statiche, man mano che la vicenda procede e il suo equilibrio si sgretola, la regia diventa sempre più frammentata, con movimenti di macchina più frequenti, inquadrature decentrate e l’uso di specchi per moltiplicare le immagini e creare un senso di disorientamento.

Un aspetto distintivo è l’assenza di stacchi bruschi: Fassbinder predilige lunghe sequenze in cui i personaggi si muovono nello spazio, trasformando ogni cambiamento di posizione in un evento drammatico. Questo si ricollega al suo background teatrale e alla volontà di mantenere la tensione costante senza affidarsi a un montaggio serrato, ma piuttosto alla disposizione dei corpi nello spazio.


FOTOGRAFIA E COLORI: UN BAROCCO CARICO DI SOFFERENZA

La fotografia di Michael Ballhaus, storico collaboratore di Fassbinder (e in seguito direttore della fotografia di Scorsese), è fondamentale nel creare l’estetica soffocante del film. Ballhaus usa una luce morbida e diffusa, con un’illuminazione che esalta la pelle delle protagoniste e gli elementi decorativi della scena, quasi a evocare i quadri dei pittori preromantici.

I colori sono un aspetto essenziale della narrazione visiva. Fassbinder costruisce una tavolozza cromatica dominata da rosso, oro e nero, tre colori che suggeriscono potere, decadenza e tragedia. Il rosso, spesso associato alla passione e alla violenza emotiva, è presente nei vestiti di Petra e negli arredi, mentre l’oro simboleggia il lusso e l’illusione di controllo. Il nero, invece, incombe progressivamente, diventando il colore dominante nella seconda metà del film, quando Petra precipita nella sua crisi autodistruttiva.

Un altro elemento visivo chiave è la profondità di campo: Fassbinder utilizza spesso il piano-sequenza con grande profondità, posizionando i personaggi su più livelli per sottolineare i rapporti di potere. Ad esempio, all’inizio Petra è spesso in primo piano, mentre Marlene si trova sullo sfondo, sfocata o relegata ai margini. Con il procedere del film, i ruoli si ribaltano, riflettendo il mutamento nei loro rapporti.


SCENOGRAFIA: LO SPAZIO COME PROIEZIONE DELL’INCONSCIO

L’appartamento di Petra von Kant è più di un semplice luogo: è una rappresentazione della sua psiche. Il film utilizza un’unica location, ma la arricchisce di dettagli carichi di significato simbolico. L’arredamento barocco, i manichini, il grande quadro neoclassico appeso alla parete (una citazione di L'educazione di Amore di Jacques-Louis David) suggeriscono un ambiente lussuoso ma soffocante, uno spazio che esprime il desiderio di controllo e la fragilità della protagonista.

L’uso dello specchio è particolarmente significativo. Fassbinder sfrutta gli specchi per creare un effetto di moltiplicazione delle immagini, suggerendo il tema del doppio e dell’identità fratturata. Petra si specchia spesso, osservandosi mentre la sua maschera crolla, in un gioco visivo che richiama il cinema di Sirk, maestro del melodramma che Fassbinder ammirava profondamente.

Il letto a baldacchino, posizionato al centro della scena, è un altro elemento simbolico: se inizialmente rappresenta il potere e la sensualità di Petra, con il passare del tempo diventa una sorta di trono abbandonato, il segno del suo declino.


MONTAGGIO: IL TEMPO SOSPESO DELLA SOFFERENZA

Il montaggio di Thea Eymèsz è essenziale e ridotto al minimo: il film è composto da lunghe sequenze che rispettano l’unità di tempo e spazio, proprio come in una pièce teatrale. La durata delle scene crea un senso di oppressione, perché lo spettatore è costretto a vivere ogni momento della discesa di Petra senza interruzioni o via di fuga.

Questa scelta è perfettamente in linea con la poetica di Fassbinder: il regista rifiuta il montaggio “invisibile” del cinema classico e adotta un ritmo ipnotico, che amplifica la tensione emotiva. Gli stacchi sono rari e spesso sottolineano momenti di rottura: un cambio di dinamica nei rapporti tra i personaggi, un’esplosione emotiva o un silenzio carico di significato.


SUONO E MUSICA: IL SILENZIO COME VIOLENZA

Uno degli aspetti più sorprendenti del film è l’uso del suono. Fassbinder elimina ogni elemento superfluo, riducendo la colonna sonora a pochi momenti chiave. Non ci sono musiche di accompagnamento continue, come nei melodrammi classici: il silenzio è l’elemento dominante, e viene usato per creare tensione.

Quando la musica compare, lo fa con un impatto dirompente. La scelta di The Great Pretender dei The Platters è particolarmente significativa: è una canzone che parla di una persona che finge di stare bene mentre soffre terribilmente, un perfetto specchio della condizione di Petra. L’effetto straniante di queste incursioni musicali rafforza la sensazione di un mondo emotivo instabile, in cui la realtà e l’illusione si confondono.


LE INTERPRETAZIONI: UN TEATRO DI CORPI IN TENSIONE

Il cast di Le lacrime amare di Petra von Kant è ridotto a sole sei attrici, e ognuna di loro è perfettamente calibrata per il proprio ruolo.

  • Margit Carstensen offre un’interpretazione straordinaria, dando vita a un personaggio complesso, che passa dalla freddezza al delirio emotivo senza mai perdere credibilità. La sua capacità di modulare la voce e il linguaggio del corpo è fondamentale nel rendere il crollo psicologico di Petra credibile e doloroso.
  • Hanna Schygulla nel ruolo di Karin è perfetta nella sua ambiguità: il suo fascino è al tempo stesso ingenuo e calcolato, e il suo sorriso può apparire sia seducente che crudele.
  • Irm Hermann, nei panni di Marlene, costruisce un personaggio inquietante pur non pronunciando una sola parola. Il suo sguardo è più eloquente di qualsiasi battuta, e la sua presenza silenziosa diventa la chiave del finale.

CONCLUSIONE: UN CAPOLAVORO DI STILE E PRECISIONE

Le lacrime amare di Petra von Kant è un film che usa il minimalismo per creare un’opera di massimo impatto emotivo. Con una regia controllatissima, una fotografia pittorica, un uso magistrale dello spazio e un montaggio ipnotico, Fassbinder realizza uno dei più grandi melodrammi della storia del cinema. Un film spietato, in cui il desiderio si trasforma in prigione e il silenzio diventa il colpo di grazia finale.

Le lacrime amare di Petra von Kant è un film crudele, spietato, privo di redenzione. Fassbinder ci mostra l’amore come una guerra persa in partenza, un gioco di potere che lascia solo macerie. E quando tutto finisce, non resta che il silenzio di una stanza vuota.