venerdì 7 marzo 2025

“L’isola morde, la grammatica sanguina”: insurrezione sintattica in alto mare

L’isola sta ferma? No, l’isola scappa, si tuffa, si ribella. L’isola ride di te che cerchi di incatenarla con un articolo. La Sicilia ti sputa addosso il fuoco dell’Etna, Capri si butta a mare con la grazia di un delfino strafatto, l’Isola del Tesoro si nasconde dietro un’onda e ti manda al diavolo.

Chi ha deciso che "la Sardegna" deve avere un articolo, mentre "Ischia" no? Chi è il burocrate che ha incatenato alcune isole alla sintassi e ne ha lasciate libere altre? Lo voglio vedere in faccia, questo despota della lingua, questo stregone della preposizione, questo funzionario ministeriale con la matita rossa e la coscienza sporca.

Ulisse e il suo commercialista della sintassi

Ulisse sbarca e chiede: “Dove sono?”

Il grammatico gli risponde: “Sei in Sicilia ma a Capri, sei nella Giamaica ma a Zanzibar.”

Ulisse, che ha già perso dieci anni con Circe e altri dieci con i Proci, si guarda intorno e sospira: “Ma vaff—”

E ha ragione. Che differenza fa? Se voglio andare in Rodi, che mi fermi un controllore dell’Accademia della Crusca? Se dico “la Ischia”, verrò braccato da un esercito di professori armati di dizionari?

Sì. Ma che mi prendano pure. Io nel frattempo vado in Capri, e voglio vedere chi mi viene a dire il contrario.

Le isole che si offendono, le isole che sputano

Ci sono isole permalose e isole strafottenti. La Sicilia se la tira, vuole il suo la come una diva anni ’50 con gli occhiali scuri. Capri invece se ne frega: si mette un pareo e va a ballare.

Ma ci sono anche isole che si vendicano: la Giamaica fuma una sigaretta e ti guarda storto se provi a sbagliare il suo nome. La Maddalena ti morde un polpaccio se la chiami solo “Maddalena”. Elba—senza il la—se ne sta lì, triste e rancorosa, ancora incazzata per l’esilio di Napoleone.

E poi ci sono quelle che spariscono se le chiami nel modo sbagliato. L’Isola che non c’è esiste solo perché qualcuno la nomina. Se domani decidiamo che si chiama “Isola Boh”, Peter Pan cade dal cielo e muore.

La grammatica è un colpo basso, le preposizioni sono una truffa

Ti dicono: “Si va in Sicilia.” Ma chi lo ha stabilito? I greci? I latini? Una riunione segreta nel sottoscala di un’università?

Ti dicono: “Si va a Ischia.” E se io voglio dire “in Ischia”, cosa succede? Mi esplode la bocca? Il mare si ritira? Un gabbiano mi insulta?

Le preposizioni sono il vero trucco: ti fanno credere che siano innocue, ma poi ti fregano. Ti fanno entrare in Sardegna e ti buttano fuori da Capri. Ti fanno navigare nella Polinesia ma solo a Tahiti. È una cospirazione.

La rivoluzione della sintassi marinara

Io dico basta.

Io dico che possiamo dire “in Capri” se ci va, e “la Ibiza” se ci gira male.

Io dico che la grammatica è una convenzione e le convenzioni si possono rovesciare come un bicchiere di rum su una mappa nautica.

Io dico che le isole non vogliono padroni, né della lingua né del mondo.

E allora salgo su una barca e vado via, lontano da questi cavilli, lontano da questi articoli autoritari.

E quando arrivo su un’isola, qualsiasi isola, le chiedo: “Tu l’articolo lo vuoi o no?”

E l’isola mi guarda. Sorride.

E mi sputa in faccia.

L’isola sputa, ma con eleganza. Ti sputa in faccia e poi ti offre un mojito (senza cannuccia, perché l’isola è ecologista).

Le isole sono le ultime rivoluzionarie della grammatica, le anarchiche del vocabolario. La Sicilia fuma sigarette turche in un angolo e ti squadra dall’alto in basso. Capri balla sul bancone del bar con un limone in bocca e due gin tonic nelle mani invisibili della sintassi. Ischia ha mal di testa, odia i turisti e vuole solo starsene in Ischia con i suoi fanghi e il suo broncio.

Preposizioni come pugnalate, articoli come schiaffi

La vera tragedia è che la lingua è una dittatura, ma noi non ce ne accorgiamo. Ti fanno dire “in Sicilia” con la voce bassa, come se fosse ovvio. Ti infilano l’articolo nella bocca come una supposta. E tu? Tu ringrazi pure.

Ma se osi dire “in Capri”, subito arriva il grammatico con la giacchetta di tweed e il sorriso di chi sa tutto:

— Si dice a Capri.

A Capri il cazzo.

Capri è una piscina di sogni, un cocktail di sudore e canzoni napoletane. Capri è dove i poeti si perdono e i milionari si ubriacano. Capri non vuole né "in""a". Capri vuole essere chiamata per nome e basta, come una diva di Hollywood che non vuole il cognome sui titoli di coda.

Il tribunale delle isole ribelli

Immaginiamo la scena: una notte buia, le onde battono come tamburi. Le isole si riuniscono in un processo segreto, al largo di qualche mare proibito.

La presidente è la Giamaica, con una corona di dreadlocks e una sigaretta appesa alla bocca.

La prima a parlare è la Sicilia, che si aggiusta la fascia tricolore:

— Io voglio l’articolo, sempre. È una questione di rispetto.

Capri si alza in piedi e le rovescia un bicchiere di limoncello sulla testa.

— Io non voglio niente.

Ischia dal fondo della sala si accende una sigaretta e bofonchia:

— Io non so nemmeno cosa voglio, lasciatemi in pace.

Ibiza non si presenta nemmeno, troppo impegnata a ballare su un’isola che non esiste.

Alla fine la Giamaica sentenzia:

— Ogni isola si scelga l’articolo che vuole. O nessuno. O tutti. Tanto il mare se ne frega.

E così finisce il processo, con un brindisi di rum e schizzi di grammatica sulle facce sudate.

L’isola come bestemmia, la sintassi come delirio

Nel frattempo, sulla terraferma, il grammatico con la giacchetta di tweed scrive le sue regole. Scrive:

“Si va a Capri.”

“Si va in Sicilia.”

Ma mentre scrive, un’onda lo colpisce alla nuca, lo scaraventa giù dalla sedia e lo trascina in mare aperto. Quando riemerge, è su un’isola che non ha nome, senza articoli, senza preposizioni.

E l’isola gli sputa in faccia.

Fine. O inizio.

L’isola ride, la grammatica trema, il mare applaude con onde scomposte.

Qui non c’è sintassi che tenga, non c’è preposizione che comandi, non c’è accademico che resista senza strapparsi i capelli. L’isola è una risata in faccia alla logica, un colpo di tosse all’autorità, un rutto nel salotto buono della lingua italiana.

E mentre le isole ballano, si scazzottano e si ubriacano di articoli e accenti sbagliati, la Crusca tenta disperatamente di riportare l’ordine. Ma è tardi. Ibiza ha rubato i dizionari e li usa per accendere un falò. Capri è scappata via con un amante argentino. La Sicilia si è autoproclamata imperatrice dell’Adriatico (anche se è nel Tirreno, ma a lei non frega niente).

E la grammatica? La grammatica si accascia su una spiaggia, esausta, sconfitta. Guarda il mare e capisce che ha perso.

E proprio in quel momento, un gabbiano le vola sopra la testa e le lascia cadere un souvenir caldo e fumante.

Perché il mare, come le isole, se ne frega.