domenica 16 marzo 2025

Quando

Quando la morte avvolge l’esistenza con il suo mantello d’ombra, il tempo si smembra e si moltiplica in un’infinita spirale di sofferenza. Gli ultimi cinque minuti di vita si allungano come viscere strappate da un corpo vivente, una tortura senza fine in cui ogni secondo diventa una lama incandescente, ogni attimo un colpo di martello che spezza la carne dell’anima. Il tempo, che un tempo scorreva placido e silenzioso, si rivela ora un mostro vorace, un’entità feroce che dilania con calma crudele la coscienza del morente. Ogni battito del cuore si fa pesante come il rintocco di una campana funebre, ogni respiro un atto di resistenza che si consuma nel vuoto.

La memoria si risveglia come una bestia imprigionata troppo a lungo, feroce e insaziabile. Ogni frammento di vita emerge con una chiarezza tagliente, non come un conforto, ma come un’accusa. Il passato ritorna in una processione macabra: visi, voci, emozioni si mescolano in un caleidoscopio di dolore. Nulla si manifesta nella sua interezza; tutto è distorto, amplificato, corrotto dalla consapevolezza della fine imminente. Il tempo non è più un flusso, ma un campo di battaglia su cui si combattono le ombre del rimorso e i fantasmi delle speranze infrante. Ogni ricordo è un dardo avvelenato che si conficca nella mente, ogni immagine un’eco che risuona nell’abisso dell’essere.

La vita, che un tempo sembrava vasta e piena di promesse, si rivela come un fragile castello di sabbia spazzato via dall’onda della morte. Non vi è redenzione, né consolazione: ciò che è stato è ormai inciso nella pietra, e ciò che poteva essere è svanito per sempre. Ogni azione mancata si trasforma in un vuoto che brucia, ogni occasione persa in una ferita che non potrà mai rimarginarsi. La consapevolezza del tempo trascorso si erge come una montagna inaccessibile, una cattedrale di rimpianto costruita con le macerie di sogni spezzati e desideri inappagati.

Il tempo stesso si trasfigura in un tiranno spietato, un dio oscuro che si nutre della disperazione di chi si avvicina al suo termine. Ogni secondo non è più un intervallo, ma un vortice che risucchia ogni residuo di speranza, ogni scintilla di vitalità. L’inevitabilità della morte si manifesta come una presenza tangibile, un peso opprimente che schiaccia ogni pensiero, ogni emozione. Non c’è spazio per la resistenza, solo per la consapevolezza che ogni istante è un passo verso l’oblio, un passo che non può essere arrestato né deviato.

E quando l’ultimo istante si consuma, il mondo intero sembra piegarsi su se stesso. La vita si dissolve come una nebbia al sorgere del sole, lasciando dietro di sé solo un vuoto sconfinato. Non vi è luce, né tenebra; solo l’assenza assoluta, un silenzio che pulsa di un’energia invisibile, un’oscurità che inghiotte ogni cosa. La morte non è un porto, ma un abisso che non conosce fondo, un nulla che divora il tempo, la memoria e l’essenza stessa dell’essere.

Il morente, ormai ridotto a un’ombra, si fonde con il vuoto. Non resta nulla di ciò che era, nemmeno un’eco, nemmeno un’impronta. La vita, che un tempo ardeva con intensità, si spegne come una candela dimenticata, consumata fino all’ultimo. E in quell’oscurità totale, il tempo stesso cessa di esistere. L’eternità non è un prolungamento, ma una cessazione, un silenzio eterno in cui ogni significato si perde, ogni esistenza si annulla, ogni cosa si dissolve nell’indifferenza del nulla.